it.arti.cinema non delude mai (e le misere soddisfazioni di chi perde i dibattiti)

L’altra sera sono andato a vedere Intimacy (Patrice Chéreau, Francia/UK 2001), all’interno della rassegna di Laboratorio28 Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Il film aveva ottime credenziali: Orso d’oro a Berlino, e Orso d’Argento alla migliore attrice.

Parentesi sulla trama (contiene spoiler)

Il film racconta della storia, a Londra, fra Jay (Mark Rylance, bravissimo), e Claire. Lui fa il barista in un locale di grido, ha lasciato la famiglia sette anni prima e non sembra ancora essersi ripreso: sembra un naufrago nei gorghi della città; lei è sposata e aspira a fare l’attrice. Inizialmente, però, non sappiamo nulla di loro ed essi non sanno l’uno dell’altra neppure il nome: si incontrano tutti i mercoledì, nello squallido (davvero squallido) appartamento semi bombardato di lui, e fanno sesso, in maniera disperata, per poi separarsi. Per i primi venti, venticinque minuti del film Chéreau ci mostra solo quasi solo i loro accoppiamenti, senza nessuna censura o quasi: corpi nudi avvinghiati sul pavimento. Poi pian piano la prospettiva si allarga, Jay scopre la vita di Claire e lentamente vi si insinua, stringendo un rapporto torbido di sfida e complicità insieme con il marito di lei, un tassista grassoccio interpretato da Timothy Spall, anche lui bravissimo. Date le premesse non può finir bene, o forse sì: in fondo la vita e il rapporto di Jay, Claire e gli altri è tragico, si, ma banalmente tragico, e anche il melodramma gli è negato.

Fine parentesi, passiamo al dibattito

Essendo una proiezione in un circolo del cinema, alla fine c’era il dibattito.

Ora: se avete letto il modo col quale ho descritto la trama, forse vi stupirà sapere che ero pronto a criticarlo. L’ho trovato nel complesso davvero poco interessante, manierato nella sua poetica di sesso e incomunicabilità, eccessivamente carico di simbolismi, confuso nella costruzione della trama, bolso nell’insistito parallelo fa vita e teatro, non particolarmente bello cinematograficamente, con dialoghi molto letterari che stridono con la realtà visiva che presenta, così insistentemente verista, con una direzione degli attori enfatica e gridata – quando entrambi i protagonisti, invece, rendono al meglio nei silenzi e nei gesti – e, infine, pretenzioso nell’insistita ostentazione dei corpi e dei rapporti sessuali. Il film è anche molto forte, quindi non dirò che non mi è piaciuto: come ho detto, mi fermo all’espressione poco interessante.

Oh, ero decisamente in minoranza; buona parte dei miei punti deboli erano letti in maniera radicalmente diversa e opposta: il piacere di ricostruire la trama e immaginarne premesse e conseguenze, l’apprezzamento per le simbologie (fino, sarò polemico, a trovare nel film anche quello che non c’è). C’era anche tutto un friccicorino di ormoni risvegliati nella visione, qui e là, compresa una interessante discussione se farlo in piedi contro il muro, vestiti, in fretta, sia di uno squallore assoluto o invece, perché no?, interessante, che oscillava fra il poetico e… l’invece no.

Complessivamente, una delle discussioni post-cinema più curiose che mi siano mai capitate. Tra l’altro questo accenno a Jay e Claire affannosamente in piedi, ora che lo scrivo mi ricorda un pezzetto di Guccini che evoca in maniera assolutamente precisa una parte dell’atmosfera del film (con la differenza, non da poco, che i protagonisti di Guccini sono ventenni che saranno disillusi in futuro, e Jay e Claire sono quarantenni che sono stati disillusi nel passato):

Forse ci consolava far l’ amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L’amore fatto alla “boia d’ un Giuda” e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può…
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l’Hi-Fi…

Quindi facciamo una pausa musicale e poi passiamo, finalmente, a it.arti.cinema.

Andando via, perplesso, ho cercato su Google cosa si fosse detto a suo tempo su Intimacy in it.arti.cinema. L’avevo già fatto due settimane fa, dopo La ragazza sul ponte di Leconte, che avevo trovato, anche quella volta in assoluta minoranza, carino ma furbetto. Quella volta avevo notato che la discussione sul newsgroup si era rapidamente spostata dal film a Vanessa Paradis e da lei alla questione se sia meglio preferire ragazze molto magre o più in carne: la cosa, tutto sommato, mi aveva indirettamente confermato nel mio giudizio di un film non indimenticabile.

Su Intimacy, invece, c’è stata molta più discussione, e in molti casi su linee non dissimili dalle mie osservazioni, ma allargate dal confronto delle opinioni (le critiche erano la maggioranza ma ad alcuni, con tutta evidenza, era piaciuto). Non è certo il thread più indimenticabile del newsgroup, né quello in cui si impari di più di cinema (io su iacine ho imparato moltissimo) e certo non è uno dei casi nel quale il dirsi le cose in faccia e in maniera diretta tipiche di usenet abbia dato l’esito migliore, ma certo un po’ di nostalgia mi è venuta. Comunque, alla discussione più sopra rimando per chi si vuol fare un’idea del film più precisa dei miei pochi accenni (in sintesi: molto, molto imperfetto, ma interessante; quanto interessante, dipende dall’occhio di chi guarda). E comunque, se si ammette che it.arti.cinema sia un giudice assoluto della realtà, allora l’altra sera avevo ragione io.

E dopo iacine, il Guardian

Siccome ero sul pezzo, mi sono guardato anche le recensioni straniere. Quelle francesi sono divise fra positive (anche molto positive: ) e negative (troppa cultura uccide il cinema); sul Guardian invece ho trovato molta più severità, forse perché il film era arrivato preceduto da una campagna pubblicitaria mirata a suggerire nel pubblico la domanda: «ma è tutto vero? l’hanno fatto veramente?» e questo ha irritato i critici (nel caso specifico, Philip French e Peter Bradshaw). Saranno soddisfazioni, anche queste: pensavo di non capirci più niente di cinema…

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