Il debole gioco dell’imitazione

Durante uno degli incontri recenti che i Fabbricastorie hanno dedicato alla costruzione di mondi narrativi e ambientazioni credibili ho raccontato che ci sono due onorati trucchi che consentono di spazzare sotto al tappeto i difetti di coerenza delle proprie creazioni: aumentare il ritmo e la tensione della narrazione, per non lasciare allo spettatore o lettore troppo tempo per pensare, e ridurre l’ampiezza dell’obiettivo con una zoomata, per portare le crepe fuori del campo visuale dello spettatore. Avevo in mente Hunger Games, per la verità, e non mi aspettavo certo di trovare questi due machiavelli messi in pratica (magistralmente) in un film come The imitation game, la biografia di Alan Turing.

The imitation game (Tyldum, USA/UK 2014)

La sceneggiatura del film, scritta benissimo da Graham Moore, mischia abilmente due (o forse tre) piani temporali. C’è il periodo eroico del lavoro di decrittazione dei codici di comunicazione nazisti durante la II Guerra Mondiale, il momento drammatico dell’accusa di omosessualità e, in mezzo, il periodo appena accennato di studio da parte di Turing dei computer veri e propri e il suo notissimo interesse per l’intelligenza artificiale. E c’è pure un lunghissimo flashback sul Turing adolescente al collegio.

La figura di Turing è interessante, i comprimari ben delineati, la sfida che il gruppo dei crittografi deve affrontare straordinaria, il rischio e le conseguenze legate all’accusa di omosessualità pesantissime, quindi lo spettatore è ben presto preso senza scampo. Se a tutto questo si aggiunge una buona regia e una ottima recitazione, con un Cumberbatch bravissimo, non ci si stupisce che il film di primo acchito piaccia. Anche perché ben presto la storia è racchiusa in microcosmi, l’ambiente claustrofobico del laboratorio di decrittazione, la cospirazione del piccolo gruppo di statistici e agenti segreti intento a prevedere cosa si possa lasciare che il nemico intraveda e cosa si deve mascherare, il faccia a faccia drammatico fra Turing e il poliziotto che lo interroga.

Tutto questo fa sì che lo spettatore, avvinto, segua il film con piacere ed esca soddisfatto.

Quasi.

Perché all’angolo della coscienza un po’ di dubbi ti rodono il cervello. Perché Cumberbatch deve caratterizzare Turing come un sociopatico ad alta efficienza, cioè sostanzialmente come Sherlock? Perché sacrificare Keira – l’unica crittografa in un gruppo unicamente maschile! – in un’irritante sottotrama sentimentale? Perché descrivere lo sforzo globale di due sistema-paese che si affrontano con tutti i mezzi in una guerra disperata in rozze sintesi di taglio romanzesco? Perché infilare ogni tanto delle descrizioni tecniche che a occhio hanno la stessa credibilità della velocità a curvatura e comportano l’uso dello stesso tipo di gergo scientifico farlocco? Perché mi devono infliggere questa storia che Turing calcola giusto quante perdite ci si può lasciar infliggere dai tedeschi per continuare a ingannarli – ceeerto – e manda un rapporto con scritto “46%” e all’Alto Comando Alan Brooke, si suppone, allora telefona a Monty e gli dice: «Well, vecchio mio, oggi fatti decimare una divisione in più, perché sai, dobbiamo prendere il 46% di perdite. Spiacevole, old boy, ma sai com’è…».

Ma il film va avanti e ha giusto – giusto! – quel tanto di credibilità che ti dici: «Boh! Sarò io che sono ipercritico…» e lasci passare. E poi Keira sorride come un angelo, Benedict recita direttamente da Dio, il cattivo colonnello vorrebbe spegnere il computer primigenio proprio quando i crittografi stanno per decifrare il codice segreto nazista e non ci pensi troppo.

Poi però, siccome sei un cane vecchio, torni a casa e provi a controllare, e scopri che il film non è un po’ romanzato. No, è inventato direttamente di sana pianta. E più leggi e più ti chiedi come sia possibile che ancora oggi, nel 2015, ci si prenda licenze con la storia che neanche John Ford con la battaglia di Little Big Horn e il Generale Custer sulla collina con i capelli al vento.

E più ti allontani dal film e dalle sue spire ipnotiche e più le crepe si allargano.

Ai tempi devo avere raccontato del criterio del mio amico Andrea Veneruzzo per giudicare un film. Ammetteva un’eccezione: ci sono film che sul momento non sembrano dirti niente ma nei giorni successivi ci torni sopra e ti crescono sempre più nel ricordo.

The imitation game invece cala nel ricordo. Una volta che infili lo scalpello della coscienza della falsificazione storica nelle fessure viene giù tutto. Metti tra parentesi la recitazione di Cumberbatch, per esempio, perché pensi che in fondo si è persa un’occasione per caratterizzare un matematico – che era ricco di tic, senza dubbio – in una maniera originale. Oppure non puoi più dare credito a tutta la linea narrativa del film che riguarda l’omosessualità, perché dopotutto un omosessuale che si innamora di Keira Knightley e in tutto il film non se la fa mai con un uomo, tranne un’infatuazione platonica da adolescente, è un omosessuale un po’ troppo comodo.

Vedo che soprattutto a proposito di quest’ultimo tema in America la cosa è stata notata, ma in realtà il punto è che il film, sebbene sia sostanzialmente un pastrocchio, rimane un pastrocchio ben confezionato e, in un’epoca in cui pagano i messaggi demagogici e ipersemplificati, lo schema del genio incompreso, sensibile e tormentato, straziato da un Sistema spersonalizzato e oppressivo (non che gli omosessuali non fossero perseguitati, in Gran Bretagna) ma capace di vincere quasi la guerra da solo per effetto del proprio straordinario potere è uno schema narrativo troppo efficace per poter pensare di opporgli il ragionamento, i distinguo, in una parola: la verità.

E così capisci in fondo anche il titolo: il gioco della dissimulazione non è quello fra crittografo e decodificatore, non è quello fra intelligenza artificiale e investigatore, o fra lo scienziato col segreto inconfessabile e il poliziotto, no, il gioco della finzione è quello fra regista e sceneggiatore da una parte e il pubblico dall’altra: e i narratori, questa volta, vincono a mani basse.

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