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Il passato lascia il segno

Diversi anni fa stavo andando da qualche parte in bicicletta e sono passato in piazza Repubblica. In piazza doveva essersi rotto qualche tubo o comunque c’era un allagamento e io ci sono passato in mezzo. Mentre andavo ho visto con la coda dell’occhio uno, in piedi dall’altra parte della piazza, che fotografava, ma non ci ho fatto troppo caso.

Il giorno dopo c’era la mia foto sul giornale, a corredo della notiza di cronaca.

La cosa divertente è che, successivamente, la foto è tornata più volte sull’Unione. Per qualche anno, quando capitava un allagamento, c’era una buona probabilità che io ricomparissi in cronaca locale, tanto da diventare una specie di battuta ricorrente fra gli amici (una volta, ricordo, ritagliarono la pagina e la misero sulla bacheca parrocchiale, con la scritta Vai Gonario che sei primo!).

A un certo punto scrissi all’Unione dicendogli, più o meno, che visto che continuavano a usare la mia immagine quanto meno potevano darmi copia dell’originale, perché mi sarebbe piaciuto averla. La mail ebbe l’effetto contrario: non mi diedero la foto però smisero di usarla quando capitavano allagamenti, e devo dire che mi dispiacque, perché soddisfaceva una piccola vanità personale.

In ogni caso anni dopo un fotografo dell’Unione ritrasse di nuovo dei ciclisti, e tornai sul giornale.

Anche in quel caso pensai che fosse un po’ a sproposito: per un articolo sulla mobilità sostenibile andarono a ripescare la foto di una manifestazione precedente – quindi probabilmente ero comparso sul giornale anche un’altra volta – e pure in quel caso c’ero io.

Cioè, pensai, in realtà non è a sproposito.

Io sono veramente un ciclista urbano, uso con frequenza la bicicletta e quindi è normale che, diciamo, possa lasciare il segno e comparire e ricomparire quando si affronta l’argomento, in un modo o nell’altro, che sia il traffico bloccato dagli allagamenti o la mobilità sostenibile. A chi non va in bicicletta non può capitare e chi va in bicicletta ordinariamente, a Cagliari, alla fin fine sono tanti ma non milioni.

In un modo o nell’altro faccio parte del discorso e quindi è normale che quando si intavola quell’argomento io venga citato. Casualmente, certo, ma il punto è che esiste un sottofondo, una sostanza, che rende possiible la casualità.

Mi è tornata in mente tutta questa storia perché l’altro giorno mi è caduto l’occhio su un servizio della RAI che parlava di videogame a partire da un convegno della Film Commission. Fra le immagini a corredo c’erano quelle della Jam, oltre che di attività dei nostri amici e compagni della Game Maker Academy e alcune scene di un videogame ambientato in Sardegna, Saturnalia.

Dato che al convegno i Fabbricastorie non c’erano – io fra l’altro ero a Vienna e comunque nessuno della Film Commission ha pensato di invitarci, ma questo è un problema della Film Commission e qui parliamo d’altro – è evidente che, come l’impaginatore dell’Unione, chi ha costruito il servizio ha cercato negli archivi della RAI regionale e, ovviamente, ci ha trovato i Fabbricastorie, dato che sono almeno dieci anni che ci occupiamo di videogame in Sardegna.

Nel servizio, peraltro, nessuno ha citato l’associazione o la Jam locale: la nostrra presenza è, come quando passavo in bicicletta, del tutto casuale. Ora, come presidente dell’associazione mi spetta anche il compito di tutelare la nostra immagine, cosa che nella contemporaneità può assumere aspetti molto complicati. Nel caso specifico, però, a parte che ho grande stima del’autore del servizio Francesco Riccardi, un giornalista molto attento al nostro mondo, mi sembra che non ho motivo di lamentarmi e che sia tutto normale: se posso arrivare sull’Unione io che sono un ciclista minore fra tanti, a maggior ragione può capitare che arrivino sulla RAI i Fabbricastorie, che sono fra i più importanti fra i non tantissimi attori del settore locale. E quindi, tutto sommato, posso solo ringraziare o meglio, meditare sul fatto che vedi, lavoriamo lavoriamo e alla fine la cosa lascia il segno. Facciamoci i complimenti.

Aggiungo una cosa sul lavoriamo lavoriamo. Non credo di avere avuto l’occasione di raccontarlo, ma mi sono iscritto recentemente a un corso universitario sul game design, all’Università di Genova. Il corso era a numero chiuso e per la selezione si doveva presentare un curriculum ludico. Il mio curriculum è quasi tutto maturato dentro i Fabbricastorie, quindi ho rimesso mano all’archivio delle attività associative e facendolo mi sono accorto con sorpresa e poi, devo dire, con crescente orgoglio, che negli anni abbiamo fatto veramente di tutto e fra questo molto di buono – permettemi di farlo, una volta tanto, un complimento a noi stessi. Abbiamo fatto di tutto per sedici anni, che non sono pochi, quindi è chiaro che abbiamo lasciato un segno, che non può che emergere ogni tanto, che sia il complimento inaspettato nella recente mail di una studentessa di passaggio («La ringrazio per il suo lavoro in Segreteria e mi permetto di ringraziarla indirettamente per il suo lavoro fuori da essa nell’associazione “Fabbricastorie” che da anni è un regalo per Cagliari») o che sia, appunto, nella scelta delle immagini di repertorio a corredo di un servizio RAI. E quindi, complimenti a noi stessi; prossimo passo, una targa all’inghresso di una delle nostre tante birrerie di riferimento.

Casomai, se posso aggiungere una riflessione a margine, a gennaio del 2018 proponemmo prima della Jam un convegno intitolato Get Ready, l’industria sarda dei videogame ai blocchi di partenza, che a parte il questionario aveva più o meno la astessa struttura del convegno di cui stiamo parlando; aveva anche gli stessi attori locali, Regione, Comune di Cagliari, Film Commission.

Se guardo le nostre cartelle stampa della Jam o i servizi via via dedicati al videogioco sulle TV o sui giornali, vedo che l’industria, a quasi dieci anni di distanza, continua puntualmente a essere raccontata a livello locale sempre come opportunità e non come realtà. Sembrerebbe che siamo sempre, come diceva quel primo convegno, ai blocchi di partenza, e questo vuol dire che c’è qualcosa che non va sia nella narrazione, perché qualcosa comunque è successo, sia nelle politiche, perché non è che non siano state spese risorse, ma quel che è successo è avvenuto indipendentemente dalle risorse spese.

Sulle politiche e sulle risorse i Fabbricastorie non possono fare molto, e quel che possono fare lo stanno già facendo, come si vede dalle nostre varie attività ultime. Ma sulla narrazione stiamo decidendo, abbiamo appena deciso, che possiamo fare qualcosa di diverso. CI vorrà un annetto e un lavoro come non abbiamo mai fatto, quindi auguri belli, ma come suol dirsi questa è un’altra storia e sarà raccontata un’altra volta.

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