I fantasmi di Gramsci

Visto ieri Nel mondo grande e terribile, piccolo e interessante film su Gramsci, che copre sostanzialmente il periodo della detenzione nel carcere di Turi di Bari.

Non sono abbastanza esperto di Gramsci per giudicare della resa delle sue idee, che mi è parsa a un tempo interessante e zoppicante: marginalmente si potrebbe pensare che non potendo giudicare della resa delle idee non possa nemmeno dare un parere sul film, che esteriormente si pone come la una sorta di introduzione a Gramsci, colto continuamente a riflettere, a rivolgersi al pubblico, a enunciare tesi e proposizioni.

In realtà questa dimensione, pur interessante, alla fine mi è parsa secondaria: tra l’altro Gramsci ha scritto talmente tanto che qualunque scelta di poche frasi proposte in un film di un’ora e mezzo è, se non arbitraria, per forza di cose limitata.

Invece il film si fa apprezzare per una scelta felice di messa in scena, estremamente teatrale: le quattro pareti della cella sono spesso spezzate quando il protagonista si protende a superarle, rivolgendosi a se stesso bambino e a vari fantasmi che vengono a trovarlo, da Bucharin in giù: l’intenso colloquio a distanza delle lettere (e dei Quaderni) viene così a personalizzarsi, a assumere una dimensione diretta. È evidentemente una finzione, e l’impianto teatrale la rende esplicita, ma permette in maniera efficace di rendere attraente quella che, altrimenti, sarebbe una pura lettura di brani tratti dalle opere e un monologo.

La scelta, in realtà, è efficace anche per un altro motivo: perché il protagonista del film non è, quasi, Gramsci, quanto il carcere: o meglio la condizione carceraria e claustrofobica nella quale può trovarsi un uomo al quale ci si è ripromessi di impedire che possa far funzionare il cervello e che vede, lentamente, col dissolversi della salute e della propria capacità fisica di lavorare intellettualmente, trionfare il disegno degli avversari. Il dialogo a distanza assume così una qualità febbrile e delirante per la quale i fantasmi coi quali Gramsci discute non sono solo scelta registica che alleggerisce le scene, ma la rappresentazione plastica di una dimensione esistenziale che si chiude sempre più e di un dibattito intellettuale che si fa dialogo con fantasmi.

Questa scelta molto efficace fa perdonare, anche, un certo conformismo che affiora qui e là nella presentazione della vicenda biografica di Gramsci: è vero che i fatti e i personaggi sono quelli ed è vero che alcuni fatti quelli sono e non possono essere cambiati (la famosa lettera di Grieco, la divaricazione di considerazioni tattiche su come procedere nell’azione politica fra Gramsci in carcere e i compagni rifugiatisi a Mosca e costretti a rispettare l’ortodossia stalinista, il progressivo estraniamento dalla moglie, e così via), ma è anche vero che la loro presentazione non ha guizzi particolari e si apre, se non capisco male, alla possibilità di polemiche storico-politiche; d’altra parte però palesemente non è ricostruire quei fatti e definire le responsabilità che interessa il regista, ma una ricerca esistenziale che si dimostra, alla fin fine, molto più fruttuosa.

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