Wellington

L’altro giorno, in un momento di sconforto, ho detto al mio amico Andrea Salidu: «In questo Paese tutti si credono Wellington».

Ma esattamente, Wellington chi?

Quando avevo più o meno dieci anni facevo il modellista, una fase (fortunatamente benigna) che molti ragazzi della mia generazione hanno attraversato.

Come modellista ero molto scarso, e questo deprimeva la mia collezione; non come il mio amico Carlo, che era piuttosto bravo e oltretutto anche il padre era modellista: in casa loro c’erano almeno due armadi con ripiani e ripiani colmi di carri armati e aerei; in camera mia solo un misero Mosquito col muso storto (incollato male) e dipinto di nero nel cammuffaggio per missioni notturne: avevo scoperto ben presto che non avevo la mano per stendere in maniera accettabile le macchie mimetiche.

Insomma, ero un modellista molto scarso, ma quel poco che facevo mi dava diritto di frequentare un ambiente assai esclusivo: il negozio di Bartolino.

Il signor Bartolino aveva un negozio in via Garibaldi che era la mecca di tutti i modellisti cagliaritani: fra i dieci e i sedici anni ci ho passato parecchie serate. Il mio sguardo vagava fra gli scaffali, immaginando cosa comprare – di solito scatole di soldatini Airfix per elaborati wargame personali, o le mitiche pitture a smalto Humbrol con cui seviziare poi alcuni sfortunati aeromobili militari Atlantic, rozzi ma che avevano il vantaggio di non richiedere alcuna abilità per essere montati – e nel frattempo ascoltavo i discorsi dei grandi.

Attorno al bancone di Bartolino c’erano sempre, sempre, una mezza dozzina di appartenti alla vasta cerchia dei modellisti cagliaritani: arrivavano e si fermavano per ore, a chiacchierare. La maggior parte di loro erano anche esperti di cose militari (come molti modellisti) e probabilmente erano abbastanza di destra (come molti esperti di cose militari). I discorsi erano l’equivalente locale delle lunghe discussioni di politica dei compagni nella sezione Lenin che frequentava mia madre: solo che qui si spaziava da Napoleone a Patton, con tutti i topoi dell’appassionato di storia militare.

La storia antica era quasi assente, ma in compenso avrò sentito ottanta versioni diverse della battaglia di Stalingrado, e se volevi proprio proprio passare una serata intensa dovevi chiedere, con aria ingenua, se il Macchi C.205 Veltro era migliore del P-51 Mustang americano (a distanza di anni ricordo ancora le sigle identificative dei caccia militari); la risposta era: probabilmente sì, e come mai non avessimo vinto la guerra avendo a disposizione questo po’ po’ di roba era una cosa che non sembrava comprensibile. L’idea che la risposta fosse: «Perché noi ne abbiamo prodotto poche decine e eravamo senza benzina per farli volare» – mentre gli USA avevano un potenziale economico e industriale incomparabile – non sembrava contemplabile: ah, l’avessimo inventato prima, il Macchi C.205!

Erano comunque serate bellissime, le discussioni inteminabili sempre garbate, e io scoprivo pezzi di storia e modi di pensare – e di vedere la politica – che non avevo mai immaginato: per esempio fu la prima volta che sentii raccontare dei bombardamenti su Cagliari da parte di chi c’era, o che mi fu illustrata senza infingimenti la realpolitik della NATO. E poi era un ambiente paritario: ovviamente io stavo zitto, ma nessuno degli uomini adulti attorno allo stretto bancone del negozio pensava che non avessi diritto di stare nel capannello di discussione: ero un modellista anche io, dopotutto.

E siccome ero un modellista quando a qualcuno venne l’idea di fare il circolo del modellismo venni invitato anch’io con gli altri ragazzini del giro. Ci furono parecchi tentativi diversi, a dir la verità, comunque non è questo l’importante: è che al circolo del modellismo, nelle sue diverse incarnazioni e correnti (perché lì scoprii che fuori del negozio di Bartolino i modellisti si dividevano in fazioni e sette rivali) non si facevano né modellismo né mostre, la discussione storica era ancora più prevalente e talvolta, addirittura, si facevano boardgame e wargame. E fu lì che conobbi Wellington.

Non si chiamava veramente Wellington, naturalmente, ma ho del tutto dimenticato il suo vero nome. Wellington era un ragazzino un po’ più grande di me e, diciamolo in una parola, non capiva niente. Aveva una conoscenza infinita della storia militare, poteva citare interi ordini di battaglia a memoria, ma non capiva proprio niente. Di niente.

Al tavolo da gioco non seguiva mai quel che succedeva davvero: potevi avere circondato le sue truppe ed essere pronto a massacrarle pezzo a pezzo, ma se gli chiedevi cosa stava succedendo ti raccontava di astute manovre di aggiramento da parte sua. Dove, non si sa. Non era guascone, o autoironico: no, proprio non ci azzeccava nulla.

Anche nelle discussioni politiche, o politico-militari (al circolo c’era più spazio e i ragazzini si sentivano autorizzati a discettare alla pari con gli adulti, diciamo, della appropriatezza dell’attacco siriano sul Golan nella Guerra dei Sei Giorni), Wellington sfarfallava: se volevi una interpretazione iperbolicamente sbagliata – in un ambiente in cui discutere dei Macchi C.205 era normale, e quindi il confine del “campato per aria” abbastanza elastico – potevi star certo che lui l’aveva già pensata. Anzi, l’aveva già detta.

Fu così che si beccò il soprannome. Perché una volta uno degli anziani, esasperato, lo apostrofò: «Nara, oooo-oh…» – aveva lo strascico del vocativo così tipicamente cagliaritano, e lo prolungava perché non si ricordava il nome, così, da buon cagliaritano, trovò un sostituto – «Nara, oooo-ooh Wellington, ma me la finisci di dire cazzate? Che se era per te la NATO si tagliava col grissino come il Palmera». L’esempio del tonno non era molto spiritoso, ma il soprannome di Wellington rimase attaccato.

Che poi, mi sono chiesto spesso perché proprio “Wellington”: che non è un generale famoso, nel discorso comune, come Napoleone o Rommel; però effettivamente ha un’aura di astuzia e di assennatezza che erano esattamente le qualità che il destinatario del soprannome non aveva.

E quindi…

Spiace dirlo: alla fine Wellington non era simpatico, non faceva tenerezza, non strappava il sorriso con le sue cretinate. Era semplicemente un fesso: e il vecchio modellista, con la precisione del cagliaritano purosangue, con quel soprannome lo smascherava.

Ho pensato spesso a Wellington in questi ultimi giorni. Non perché Bersani o Renzi o altri strateghi di intelligenza vivissima me lo ricordassero, come potreste pensare. Cioè un po’ si, ma non è questo il punto.

Una delle ultime volte che andai da Bartolino – le mie sensibilità erano già cambiate, e certi discorsi mi stavano già stretti – Wellington commentò il modellino di uno Z-23, un blindato sovietico con quattro mitragliatrici appaiate, destinato alla copertura antiaerea delle truppe corazzate. Lo Z-23 aveva un volume di fuoco pazzesco: non ricordo quanto, ma molto elevato. «Pensa», mi disse lui, «se utilizzato contro la fanteria. Con questo volume di fuoco potresti annientare un intero reggimento in pochi minuti».

Ora. Questo era tipico di Wellington: lo Z-23 ha effettivamente una possibilità di utilizzo contro la fanteria, ma potresti “annientare un intero reggimento in pochi minuti” solo se fosse schierato per la parata e rimanesse stoicamente fermo sotto il fuoco. Ma non è questo il problema: è che io mi immaginai visivamente un migliaio di persone a terra, dilaniate dai proiettili, e ne restai stomacato. Dall’immagine e dal fatto che si potesse parlare di queste cose con tanta leggerezza. Qualcosa della mia obiezione di coscienza cominciò lì, credo.

È per questo che ho pensato a Wellington, in questi giorni: quando mi sono sentito circondato da giornalisti, politici, commentatori, militanti e tifosi, tutti più interessati alle mosse dei leader, alle trappole da loro tese agli avversari: la politica sarà anche un gioco strategico, come la guerra, osservabile astrattamente per il gusto di vedere che mosse si fanno e come va a finire, o per la quale si può rimanere ai margini del campo e esaltarsi per i punti segnati dal proprio campione.

Ma.

Ma io lo trovo stomachevole. E vi dò un consiglio: la prossima volta che vi viene la tentazione, pensate a un migliaio di ragazzi stesi in un campo con le budella di fuori, o al vostro stipendio che il mese prossimo potrebbe non arrivare. Cose reali, insomma: vedrete che resterete stomacati anche voi.

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