La volta che Conan Doyle fu truffato

Ho visto casualmente suggerito sulla rete questo divertente articolo che riguarda una truffa degli anni ’20 nella quale rimase invischiato Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, e mi è sembrato utile tradurlo.

La fascinazione di Conan Doyle per lo spiritismo nei primi anni ’20 è abbastanza nota: del resto si tratta di un fenomeno complesso e generale che non riguarda certo solo lui; credevo però che questo caso fosse meno noto e invece dopo aver tradotto l’articolo mi sono reso conto che in realtà si tratta di un episodio notissimo in Inghilterra che viene raccontato da qualche rivista web (e immagino anche cartacea) in media una volta all’anno. A quel punto però ormai l’articolo l’avevo tradotto e ho pensato che avesse comunque un taglio sufficientemente originale da meritare di essere presentato; tra l’altro porta in coda una buona bibliografia per chi fosse interessato ad approfondire, mentre se qualcuno preferisce non cimentarsi con l’inglese c’è anche una pagina di Wikipedia in italiano (che racconta la storia in maniera lievemente diversa).

L’articolo è stato pubblicato su The Public Domain Review. Ho deciso di mantenere le foto originali perché le trovo essenziali per la comprensione del testo. Un’unica nota di traduzione: l’inglese spiritualism ha un campo di significati più ampio del nostro “spiritismo”, ma per semplicità ho preferito tradurlo così anche quando il testo alludeva a una ricerca spirituale che all’epoca era più vasta del semplice desiderio di parlare coi morti.

Sir Arthur e le Fate

di Mary Losure

Nella primavera del 1920, all’inizio di una fase crescente di fascinazione per lo spiritismo, originata dalla morte del figlio e del fratello nella Prima Guerra Mondiale, Arthur Conan Doyle prese in carico il caso delle Fate di Cottingley. Mary Losure indaga su come il creatore di Sherlock Holmes si convinse che le “foto fatate” scattate da due ragazzine dello Yorkshire fossero reali.

Conan Doyle spirit 1

Fotografia con spirito di Arthur Conan Doyle scattata dalla “fotografa degli spiriti” Ada Deane nel 1922, lo stesso anno in cui fu pubblicato La venuta delle fate – Fonte

Nell’inverno del 1920 i lettori della popolare rivista inglese Strand trovarono sulla copertina del numero di Natale un titolo curioso. Fate fotografate, diceva, un evento epocale descritto da A. Conan Doyle. Il pubblico dello Strand aveva familiarità con Sir Arthur Conan Doyle: la maggior parte delle sue popolarissime storie di Sherlock Holmes erano state pubblicate per la prima volta sulle sue pagine. L’affermazione del grand’uomo che le fate – vere fate – erano state ritratte in fotografia da due ragazzine dell’Inghilterra settentrionale fu accolta con meraviglia, ma sfortunatamente per Conan Doyle si trattava di meraviglia del genere: «Ma cosa si è messo in testa?». Come poteva essere che il creatore dell’investigatore più famoso al mondo, quello più difficile da ingannare, potesse essersi convinto che delle fotografie “fatate” potessero essere reali? Proviamo, con lo stile di Holmes, a esaminare la questione.

Errore numero uno: interpretare erroneamente le prove

A suo onore va detto che Conan Doyle compì quella che era (per lui) un’indagine metodica, completa e scientifica delle fotografie “fatate”. Come primo passo consultò esperti nella sede londinese della George Eastman Kodak Company. Questi esaminarono le stampe delle prime due foto “fatate” e dissero a Conan Doyle che non riuscivano a individuare alcuna traccia di fotomontaggio; tuttavia sostennero che qualcuno sufficientemente esperto di fotografia poteva averle falsificate. Nella testa di Conan Doyle, tuttavia, questo eliminava le due ragazzine del paesino dello Yorkshire che avevano scattato le foto, Elsie Wright e Frances Griffiths. «Ragionai che potevamo con certezza attribuire la fonte delle foto a due bambine della classe operaia [artisan nell’originale, NdRufus],e che trucchi di questo livello non erano assolutamente alla loro portata», scrisse. Ragazzine della classe operaia, certamente, non potevano essere state capaci di costruire una simile montatura.

Errore numero due: il nostro uomo non sul luogo

Il passo successivo di Conan Doyle fu un’indagine sul campo – ma Conan Doyle in persona non vi andò. Invece per compiere la missione arruolò un sostituto che era tutto meno che imparziale – un devoto credente nelle fate di nome Edward Gardner. Gardner in realtà aveva già parlato con diverse persone che gli avevano assicurato che le ragazzine avevano giocato con fate e elfi fin dall’infanzia. Aveva già scritto alla madre di Elsie Wright implorandola di fare in modo che la sua “piccola” scattasse altre foto. «So molto bene che le fate esistono», scrisse Gardner in una di numerose lettere alla madre di Elsie, «e che esse sono riluttanti a mostrarsi o a avvicinare gli adulti, ed è solo quando si può ottenere l’aiuto dei loro “amici” che si può sperare di ottenere fotografie e quindi di giungere a una migliore comprensione delle vie della Natura di quanto sarebbe possibile altrimenti». Gardner spiegò alla madre di Elsie che aveva da molto tempo desiderato ardentemente di ottenere foto di «fate, spiritelli ed elfi, e se possibile anche di brunetti e goblins».

Così è forse non sorprendente che, quando visitò infine la famiglia Wright nel paesino di Cottingley nello Yorkshire, Gardner non trovò motivo di sospettare che ci fosse qualcosa che non andava nelle fotografie. Parlò con i genitori di Elsie i quali, non sapendo essi stessi se e come le foto fossero state manomesse, diedero risposte franche e sincere. Dissero a Gardner tutto ciò che sapevano: che le due ragazzine avevano preso in prestito la macchina fotografica del padre di Elsie ed erano andate giù per una piccola valle nascosta dietro la casa dove la bambina più piccola, la cugina di Elsie Frances credeva di aver visto delle fate. Le ragazzine erano tornate poco tempo dopo con il negativo che il padre di Elsie aveva fotografato nella sua camera oscura casalinga, la prima foto delle fate.

The first fairy photograph, featured in Conan Doyle’s The Coming of the Fairies (1922) – Source

La prima foto delle fate, presentata in La venuta delle fate di Conan Doyle (1922) – Fonte

Come parte della propria indagine Gardner passeggiò con Elsie fino al posto esatto dove la foto era stata scattata, davanti a una cascata. Era lieto di avere una possibilità di interrogare la ragazzina da solo, riferì poi a Conan Doyle. Chiese a Elsie di che colore fossero le fate e lei gli disse che erano «sfumature chiarissime di verde, rosa o malva», scrisse a Conan Doyle. Elsie disse anche a Gardner che lo gnomo nella seconda foto indossava brache nere, un maglione bruno rossastro e un berretto rosso a punta. In risposta alle domande di Gardner a proposito dei segni sulle ali dello gnomo – sia Conan Doyle che Gardner pensavano sembrassero ali di falena – Elsie spiegò che non si trattava affatto di segni sulle ali, ma di flauti. Aggiunse che nei giorni senza vento si poteva udire il lieve, acuto suono della musica degli gnomi. Dopo di ciò Gardner riferì a Conan Doyle che «la limpida onestà e ingenuità» ella famiglia aveva convinto lui, Gardner, che le foto erano assolutamente genuine.

Elsie and the Gnome, featured in Conan Doyle’s The Coming of the Fairies (1922) – Source

Elsie e lo gnomo, presentata in La venuta delle fate di Conan Doyle (1922) – Fonte

Errore numero tre: l’impressione sbagliata di Conan Doyle e Gardner e proposito di Elsie Wright

A Gardner Elsie parve una «timida graziosa ragazza di circa sedici anni». Ma al momento del loro incontro aveva in realtà diciotto anni, quasi diciannove, e per anni aveva accarezzato il sogno di divenire un’artista. Era Elsie che aveva dipinto delle fate ad acquerello, le aveva attaccate a delle forcine epr capelli e le aveva disposte nel fogliame davanti a Frances. Era Elsie che, utilizzando una complicata e antiquata macchina fotografica per fare la sua prima fotografia in assoluto era riuscita a fissare la strana, inquietante immagine che sarebbe passata alla storia come la prima “foto fatata di Cottingley”. Gardner aveva visto un certo numero di acquerelli di Elsie esposti alle pareti della casa dei suoi genitori. E tuttavia sostenne che non era una pittrice sufficientemente abile da avere disegnato le fate nelle foto, e Conan Doyle gli credette.

Errore numero quattro: fabbricare le prove

Durante la sua visita a Cottingley, Gardner implorò i genitori di Elsie perché la inducessero a fare altre foto fatate. Elsie sostenne che non si poteva perché anche Frances doveva essere presente affinché le fate si manifestassero (a quel punto Frances si era trasferita da Cottingley nella cittadina di Scarborough sulla costa). Senza scoraggiarsi Gardner si mise d’accordo con i genitori di Frances perché la ragazza passasse parte delle vacanze estive a Cottingley. Non c’era niente che le due ragazze potessero fare – la pressione era troppo forte. Così quando Frances arrivò a Cottingley e le due si ritrovarono da sole Elsie le disse che aveva preparato altre due fate in cartoncino in più, una per ciascuna ragazza. Nella valle nascosta le ragazze scattarono altre due foto. Quindi entrambe concordarono, in segreto, che non avrebbero mai più scattato un’altra foto di fate.

The Dancing Fairy, featured in Conan Doyle’s The Coming of the Fairies (1922)

La fata danzante, presentata in La venuta delle fate di Conan Doyle (1922) – Fonte

The Hairbell Fairy, featured in Conan Doyle’s The Coming of the Fairies (1922)

La fata con la “capigliatura parigina”, presentata in La venuta delle fate di Conan Doyle (1922) – Fonte

Gardner fu felicissimo di ottenere le due nuove foto, ma ancora più elettrizzato da una terza, una che Elsie non aveva falsificato. Entrambe le ragazze al momento pensarono che fosse un nido di uccelli, dell’acqua piovana, forme e ombre – ma Gardner sostenne che mostrava delle fate. Conan Doyle lo credette, anche lui.

Un secondo articolo dello Strand, pubblicato nel marzo 1921, annunciava Le prove a favore delle fate, di A. Conan Doyle, con nuove foto delle fate. Nell’articolo Conan Doyle citava l’affermazioen di Gardner che la terza e più sorprendente foto era un “riparo delle fate” [bower, luogo ombroso e riparato in un bosco, NdRufus]. Conan Doyle inseriva anche l’osservazione di Gardner che: «Abbiamo ora avuto successo nello sviluppare magnificamente questa immagine». L’articolo non diceva cosa intendesse Gardner per “sviluppare” l’immagine [nell’originale bring this print out vuol dire “ottenere la stampa” ma ha un certo livello di ambiguità, che non è facile rendere in italiano, NdRufus].

Un pergolato fatato, presentato in La venuta delle fate di Conan Doyle (1922). Sia Elsie che Frances dichiarano che queste specifica fotografia non è stata manipolata – Fonte

L’uomo che aveva creato il più grande investigatore del mondo non seppe mai quanto malamente fosse finita fuori strada la sua indagine. In parte per evitare di metterlo in imbarazzo Elsie e Frances non rivelarono il segreto delle figurine di carta se non molto dopo la sua morte. Elsie aveva visto una volta ciò che ricodava come una «crudele» vignetta su Conan Doyle in una rivista e forse a quel punto aveva compreso, anche, quanto disperatamente egli desiderasse che le foto fatate fossero vere. Se le foto erano reali, scrisse Conan Doyle in La venuta delle fate, un libro che comprendeva entrambi gli articoli dello Strand, esse avrebbero fornito la prima prova plausibile che intere nuove schiere di esseri invisibili esistevano nel nostro mondo.

«Non c’è niente di scientificamente impossibile, per quanto io possa intuire, nel fatto che alcune persone possano vedere cose che sono invisibili ad altri», scrisse Conan Doyle. Egli ammise che sarebbe dovuto trascorrere del tempo prima che «l’indaffarato uomo della strada» capisse che «questo nuovo modo di vita si è davvero affermato e deve essere preso seriamente in considerazione, tanto quanto i pigmei dell’Africa Centrale».

«La scienza vittoriana avrebbe lasciato il mondo duro e pulito e nudo come un panorama lunare», scrisse Conan Doyle, ma ora – con la venuta delle fate – ogni cosa era cambiata. «Una o due conseguenza sono ovvie», scrisse. «Le esperienze dei bambini saranno prese in maggior considerazione. Le macchine fotografiche saranno più diffuse. Capiteranno altri casi ben documentati. Questa gente piccola che sembra essere i nostri vicini, separati da noi solo da qualche piccola differenza di vibrazione, ci diverrà familiare».

La credenza di Conan Doyle nello spiritismo, nelle sedute spiritiche e nel “mondo degli spiriti” è ben noto, tuttavia la sua incrollabile fede nelle Fate di Cottingley è talvolta trascurata o addirittura sconosciuta ai suoi biografi. Non dovrebbe essere; è un dettaglio rivelatore della figura di un uomo troppo spesso confuso col suo freddo e razionale eroe.

The fairy illustrations from which Frances and Elsie based their cut-out figures, from “A Spell for a Fairy” by Alfred Noyes, published in Princess Mary’s Gift Book (1915) – Source

Una delle illustrazioni di fate sulle quali Frances e Elsie basarono le loro figurine di carta, da Un incantesimo per una fata di Alfred Noyes, pubblicato in Il libro regalo della Principessa Mary (1915) – Fonte

Mary Losure è l’autrice di L’anello fatato: ovvero Elsie e Frances ingannano il mondo (Canddlewick 2012), nominato Booklist Editors’ Choice Best Youth Nonfiction nel 2012, e Il ragazzo selvaggio: la vera vita del Selvaggio di Aveyron. Si può visitare il suo sito a www.marylosure.com e il book trailer di Wild Boy su YouTube.

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