Divagazioni sul Presidente della Repubblica – 2

Mentre scrivo non so se Rodotà, alla fine, ce la farà, o se tornerà in campo Marini o se D’Alema che gioca dietro le quinte avrà un improvviso guizzo e brucerà tutti sul traguardo. O forse salterà fuori un altro candidato imprevisto, chissà.

(EDIT: a quanto pare eleggono Napolitano: ma l’articolo l’avevo scritto stamattina e così com’era lo pubblico: tanto parla – quasi del tutto – di altro!)

Sono questioni che riguardano alla fine la politica di breve corso. Invece allontando un po’ lo sguardo mi pare evidente che le ultime elezioni politiche e queste del Presidente della Repubblica suggellino il fallimento dei progetti a lungo termine di due figure che hanno segnato le vicende italiane per la maggior parte della mia vita adulta e che sono accomunate dal fatto che tutti, ma proprio tutti, le ritengono persone dotate di una intelligenza vivissima: D’Alema stesso e il cardinal Ruini.

D_alema ruiniDi D’Alema non m’importa niente, sul cardinal Ruini vorrei dire due parole.

Di Occhetto, de “la cosa” e delle opportunità possibili

Doveva essere il 1990 o poco dopo: il muro era caduto, Occhetto voleva cambiar nome e pelle al PCI e io andai a un convegno nazionale dell’Azione Cattolica in cui fra i relatori c’era Ruini. Il quale ci disse che il tramonto dell’ideologia sovietica lasciava allo sbando nel Paese ampie masse popolari: lui veniva da Parma, zona rossa per eccellenza, e figuratevi il senso profondo di smarrimento in tanti suoi ex-parrocchiani, in conoscenti, in antichi militanti rimasti senza punti di riferimento. Un vuoto addirittura esistenziale che poneva una sfida alla comunità ecclesiale perché fosse riempito con un rinnovato annuncio cristiano (erano ancora i tempi in cui faceva presa l’appello di Giovanni Paolo II per una “nuova evangelizzazione” e tutto veniva tradotto in quel quadro).

L’intelligenza vivissima del cardinale fiutava l’aria, presagiva cambiamenti epocali. Il quadro che ci descrisse chiedeva, nella sua visione, un rinnovato impegno per l’unità dei cattolici in politica, che nel gergo dell’epoca voleva dire impegno nella DC e turatevi il naso; o meglio (non facciamo torto all’intelligenza vivissima del cardinale) il ragionamento doveva essere più o meno: la DC si avvia a non avere più davanti a sé la barriera insormontabile ma rassicurante del PCI. Fronteggerà soltanto Craxi e il PSI, i quali senza il PCI perdono la loro capacità di ricatto, quindi la DC sarà probabilmente egemone. E allora la partita si giocherà tutta dentro la DC, dove una rinnovata classe di attivisti con saldi legami con la vita ecclesiale potrà far fuori la vecchia guardia ormai impresentabile. Tornano i tempi di De Gasperi. Amen.

A me, che venivo da una famiglia comunista e avevo bazzicato da ragazzino la sezione Lenin di via Leopardi, l’idea che il vuoto sovietico potesse essere colmato dall’Azione Cattolica con la stessa semplicità con cui uno cambia un paio di scarpe mi parve delirante, ma non è questo il problema.

Il problema, per l’intelligenza vivissima del cardinale, è che non aveva fiutato tutta tutta l’aria: l’anno dopo scoppiò Mani pulite, Craxi fuggì ad Hammamet e il gioco a due fra DC e PSI si volatilizzò. Pochi anni ancora e Berlusconi dimostrò che c’erano altri modi, molto più efficaci, di riempire i vuoti politici creatisi nel sistema: solo che non riempì i vuoti del PCI, ma della DC, e la presenza politica unitaria dei cattolici italiani fu fagocitata dai due blocchi e scomparve nel nulla.

Il Progetto culturale

Ma il cardinale proseguì nel suo disegno di riconquista cristiana della società italiana, solo emendandolo per tenere conto delle situazione mutata, e nel 1994 presentò il Progetto culturale della Chiesa italiana («terreno di incontro tra la missione propria della Chiesa e le esigenze più urgenti della nazione», il grassetto è mio), uno schema interpretativo e operativo che, di fatto, ci ha accompagnato sin qui.

Il Progetto culturale, diciamolo, nelle diocesi non ha mai funzionato granché, e in parte rischio di attribuire alla sua struttura operativa responsabilità che non ha mai avuto: chi legge il documento fondativo, per esempio, nota che è inserito in un quadro di riferimento legato al “discernimento comunitario”, che è una benemerita pratica ecclesiale di comunione; ma qui ne parlo non come progetto in sé ma come quadro di riferimento che permette di leggere l’impostazione data da Ruini alla Chiesa cattolica italiana.

Il Progetto culturale come linea guida del ruolo da giocare nella società italiana da parte della Chiesa ha comportato l’abbandono dello schema precedente della mediazione culturale, in favore di una elaborazione di visioni politiche e culturali a livello centrale da parte della gerarchia (essendosi abbandonato ben presto il discernimento comunitario), la trattativa diretta fra gerarchia e forze politiche per raggiungere gli obiettivi così elaborati, l’utilizzo del laicato come pura massa di manovra per sostenere le decisioni prese centralmente. Incidentalmente ha comportato la distruzione dell’esperienza politica dei cattolici democratici (che ci hanno peraltro messo del loro), e non è un caso che in queste ore in cui si sostanzia plasticamente il fallimento dell’idea di Ruini assistiamo anche all’abbandono, forse definitivo, di Prodi e Rosi Bindi, ultimi esponenti di quella tradizione politica che lui stesso ha condannato all’estinzione.

Figli della new age

Il tutto in cambio di che?

Se venisse eletto Rodotà (che, a scanso di equivoci, a me piace molto e che ritengo sarebbe il Presidente che ci vorrebbe rispetto al momento complessivo del Paese) avremmo, per la prima volta, un Presidente della Repubblica non solo estraneo al pensiero cattolico (ce ne sono stati molti altri) ma probabilmente estraneo all’idea del riconoscimento dell’importanza delle sensibilità e dei valori cristiani: sul fine vita, sulla famiglia, sulla scuola cattolica, su tutti i bastioni così cari a Ruini non si potrebbe trovare un Presidente più lontano dal pensiero del Cardinale. E non è solo questione di Rodotà: vale lo stesso per la Boldrini e probabilmente per Grasso; nel Movimento 5 Stelle o nei giovani del PD, tutti cresciuti dentro un’impostazione diciamo “laicista”, non c’è alcun interlocutore credibile per la CEI, e la strategia della trattativa diretta funziona solo se dall’altra parte c’è un governo e forze politiche disposte a trattare, perché riconoscono l’importanza della Chiesa come parte sociale: se invece dall’altra parte c’è chi non ha interesse a utilizzare i voti dei cattolici, o che è convinto di poterli avere lo stesso contro la gerarchia, o infine li ritiene voti in ogni caso ostili, non si avrà nessuna trattativa ma solo muri contro muro e la Chiesa questi scontri è sempre destinata a perderli.

Cosa rimane allora alla Chiesa cattolica, dal punto di vista della strategia a lungo termine del cardinal Ruini?

Se si guardano i risultati delle ultime elezioni, molto poco: in rotta la classe dirigente uscente del PD, fallito l’esperimento di Monti e l’idea elaborata nei seminari di Todi di ricostruire attorno a lui la DC (per capire come andava a finire bastava farsi un giro nelle parrocchie), resta solo Berlusconi: ma davvero converrebbe alla Chiesa cattolica il farsi nuovamente identificare con gli “atei devoti” e/o con il berlusconismo, tanto più in un clima culturale mutato in cui comunque Berlusconi è l’esponente più rappresentativo della “vecchia politica” invisa ai cittadini? Se il cambiamento politico va avanti col passo tumultuoso che sembrerebbe avere e diventa ancora più cambiamento sociale Berlusconi sarà inevitabilmente travolto, e sarebbe bene evitare di farsi travolgere con lui, perché gli esiti potrebbero essere veramente rovinosi.

D’altra parte, privata di un laicato maturo in grado di farsi avanti, anche autonomamente, nella situazione politica attuale non è che la CEI abbia molte alternative: si parla, vedo, di riaprire la stagione delle scuole diocesane di politica (secondo me un’ottima idea), ma è una scelta che darà i suoi frutti, se va bene, fra alcuni anni e, in ogni caso, vuol dire tornare a una prospettiva che precede i disegni partoriti dall’intelligenza vivissima del cardinal Ruini. Al momento, il bilancio di vent’anni di strategia è fallimentare e oltretutto lascia privi di strumenti e percorsi alternativi immediatamente percorribili.

E se Marini ce la facesse?

Dice: se ce la faceva Prodi, era un cattolico. Ma Prodi non ce l’ha fatta, comunque era l’ultimo di quei “cristiani maturi” che rappresentavano l’antitesi al pensiero di Ruini e in ogni caso rispetto al problema sarebbe stato una foglia di fico.

A proposito di foglie di fico: potrebbe risorgere Marini, che è un cattolico anche lui. Vale il discorso di Berlusconi: l’unico modo che ha Marini di risorgere è quello che trionfi, alla fine, un meccanismo di larghe intese. Sarebbe un meccanismo vincente nel Palazzo ma perdente nel Paese, e ci sarebbe poco da stare allegri se a un evento così inviso all’opinione pubblica venisse associata una etichetta ecclesiale, legata all’appartenenza religiosa di Marini. Ci manca solo che la tradizione dell’alternanza fra laici e cattolici, sinora più o meno rispettata nella scelta del Presidente in omaggio alla pluralità delle forze che fecero la Costituzione, diventi nella percezione popolare il simbolo degli inciuci di Palazzo.

Il problema (si vede che sto leggendo Machiavelli) è che i destini individuali seguono regole diverse da quelli collettivi: per Marini personalmente sarebbe cosa buona essere eletto, Berlusconi messo alle strette potrebbe sempre salvarsi con l’esilio, D’Alema (per tornare all’altro cavallo di razza) può pensare che affossare Prodi e dilaniare il PD che lui stesso ha creato e che è parto della sua intelligenza vivissima sia un prezzo necessario per salire al Quirinale, dove probabilmente, visti gli umori che girano, potrebbe attendere serenamente che i rivoltosi lo traggano fuori per fucilarlo fra un anno o giù di lì.

Ma queste vie di salvezza individuali sono precluse alle correnti culturali e alle comunità, che possono avere un futuro nella vita di una nazione solo fin tanto che rimangono inserite nel flusso vitale della vita di tutto il popolo: certificando la morte del cattolicesimo popolare e sostituendolo con una visione politica dirigista e centralizzata, sostituendo l’idea di una incarnazione cristiana nella cultura del Paese con l’idea della costruzione di una cultura cristiana alternativa da proporre al Paese, Ruini ha, se non reciso, quanto meno fortemente indebolito il legame fra la vita della comunità cristiana e la vita nazionale.

La parabola del progetto di Ruini rischia di essere quella di un’idea partorita in solitaria che diviene però un fallimento collettivo: mi dicono che capiti spesso a coloro che hanno un’intelligenza così viva da essere un pericolo per sé e per coloro che gli stanno intorno.

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