Razza padrona

C’è una domanda che mi faccio frequentemente di questi ultimi tempi rispetto a certa parte delle mie conoscenze di sinistra, e che più o meno fa così: ma quand’è, esattamente, che siamo diventati razza padrona?

Prima che quelli di altre parti politiche che leggono esultino increduli per la mia conversione, intendo dire: da quand’è che ci sentiamo straniti dall’essere opposizione?

Ecco, quest’idea che arriva l’orda

Voglio dire: pur avendo votato in maniera diversa nel corso degli anni, raramente o mai ho vinto un’elezione, certamente mai con la soddisfazione che le cose fossero andate esattamente come avrei desiderato, senza compromessi, senza imbarcare alleati equivoci, senza doversi adattare alla situazione rinunciando a parte degli ideali.

Per buona parte della mia vita adulta e del mio apprendistato politico, il governo è stato un’entità ostile. E per buona parte delle organizzazioni sociali alle quali ho appartenuto, e certamente ben oltre la fine della Prima Repubblica, il mondo politico era una realtà separata e distante con la quale non c’era identificazione immediata ma piuttosto il riconoscimento che lì dentro c’erano persone vicine e perbene, persone vicine e non perbene, persone perbene ma non vicine e persone con le quali non si doveva avere niente a che fare pena la dannazione in questa o nell’altra vita. L’interesse dell’organizzazione era una cosa ben distinta dagli interessi della parte politica, e portarlo avanti voleva dire avere una serie di relazioni, più o meno cordiali ma sempre guardinghe, con le istituzioni e coloro che le conducevano. Mai con l’idea che avremmo bussato e, certamente, ci sarebbe stato aperto – e se ci aprivano, probabilmente c’era la fregatura da qualche parte.

Quando si avvicinava Genova, nel 2001, ci si preparava a contingenze diverse che andavano da governo poco amico a governo ostile: in ogni caso peccavano per difetto, ma certo nessuno supponeva che il quadro politico fosse fatto a nostra immagine e somiglianza e che a Genova ci attendessero i tappeti rossi (io, per non sbagliare, sono andato a giocare a calcetto e la gamba me la sono rotta da solo, qualche giorno prima, e pensare che volevo andare lo stesso col gesso e le stampelle).

Non ho vissuto direttamente gli scontri di piazza degli anni ’60 e per quelli del ’77 ero troppo piccolo ma sono cresciuto in anni nei quali la violenza politica si sapeva benissimo cos’era. Non ho mai conosciuto Scelba, ma per noi era pacifico supporre che il Ministro degli Interni potesse non essere un galantuomo e che la Polizia, in piazza, potesse menare.

E quindi mi chiedo, com’è che apparentemente tutti si stupiscono che, per dirla con Guccini,

… adesso avete voi il potere,
adesso avete voi supremazia, diritto e Polizia,
gli dei, i comandamenti ed il dovere,
purtroppo, non so come, siete in tanti
e molti qui davanti
ignorano quel tarlo mai sincero
che chiamano “Pensiero”…

Ma anche senza stare sul tema della violenza, cos’è questo scoramento, questo stupore atroce, questo senso di lutto? Com’è che il nemico fa cose da nemico e vedo gente attorno a me che replica con la paura sconcertata del futuro? Quand’è che ci siamo così imborghesiti che il conflitto sociale diventa inaspettato?

Non è che non bisogna avere paura, o non essere d’accordo. È la paura sconcertata che per me è incomprensibile. Gli aristocratici francesi potevano pensare all’apocalisse nel vedere avvicinarsi i fuochi dei rivoluzionari, le carrette e la ghigliottina: noi dovremmo essere preparati.

Ok, ci sono delle spiegazioni, evidentemente: l’anestetizzazione e la rimozione del tema della violenza politica nel dibattito culturale italiano; l’ansia della dirigenza della sinistra di essere finalmente accolta nei salotti buoni della politica e della società, tanto da dimenticare come fosse fatto il mondo là fuori; l’abbandono delle pratiche di conflitto sociale; l’idea perniciosa che la propria superiorità morale debba essere automaticamente riconosciuta; la pervasività di un pensiero di correttezza politica che finisce per fare schermo alla realtà; il rompersi della popolarità come consapevolezza diffusa della difficoltà del vivere.

Tutto vero, e ci sono mille altre spiegazioni: per esempio è anche un fatto generazionale, di non essere più folli e affamati ma soddisfatti e perbenisti, e non è solo la politica; per esempio tanti movimenti culturali che erano marginali, di nicchia, e ai tempi della mia giovinezza davano per scontato di essere minoranza guardata con sospetto e di doversi guadagnare legittimazione ad ogni passo – ammesso che gli interessasse, la legittimazione – adesso si sono fatti grassi e pigri e improvvisamente non si capacitano più che l’assessore li cacci dalla biblioteca o gli neghi la piazza.

Però resta incomprensibile lo stesso.

Ragazzi, prima ci ripijamo e meglio è.

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