Ripiegamenti

In questi ultimi giorni ero in ferie e non ho scritto granché ma l’altro giorno, mentre passeggiavo intorno al lago di Resia, pensavo che una delle cose più tristi dei caotici tempi politici che stiamo vivendo è il modo col quale, in reazione a questa o quella uscita dei 5Stelle, l’opinione pubblica di sinistra, per reazione contraria, abbandona al nemico senza colpo ferire interi territori che un tempo presidiava accuratamente, con una chiarezza di visione degna dello yak addormentato che ho incontrato sopra Resia.

Basta una intervista di Casaleggio sui meccanismi rappresentativi perché improvvisamente tutte le dinamiche di democrazia partecipativa, che erano (e dovrebbero continuare a essere) patrimonio della sinistra e fiore all’occhiello di tante amministrazioni di sinistra, diventino anatema ed espressione di populismo.

Un video (peraltro delirante) di Di Battista dall’America ed ecco che l’espressione pensiero unico, che per anni abbiamo usato tutti quanti per indicare il predominio pervasivo del neoliberismo, diventa oggetto di derisione come se fosse complottismo di bassa lega.

Una uscita infelice sul Sardex della sindaca Raggi e tutta la gente che da anni lavora – e sono tutti di sinistra – sulle monete complementari e i circuiti di economia alternativa diventa il nemico (nonché, come al solito, oggetto di derisione).

Di Maio mette in decreto limitazioni all’apertura dei negozi nelle giornate festive? Segue levata di scudi, ignorando che si tratta della richiesta di una campagna che riunisce a livello internazionale, da anni, sindacati e altre organizzazioni di sinistra.

Potrei fare mille altri esempi e non entro neppure nel dibattito di questi giorni sul crollo del ponte Morandi, che pure offrirebbe un’ampia casistica di capovolgimenti di fronte sino a poco tempo fa impensabili, a favore delle privatizzazioni, di aziende da anni criticate, delle grandi opere, del consumo di suolo.

Intendiamoci: non si tratta di essere d’accordo coi grillini; in tutti questi casi o quasi, infatti, non hanno ragione e parlano a sproposito. Ma il problema è che l’opposizione è istintiva, di pancia – diciamolo, vivaddio: populista – e sui principi: non è che si discute se il decreto è fatto bene o male, si dice che è giusto che i negozi siano aperti sempre, senza la minima nozione di diritti dei lavoratori tutelati di più o di meno, di condizioni e orari di lavoro, di tutela del tessuto sociale, di rapporti di forza fra grandi e piccoli distributori; preoccuparsi di queste cose sarebbe di sinistra (e indicherebbe un pensiero volto alla gestione della complessità), essere acriticamente per l’apertura indiscriminata è una posizione liberista, cioè – diciamolo, vivaddio – di destra, ed è indizio di una tendenza alla semplificazione della complessità, che porta sempre, sempre, sempre, a un pensiero autoritario. Dice: autoritario è Salvini. Esatto: il problema è che non si dovrebbe combattere l’autoritarismo con l’autoritarismo, altrimenti l’alternativa è semplicemente fra due destre diverse.

Certo, questa indignazione di pancia è guidata da campagne comunicative ben precise orientate da leadership della (presunta) sinistra che sono, volta a volta, ignoranti, strumentali o semplicemente si rivelano, come si era sempre sospettato, appiattite su un pensiero di destra, ma quello che fa paura non è tanto questo – che è già iscritto nella consapevolezza della sconfitta epocale di marzo, che leadership non ignoranti, non manipolatorie e non appiattite su un pensiero di destra non avrebbero causato in quei termini – ma l’istintività con la quale reagisce la base, certe volte davvero con la bava alla bocca, che appena quelli aprono bocca già si sta schierando dall’altra parte, inconscia che spesso l’altra parte è davvero cattiva. Persone che da sempre sono state serenamente di sinistra, addirittura militanti (cosa che io, per esempio, in realtà non sono stato mai), che in un attimo abbandonano posizioni consolidate, esperienze di valore, interi settori sociali.

A luglio ho assistito a una riunione di persone che si ritengono storicamente di sinistra che osservavano, un po’ sgomente, come molte analisi della situazione attuale fossero già sul tavolo ai tempi del movimento no global – che era sicuramente di sinistra – e di come tante di quelle analisi e di quelle parole sino state sottratte, negli anni, dalla destra, fino a farsene oggi bandiera. È vero, e la responsabilità è sicuramente delle leadership citate: ma resterebbe a sinistra un patrimonio di analisi, esperienze, valori, pratiche di innovazione sociale che andrebbe tutelato, e che invece ripiegamenti come quelli che avvengono in questi giorni depauperano velocemente e irresistibilmente, rischiando di consegnare alla destra praterie sterminate che in questo momento, in realtà, non avrebbe.

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