Migliorare la razza

Un riferimento piuttosto criptico in Gone with the fairies di Kerry Greenwood (si, sto ancora leggendo i casi di Miss Fisher) mi ha portato a scoprire Marie Stopes, paleobotanica di valore, attivista per i diritti delle donne e pioniera delle tecniche di controllo delle nascite.

Un personaggio piuttosto ributtante, in realtà. Il suo contributo alla diffusione delle pratiche di controllo delle nascite non è tanto legata a quella che noi chiameremmo genitorialità responsabile (avere la possibilità di decidere liberamente quanti figli voglio avere), quanto all’idea che i poveri facevano troppi figli e le classi sociali più avanzate troppo pochi e che (solo) fra i poveri si trovavano gli idioti, gli imbecilli, i nullafacenti, gli alcolizzati, i tubercolotici e tutta una serie di altre figure indesiderabili alle quali non si doveva consentire di trasmettere queste caratteristiche ai figli (siamo in un campo di determinismo biologico piuttosto accentuato); negli Stati Uniti il movimento corrispondente partorirà in molti stati leggi sulla sterilizzazione obbligatoria, una roba che avrebbe poi dovuto condurre, se il mondo fosse giusto, a un processo per crimini contro l’umanità. La cosa interessante, fra l’altro, è che il movimento eugenetico e la visione di Stopes si inseriscono nelle dinamiche sociali successive alla II Guerra mondiale: fra gli indesiderabili ai quali doveva essere impedito di procreare c’erano anche i soldati rimasti traumatizzati, ai quali non bastava, per salvarsi, il fatto di avere versato il sangue per la patria.

Stopes è anche un personaggio che, nel Regno Unito attuale, non è facile mettere in discussione, perché le sue cliniche che insegnavano la contraccezione lavoravano davvero nei sobborghi poveri: parla bene di questo imbarazzo una storica, Suzie Grogan, e ho trovato sul Guardian una interessante lavata di mani che più o meno dice: si, vero, era più a destra di Hitler (sic, era anche antisemita e preferiva che le razze non fossero mischiate), però grazie a lei tante donne hanno potuto ridurre il numero di gravidanze. Un second best piuttosto deludente, in realtà.Sapevo un po’ del movimento eugenetico negli USA, molto meno di quello inglese che era, leggo, complessivamente più moderato di quello d’oltreoceano. D’altra parte ho scoperto che riuniva figure per altri aspetti rispettabili, alcune delle quali per me fonte di ispirazione, per esempio Keynes e Karl Pearson, che Dio li perdoni. La domanda che mi sono fatto, e che in fondo ritorna in tante delle descrizioni dell’epoca, è: «Si poteva pensarla diversamente?». La risposta, ovviamente, è sì: già all’epoca scienziati più seri – e meno portati al cieco determinismo o alla fallacia statistica – e attivisti sociali e religiosi hanno rappresentato un baluardo ideale alla diffusione di queste teorie, per quanto in certi momenti in posizione minoritaria; ci sarebbe moto da dire su una serie di posizioni alternative di eugenetica positiva e di riforma sociale, ma almeno non erano (così tanto) razzisti.

Ma la cosa che mi porto via da una serata di lettura di articoli a metà fra la storia, la statistica e la genetica è l’estrema attualità del dibattito degli anni ’20 e ’30: non perché oggi qualcuno possa pensare davvero a quel tipo di eugenetica, ma perché l’intreccio di scienza e perbenismo, di riforma sociale apparentemente progressista e di mascheramento di interessi delle classi dominanti, di manipolazione di risultati scientifici e di propaganda, mi pare davvero piuttosto attuale.

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