La bolla giapponese

Tornando dalle vacanze in montagna ci siamo fermati a Verona. L’idea ci è venuta perché in Val Venosta ci sono diverse chiese o opere intitolate a santi di tradizione veronese, come san Zeno, san Fermo, san Procolo e san Rustico, chiunque egli fosse, e ci è venuta voglia di vedere le grandi chiese veronesi originarie.

In realtà siamo partiti tardi, abbiamo trovato fila in autostrada e insomma siamo arrivati per ora di pranzo.

Oh, non ci crederete ma a Verona c’è gente a pacchi, a mucchi, a mazzi, accatastata ovunque, e a nessuno importa di san Zeno, san Fermo, san Procolo e san Rustico ma solo di Giulietta. Una folla che non ho trovato in città obiettivamente più importanti artisticamente, mai e poi mai. E piazza delle Erbe, che è bellissima, ha una densità di turisti che arrancano e tavolini e gazebo che occupano ogni centimetro quadro disponibile che al confronto piazza Yenne vecchia maniera sembra il deserto del Sahara.

E tra tutti i posti possibili Google Maps ci ha portato proprio là per mangiare, in una presunta trattoria che aveva un’enorme luce al neon lampeggiante che diceva trappola per turisti a caratteri cubitali.

Per fortuna Maria Bonaria ha l’occhio lungo e passando per via Cappello aveva visto una trattoria che si chiama, caso strano, Cappello e che sembrava frequentata da locali e quindi ci siamo rifugiati lì (dove, fra parentesi, abbiamo mangiato bene e Maria Bonaria ha fatto conoscenza con l’Amarone, ma questa è un’altra storia e sarà raccontata un’altra volta).

La foto viene dal sito dell’Osteria Locandina Cappello

Il fatto è che il locale è un po’ strettino, molti tavoli erano occupati e quindi noi stavamo lì in mezzo ai piedi mentre la cameriera ci preparava il tavolo.

E Maria Bonaria mi faceva gli occhiacci.

E io non capivo.

Quando finalmente ci siamo seduti, mi ha spiegato: «Tu non potevi vederlo, ma c’era una signora giapponese dietro di te e tu le incombevi sopra».

Perché, ammettiamolo, sono un po’ corpulento. E poi avevo la borsa appoggiata alla spalla. Oddio, le avrò infilato la borsa nel piatto?

No, mi ha rassicurato Maria Bonaria: stavo abbastanza lontano.

Per un occidentale. Per la signora mi stavo intromettendo violentemente nella sua sfera di intimità, e mi dice Maria Bonaria che era palesemente e terribilmente a disagio.

Poco dopo la signora si è alzata, ha preso la borsa, l’ha messa in grembo dell’adolescente che la accompagnava e che digitava incessantemente sul cellulare, le ha staccato una mano dallo schermo, nella mano ha infilato il manico della borsa, così che un brigante gaijin di passaggio non potesse sottrarla, ha riattaccato la mano della nipote allo schermo ed è andata in bagno.

Senza che la nipote smettesse un attimo di fissare lo schermo.

Io però non l’ho vista, perché ero già in bagno. Aspettavo davanti alla porta, in una stanzettina, perché il bagno dei maschi era occupato (e, peraltro, ne provenivano rumori sospetti che giustificano la puzza di cane morto che successivamente mi ha accolto).

E la signora è entrata, mi ha visto e ha avuto una esclamazione a metà fra un rantolo e delle scuse frenetiche strozzate in gola. E ha incominciato a agitare le mani per scacciare contemporaneamente me, l’imbarazzo e l’idea di condividere lo stesso bagno con un uomo, per di più un maledetto barbaro gaijin. Io, preso di sorpresa e conscio dei rumori e del branco di cani morti dietro la porta e della strettezza dell’antibagno, ho cominciato ad agitare anche io le mani per indicare – tanto la comunicazione verbale era impossibile – che la porta del bagno delle donne era giusto dietro di me e che non c’era problema, solo una barbara usanza occidentale, mannaggia.

Abbozzando anche un mezzo inchino la signora mi ha superato di corsa e si è rifugiata nel bagno. Poco dopo l’amico dei cani morti è uscito e io ho fatto quel che dovevo fare.

Molto velocemente, per ovvi motivi, e pensando ai bagni giapponesi dotati di ventilatori al pino silvestre e musica soffusa.

Quando sono tornato su ho fatto appena in tempo a vedere la signora che marciava decisa verso la cassa trascinandosi dietro la nipote.

Mi sono sentito in imbarazzo. Però con Bonaria abbiamo riso molto. Mi sono anche allenato a imitare il rantolo di sorpresa e di orrore della signora, senza riuscirci.

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