Cose difficili e entusiasmanti

Oggi abbiamo messo sulla pagina Facebook dei Fabbricastorie l’annuncio della nostra prossima iniziativa, quindi siamo formalmente di nuovo in ballo: a settembre facciamo Playrooms, forse la cosa più difficile nella quale ci siamo mai imbarcati.

In realtà le cose dei Fabbricastorie sono sempre prima volte: nessuno di noi aveva mai scritto un libro, per esempio, la Jam a Cagliari non si era mai fatta, sia Discover Cagliari  che Ichnuseum sono, prima di ogni altra cosa, esperimenti messi su per insieme dimostrare che si poteva fare e contemporaneamente vedere esattamente che cosa ne veniva fuori, e vale anche per altre cose meno pubblicizzate, come La notte che cadde il Paese; siamo autori di giochi che, in maniera naturale, quando lavorano insieme  tendono a creare delle proof of concept, dei pezzi unici dimostrativi.

Tutto vero: ma Playrooms non è difficile perché è nuova, o unica, e da un punto di vista economico altre iniziative erano più impegnative. Playrooms è difficile perché non è lineare nella sua esecuzione, perché è complessa e perché nasce da un’idea molto astratta.

Già, l’idea. Playrooms nasce da un vecchio pallino dei Fabbricastorie, sin dai tempi quando non eravamo ancora associazione con questo nome e giocavamo a On stage! di Luca Giuliano, il gioco del teatro. Come sarebbe On stage! con veri attori?, ci chiedevamo, in un vero teatro?, con un vero pubblico?

Abbiamo fatto qualche esperimento, e in fondo ci siamo convinti che boh, non è detto che messa così fosse direttamente una buona idea. Teatro e gioco seguono regole diverse, e come olio e vino sono entrambi fluidi ma non si mischiano bene, così per queste due realtà. Però ci è venuto in mente che forse la domanda più interessante era quella contraria: invece di mettere il teatro dentro il gioco, come sarebbe il teatro se tu ci mettessi dentro il gioco? Il teatro, o delle installazioni artistiche, un flashmob, boh, con dentro il gioco, come sarebbero?

Credo che quella fosse la domanda giusta. Da quella domanda, dopo molte gestazioni, nasce un progetto che per molto tempo tra noi abbiamo chiamato soltanto le stanze e che a un certo punto ha avuto un nome formale molto altisonante, Strumenti ludici al servizio del teatro interattivo, per una richiesta di finanziamento alla Fondazione di Sardegna. Da allora molta acqua, degli strani esperimenti in giro per la Sardegna e un paio di accorate richieste di proroga sono passati sotto i ponti, ma ormai ci siamo. Quando abbiamo dovuto trovare un nome accattivante per l’evento principale Strumenti ludici eccetera non ci sembrava adatto, quindi siamo tornati al nostro nome originario per il progetto: Playrooms.

Perché di fatto è quello che faremo: abbiamo attrezzato alcune stanze in varia maniera perché ciascuna sia il contenitore di un’esperienza di gioco, Un’esperienza di gioco però sempre immersiva, coinvolgente, che spinga alla cooperazione con gli altri giocatori, alla recitazione. Giochi che prendono vita, come abbiamo scritto nel sottotitolo dell’evento.

Cosa c’è dentro le varie stanze non lo dico, anche se già su Facebook un po’ di anticipazioni ci sono: come in un matrimonio con Guybrush Threepwood, qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato (ci sono un paio di collaborazioni generosissime, come spesso capita ai Fabbricastorie), qualcosa di blu, qualcosa di tessuto. Soprattutto, c’è più tecnologia e scenografie di quanta ne abbiamo mai messo in campo, e per essere autori di giochi ultimamente discutiamo con frequenza allarmante di tagli di legname, giunture, canalette per i cavi di alimentazione e robe del genere. Credetemi, non sono difficoltà da poco, così come non è da nulla pensare di armonizzare più eventi – perché di questo si tratta – che si svolgono in contemporanea.

Però l’idea, seocndo me, per quanto complessa, e astratta, e un po’ ingenua (uno dei futuri ospiti, che ne sa molto più di me, quando gli ho detto: «Sai, vogliamo fare dei giochi immersivi…», mi ha detto: «Si, ma immersivi come? Perché ormai gli autori parlano di otto tipi diversi di immersività…»), l’idea, dicevo, secondo me è fighissima, e sono felice di invitarvi nelle nostre stanze dei giochi.

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