Dentro dolorose ferite aperte

Ho letto casualmente su The Atlantic l’intervista alla madre e all’amico di una delle vittime del massacro della discoteca Pulse di Orlando, nel 2016. Era straziante: non solo nella storia in sé della strage, ma nella vita spezzata della madre

La mia salute era già in declino prima che Christopher morisse. Il medico mi aveva trovato due tumori nell’ovaia sinistra. Se a Christopher non fosse successo niente, penso che gradualmente avrei recuperato la salute. Ma adesso non ho la capacità di evitare il dolore.

When Christopher was born, I had decided to become a single mother. I devoted my life to my one son. After my diagnosis, I was sadder over the fact that I was potentially going to die and he was going to have to deal with my death in his 30s.

Quando Christopher è nato ho deciso di essere una madre single. Ho dedicato al mia vita al mio unico figlio. Dopo la diagnosi ero rattristata dal fatto di poter morire e che lui dovesse affrontare la mia morte già a trent’anni […]

È così che la sto affrontando: essere la mamma che protegge il suo lavoro di una vita, e impegnandomi in attività che tentano di impedire che altre madri provino il mio dolore. Ma la mia vita è finta. Me ne sto andando alla tomba nel dolore

ma anche nel racconto dell’amico di un gruppo di giovani amici con una vita ricca di sentimentalità esasperata stroncata tragicamente prima che potesse entrare in una più pacata età matura.

Quando nel mio Feedly hanno cominciato a comparire altre interviste a sopravvissuti di stragi compiute negli Stati Uniti ho capito che si trattava di un tentativo di The Atlantic di offrire una riflessione a latere della March for our lives, grande marcia contro la diffusione delle armi negli USA che si è tenuta il 24 marzo scorso.

La serie merita una lettura assoluta; mi dispiace solo di non poter tradurre tutte le interviste. Naturalmente non tutti i sopravvissuti hanno memorie e riflessioni dello stesso livello (e neanche la stessa opinione sulle misure da intraprendere) ma la serie è, come avrete capito dalla voce Christine Leinonen, narrativamente molto potente, offre uno spaccato interessantissimo della società americana e un punto di accesso interessante e non propagandistico su quello che uno dei fenomeni politici più importanti in questo momento negli USA.

La serie ha un suo punto ideale di partenza nell’articolo che racconta i legami che si stabiliscono nella comunità unita dalla fortuna dei sopravvissuti delle varie stragi avvenute negli ultimi anni. L’introduzione vera è propria è nell’articolo di presentazione e seguono poi le interviste. Due di queste pongono in un certo senso le premesse: quella a Devorah Heitner che sopravvisse a una sparatoria al Massachusetts’s Bard College di Simon’s Rock nel 1992, una strage prima che le stragi diventassero un fenomeno noto, e a Heather Martin, sopravvissuta al noto massacro della scuola di Columbine. Segue poi Lisa Hamp (Virginia Tech, 2007, 33 morti) e Pardeep Singh Kaleka, il cui padre fu ucciso nella sparatoria al tempio Sikh del 2012 in Wisconsin: questo è una sorta di percorso di avvicinamento. Al massacro nella scuola elementare di Sandy Hook (2012, già quasi sei anni) sono dedicate tre interviste: Scarlett Lewis e Alissa Parker, che persero i loro figli, e la figlia di una insegnante che invece sopravvisse. Infine il fratello di una delle vittime della strage nella chiesa metodista di Charleston, in Georgia e Christine Leinonen e Brandon Wolf, dei quali ho detto all’inizio.

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