È un eretico chi accende il rogo, non colei che vi viene bruciata

Nel Racconto d’inverno di Shakespeare a un certo punto il re Leonte minaccia di mettere al rogo la fastidiosa Paolina che gli tiene testa, e quella gli risponde secca:

È un eretico chi accende il rogo, non colei che vi viene bruciata.

Il rogo era una pena che comportava o l’eresia – e vi venivano condannati sia uomini che donne – o il tradimento, nel qual caso era riservato alle donne, mentre gli uomini venivano impiccati e poi squartati (la stregoneria era un reato a cavallo fra queste due fattispecie). Probabilmente Leonte si riferisce al delitto di tradimento (dopotutto la dama sta disobbedendo a un suo ordine esplicito) anche se nel dialogo precedente ha già chiamato Paolina strega due volte (witchhag), ma Shakespeare per bocca di Paolina è lesto a ricordare al pubblico tutto il portato simbolico di questa pena: la frase è al femminile (not she which burns in’t) e si cita esplicitamente l’eresia, a cui Leonte non aveva fatto riferimento.

Nel McGregorDa quando ho letto Shakespeare restless world mi capita spesso di chiedermi come doveva reagire il pubblico concreto del primo diciassettesimo secolo alle frasi pronunciate sul palcoscenico, o meglio a quali concreti elementi di attualità pensava che l’autore si riferisse.

Se considerata in questo modo, la frase di Paolina è notevole. Il Racconto d’inverno è stato scritto, pare, intorno al 1610; in Inghilterra l’ultimo processo per eresia conclusosi con la condanna al rogo è giusto del 1612, a un non-conformista chiamato Edward Wightman; nel 1605 la congiura delle polveri aveva portato a una recrudescenza della persecuzione contro i cattolici e un discreto numero di Gesuiti e loro sostenitori erano saliti al patibolo; i processi per stregoneria e per tradimento (alto o basso) andranno avanti in Inghilterra e Scozia fin quasi all’Ottocento e anche quelli dovevano essere ben presenti al pubblico di Shakespeare: lo stesso re Giacomo I aveva, notoriamente, presieduto alla caccia alle streghe e ai processi contro Agnes Sampson e altri a North Berwick nel 1595 (vale la pena di notare che l’offesa nell’occasione non era religiosa, ma politica: la congrega avrebbe tentato di assassinare il re durante un viaggio per mare con dei riti magici).

E quindi, in un mondo nel quale la giustizia contro gli eretici, le streghe e i dissidenti è esercitata dallo Stato, che all’epoca si identificava col re, Shakespeare mette in scena un re che minaccia di esercitare questo tipo di procedimento e che in cambio viene definito, lui, eretico.

Notevole, appunto. E mi sono chiesto: quanto coraggio ci sarà voluto, a Shakespeare? In questo momento la sua fortuna è dovuta anche all’essere notevolmente di moda a corte e di godere di produzioni altolocate. Rischiava di mettere in pericolo la posizione raggiunta? Oppure la cosa sta diversamente?

Purtroppo per una volta non sono riuscito a risolvere la questione tramite la rete, e me la appunto qui perché magari una volta o l’altra riuscirò a scoprirlo.

Avevo pensato che, in realtà, Shakespeare in qualche modo si facesse araldo di un pensiero interno alla corte (non è che manchino momenti di cortigianeria nelle sue opere): Giacomo in fondo era portatore, ancora più di Elisabetta, di un tentativo di conciliazione nazionale sul piano sia politico che religioso, ed è comprensibile che un importante drammaturgo ben introdotto a corte auspichi pubblicamente l’abbandono dei roghi e delle persecuzioni, ma questo sarebbe più comprensibile prima della congiura delle polveri che non dopo.

D’altra parte c’è un altro pezzo dell’opera che ha palesi richiami politici che dovevano essere immediatamente ben compresi dal pubblico: è il processo alla regina Ermione. Come ogni inglese doveva sapere benissimo, i processi alle regine capitavano davvero e generalmente finivano male; nei sessant’anni precedenti due regine si erano dovute presentare davanti a una corte per discolparsi e, in entrambi i casi, erano salite al patibolo: Anna Bolena e Maria Stuarda. L’una era la madre della regina Elisabetta, a cui Shakespeare dedicherà un elogio lunghissimo nell’Enrico VIII scritto appena un anno dopo del Racconto d’Inverno – la santificazione laica di Elisabetta come icona della nazione inglese doveva essere già in pieno svolgimento, e si accordava con la conciliazione nazionale di Giacomo – e l’altra era la madre di Giacomo stesso (e messa a morte da Elisabetta, ovviamente); qui Shakespeare è palesemente politico e, come sempre, meravigliosamente ambiguo: a seconda della regina simboleggiata in Ermione il senso del Racconto d’Inverno cambia notevolmente.

secret-shakespeareL’unica cosa che mi appunto qui ulteriormente è che, cercando materiale su questo piccolo mistero, ho scoperto che fra le tante teorie che abbondano su Shakespeare ce n’è una che lo presenta come cripto-cattolico (o un resistente cattolico) e che il Racconto d’Inverno è spesso citato, per vari motivi, a favore di questa tesi. Che Shakespeare ce l’avesse con i Puritani non è un mistero e che, tendenzialmente, rifuggisse dall’estremismo religioso è piuttosto assodato; la teoria però va più avanti e, per quanto ben sostenuta anche in campo accademico, sconta il fatto di essere largamente indiziaria e, forse, anche sostenuta da gente che pensa che la storia delle idee proceda per salti e non per continuità di lungo corso, ma questo mi ha permesso di scoprire un autore molto interessante, Richard Wilson, e un bellissimo saggio sul rapporto fra la scena della statua del Racconto d’inverno, la teologia cattolica, la Messa, l’arte, la mariologia, l’universo e tutto quanto (il saggio è The statue of our queen; il libro ha un andamento molto più ampio e complesso e forse complessivamente meno convincente: per una recensione, leggete qui).

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