Dal ghetto di Varsavia a Robben Island

Nel McGregorHo finito di leggere ieri Shakespeare’s Restless World: An Unexpected History in Twenty Objects (Penguin, 2014), un libro bellissimo che però ho preso e abbandonato a più riprese: mi è stato utile per le puntate di Oggi parliamo di libri dedicate a Shakespeare, poi è rimasto casualmente a giacere nel bagagliaio della macchina parecchio tempo e così via.

Eppure è una lettura deliziosa e appassionante: l’autore è Neil McGregor, storico dell’arte inglese e direttore per quindici anni della National Gallery e in sequenza del British Museum per quasi altrettanto.

Ho scoperto dopo la lettura che il libro è la trascrizione di una fortunata serie di trasmissioni radiofoniche della BBC (se cliccate sul link potete ascoltare il podcast): al centro di ogni puntata c’è un oggetto dell’epoca (un libro, una spada, una forchetta, un ritratto ufficiale di Elisabetta, un mappamondo, un reliquiario…) che serve a illustrare un aspetto della società dell’epoca e che dà nuova sostanza a versi, battute e tematiche complessive delle varie opere teatrali scespiriane.

Il libro è delizioso, il tipo di piacevole divulgazione storica mista a analisi letteraria non banale che fa la gioia del vostro affezionato Rufus qui presente e che è così tipicamente anglosassone (loro hanno McGregor, noi Sgarbi, ecco), ma non è di questo che voglio davvero parlare.

Il ventesimo e ultimo capitolo, infatti, sterza bruscamente.

In questo libro abbiamo guardato al modo col quale le opere di Shakespeare sono state confezionate per rivolgersi a uno specifico pubblico e al mondo incerto e senza pace nel quale quel pubblico viveva.

Il ventesimo capitolo, però, presenta come oggetto una copia del First Folio, la prima edizione delle opere di Shakespeare. Una copia particolare, appartenuta a un ricco collezionista scozzese e ora conservata in un museo giapponese: un buon esempio della dimensione globale raggiunta dall’autore, letto ovunque e in tutte le epoche, ed è qui che McGregor racconta un paio di storie notevoli che  mi hanno molto colpito.

Il 22 luglio 1942 le SS tedesche annunciarono che tutti gli ebrei di Varsavia sarebbero stati, secondo l’eufemismo dell’epoca, “reinsediati” nel campo di Treblinka. Era di fatto una condanna a morte. C’erano, tuttavia, sei categorie di persone che erano esenti dal reinsediamento. Il ventiduenne Marcel Reich-Ranicki era una di quelle eccezioni. Ora ultranovantenne [è morto in realtà nel 2013 a 93 anni, NdRufus] e il critico letterario più importante della Germania, ha raccontato la sua storia davanti al Parlamento tedesco nel gennaio 2012.

«Queste comprendevano tutti gli ebrei sani in età lavorativa, tutte le persone alle dipendenze di autorità pubbliche tedesche o in attività produttive tedesche o quelli che erano impiegate nel Judenrat e negli ospedali ebraici. Una frase improvvisamente mi diede da pensare: neanche le mogli e i figli delle persone in queste categorie sarebbero state reinsediate».

Ebreo di origine polacco-tedesca lavorava per il Judenrat, il Consiglio ebraico instaurato dai nazisti. Non aveva moglie o figli ma era fidanzato e comprese che, se avesse agito prontamente, poteva evitare che la sua fidanzata fosse “reinsediata”. Doveva sposarla immediatamente:

«[…] La cerimonia non durò a lungo. Non ricordo se con tutta la fretta e l’eccitazione io abbia realmente baciato Teofila. Non lo so. Ma ricordo bene il sentimento che ci avvolse, un sentimento di paura, paura di ciò che sarebbe accaduto nei giorni a venire. E ricordo ancora il verso di Shakespeare che mi venne in mente in quel momento: “Ward je in dieser Laun’ ein Weib gefreit?”».

Ward je in dieser Launein Weib gefreit? è nel Riccardo III 1,2: Fu mai donna corteggiata in tale stato d’animo?

È una citazione dalla lodatissima traduzione in tedesco del Riccardo III di Shakesperare ed una cosa stupefacente da ricordare per un giovane polacco tedesco in un tale momento. In quel suo momento di estremo bisogno le sole parole che Marcel Reich-Ranicki ha trovato sono state quelle di Shakespeare.

L’altra storia notevole è quella della Bibbia Induista di Robben Island. Robben Island è la prigione sudafricana nella quale negli anni ’70 vennero rinchiusi Mandela e altri leader della lotta contro la segregazione razziale. Uno di questi, Sonny Venkatrathnam, chiese di poter avere dei libri. La risposta delle autorità carcerarie fu che ne poteva avere solo uno e Venkatrathnam scelse le opere complete di Shakespeare. Più tardi, quando fu stabilito che i prigionieri potevano avere solo testi religiosi, camuffò la copertina con cartoline induiste e altri immagini religiose.robben island mandela

Quella che vedete è proprio la firma di Mandela: prima di essere scarcerato Venkatrathnam chiese ai compagni di firmare un passo di Shakespeare a loro scelta. Mandela scelse un testo dal Giulio Cesare:

I codardi muoiono molte volte
prima della loro morte; i coraggiosi
gustano la morte una volta sola.
Di tutti i prodigi di cui ho sentito,
il più strano mi sembra il timore degli uomini
nel vedere che la morte, una fine necessaria
verrà – quando deve venire,

un altro compagno, Walter Sisulu, il lungo monologo di Shylock ne Il mercante di Venezia:

Mi avete chiamato miscredente, un cane di strozzino,
e avete sputato sul mio gabbano di ebreo…

E così è pienamente giustificata la conclusione di McGregor, che non posso che fare anche mia:

Immaginare Sisulu leggere quei versi è immaginare che Shakespeare evochi le umiliazioni dell’apartheid in Sudafrica. La Bibbia di Robben Island dimostra a gran voce la grande verità che ciascuno può vedere in Shakespeare il riflesso della propria sorte.

Esatto, proprio così.

P.S. Le traduzioni sono prese dall’edizione Sonzogno dell’opera completa di Skakespeare a cura di Mario Praz che stava a casa dei miei nonni. In precedenza McGregor ha condotto un’altra fortunata serie di trasmissioni alla BBC, intitolata La storia del mondo in 100 oggetti. Il libro corrispondente è edito in italiano con questo titolo da Adelphi (2015): il costo è di una ventina di euro e dovrebbe essere anch’esso una lettura molto piacevole.

P.P.S. Vedo sulla stampa inglese che un certo numero di esponenti dell’African national Congress, il partito di Mandela, leggono la storia della Bibbia di Robben Island con un certo fastidio, per motivi che non ho potuto ben ricostruire e sui quali mi riservo di approfondire. Vedo anche che nella stessa rievocazione al parlamento tedesco Marcel Reich-Ranicki racconta di aver fatto coraggio alla moglie raccontandole una metafora presa da Dostoevskij. Il ragionamento di McGregor, naturalmente, regge lo stesso.

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