La diabolica Paolina e l’eretico che non era

Ho visto avantieri al cinema il Racconto d’inverno di Shakespeare, in un allestimento che mi è parso bellissimo trasmesso in diretta dal Garrick Theatre di Londra con Kenneth Branagh, Judy Dench e molti altri, tutti bravissimi.

Bellissimo l’ho già detto? Bellissimo.

C’è stato un momento, però, nel quale le scelte di regia mi hanno lasciato perplesso.

Su Shakespeare esiste ovviamente una letteratura sterminata e si può stare certi che autori come Branagh e Rob Ashford, che firmavano insieme la regia, siano “filologicamente corretti”, nel senso che le loro scelte di regia tengono sicuramente conto del corpus critico e interpretativo che si è accumulato: possono decidere di dissentire, ma certamente non includeranno mai nel loro lavoro nessuna interpretazione campata per aria e quindi hanno certamente ragione loro.

Però io l’ho pensato lo stesso: «Ma non è così!».

Il punto controverso è nel momento più tragico dell’opera.

[Avviso: sto per raccontare anticipazioni sulla trama]

Allora: il re Leonte si è convinto che la moglie Ermione lo ha tradito col re di Boemia, Polissene,e  che la figlia che gli è appena nata sia appunto figlia di Polissene; vorrebbe quindi mettere a morte la regina. Nel momento cruciale del processo, che è del tutto indiziario per non dire direttamente basato esclusivamente sulle farneticazioni del re, giungono i due messaggeri con il responso dell’oracolo di Apollo a Delfo, che il re si è dovuto piegare a interpellare tanto paiono a tutti assurde le sue accuse. Il responso dell’oracolo viene aperto e, per la consolazione della corte e del pubblico, è favorevole alla regina.

UFFICIALE – (Apre il sigillo della pergamena e legge)
«Ermione è casta. Polissene è integro.
Camillo è suddito onesto e leale.
Leonte è un tiranno geloso».

Leonte tenta ancora di forzare la situazione

LEONTE – Non c’è niente di vero nell’oracolo!
Il processo prosegua. È tutto falso!

quando la tragedia si scatena. Giunge un messaggero per annunciare che il figlio primogenito del re, il bambino Mamilio, terrorizzato che la madre potesse essere uccisa, è morto di crepacuore. A catena la regina cade distesa a terra, esanime (Questa notizia ha ucciso la regina. Guardatela: ha il volto della morte!) e viene portata fuori scena da Paolina, la dama che già aveva implorato il re di perdonare la regina e il cui marito Antigono, badate bene, è stato ucciso mentre portava la neonata a morire nelle terre selvagge.

Insomma, Paolina porta fuori la regina svenuta mentre Leonte finalmente comincia a riprendersi dalla sua follia

LEONTE – Apollo! Questa è la sua ira!
I cieli stessi vogliono punire
la mia iniquità!

e confessa pubblicamente, con un monologo, le macchinazioni con le quali ha tentato di assassinare Polissene e costretto alla fuga Camillo. A questo punto le indicazioni di scena dicono:

Rientra PAOLINA, infuriata

Sino a quel momento Judy Dench interpretava Paolina con l’aria della vecchia dama – o suocera – combattiva come sono le dame d’altri tempi che si possono ormai permettere di dire la verità a tutti, non avendo più nulla da perdere. Ora però Paolina è fuori di sé e annuncia la morte anche della regina, schiantata dalle accuse ingiuste, dalla prigionia e ora dalla morte dei due figli, con una lunga invettiva nei confronti del re che ne passa in rassegna tutte le colpe, le sventure che le sue azioni hanno causato e nomina, una per una, tutte le sue vittime. Il re è colpito, annichilito, ma uno dei nobili si riprende dallo shock e fa appello al rispetto che sempre si deve alla corona. Ed è qui il punto che mi ha lasciato perplesso, quando Paolina fa, apparentemente, retromarcia:

PAOLINA – Mi dispiace; ho ecceduto, e me ne pento,
come m’accade quando me n’accorgo.
Ho dato veramente troppo sfogo
alla mia impulsività di donna:
si vede chiaramente che è toccato
nel profondo del cuore. A mal passato
senza rimedio, dolore passato.

Solo che questa sua nuova compassione nei confronti del re non le impedisce di rigirare il coltello nella piaga, continuando a richiamare al re le sue vittime sotto la pretesa di non nominarle più:

Non fatevi motivo d’afflizione
del mio apostrofarvi; anzi punitemi,
vi prego, per avervi rinfacciato
cose cui non dovreste più pensare.
Vogliate perdonare, mio buon Sire,
una povera sciocca come me,
ma l’amore che porto alla regina…
Ah, sventata, che ancora ve la nomino…
no, no, di lei non vi parlerò più,
e nemmeno dei vostri due figlioli…
né vi rammenterò del mio signore
anch’egli ormai perduto…

E gira, e rigira. Judy Dench ha reso Paolina come sincera, ma c’è invece di che pensare che Shakespeare avesse altro in mente: magari una corte che, di fronte alla tragedia, tenta di mantenere una parvenza d’ordine, un nobile che tenta di reprimere la scatenata Paolina (magari possiamo immaginare le guardie di corte che fanno un minaccioso passo avanti) e lei che, di fronte alla nuova situazione, cambia approccio passando dall’invettiva furiosa a modi più insinuanti.

Del resto, come scopriremo nel finale, Paolina in questo momento ha già nascosto la regina – o forse le ha somministrato un filtro per la morte apparente sul genere di quello di Giulietta – e si dispone a vegliare sul castigo e il pentimento del re fino a che la bambina perduta non sia ritrovata e la regina possa tornare in scena. La sua nuova compassione nei confronti del re, a quanto sembra, è piuttosto superficiale: forse ce la possiamo immaginare, in tutti gli anni successivi, sempre pronta a riattizzarne il dolore appena il re possa tentare di riprendere una vita normale, come si vede nella prima scena del quinta atto: da una parte loda il re per come ha vissuto in penitenza tutti quegli anni, dall’altra si assicura che non possa rifarsi una vita e continua a rinfacciargli il suo crimine:

PAOLINA – Vero, fin troppo vero, mio signore;
se mai sposaste una dopo l’altra
tutte le donne che son sulla terra,
e prendeste da ognuna tutto il meglio
per costruire una sposa perfetta,
quella che avete uccisa
resterebbe pur sempre ineguagliata.

E insomma, se mai dovessi dirigere una volta il Racconto d’inverno – cosa che per fortuna dell’arte non capiterà mai – io forse non sceglierei Judy Dench o Maggie Smith perché facciano un personaggio sul genere della duchessa madre in Downton Abbey, ma magari sceglierei un’attrice che faccia una specie di machiavellica e bipolare Crudelia DeMon, oppure, addirittura, una sorta di maga – dopotutto traffica in morti apparenti e statue magiche – mefistofelica, oppure una sorta di nume tutelare della famiglia che da Eumenide dei momenti lieti è trasformata in una sorta di Erinni finché Apollo non decida altrimenti.

P.S. I più attenti fra voi avranno notato che nel titolo ho citato un eretico. Eretico? Quale eretico? Lo spazio è terminato, ne parlo domani.

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