La Brexit vince. Un’illusione muore

Ho proposto che il seminario di Cagliari Città Capitale e del Circolo Me-Ti prenda spunto da un articolo del giornalista inglese Paul Mason (un importante editorialista e commentatore televisivo, molto schierato a sinistra), di cui ho già detto che

Si tratta di un articolo che si propone di suggerire al leaader  laburista Corbyn una linea politica post-Brexit e ha molti meriti: è operativo e non ideologico, esprime comprensione delle ragioni degli elettori del Leave e non paternalismo, è collocato direttamente dentro un orizzonte di sinistra (addirittura dell’ala radicale del Labour) e ragiona in una prospettiva di azione non tanto immediata quanto di alcuni anni.

L’articolo (e la piattaforma programmatica) ha peraltro una serie di elementi che al lettore di sinistra italiano (soprattutto a uno con il mio profilo demografico: urbano, istruito… ok, magari non giovane, ma io sarei un classico sostenitore del Remain, e infatti lo sono) sembrano anatema…

È articolo molto interessante, e anche per molti aspetti discutibile: dovendolo tradurre per il seminario mi sembra utile riproporlo anche qui, perché può essere valido al di là dell’occasione specifica.

L’articolo è uscito originariamente su Medium.com; una sintesi ben fatta delle idee di Mason in generale e della sua visione politica è stata pubblicata recentemente da Panorama. Poiché gli avvenimenti galoppano Mason si rivolge al segretario del Labour Jeremy Corbyn, che nel frattempo però è già stato sfiduciato dal suo gruppo parlamentare: la cosa non dovrebbe cambiare l’interesse per il lettore italiano.

La Brexit vince. Un’illusione muore

di Paul Mason

Che c’è da fare adesso per la sinistra radicale del Labour e oltre?

maxresdefault (1)La Gran Bretagna ha votato per lasciare l’Unione Europea. Il motivo? Una larga fetta della classe popolare, concentrata in città e paesi che sono stati silenziosamente devastati dall’economia di mercato, hanno deciso di averne abbastanza.

Basta con lo squallore, basta con le vie principali desolate, basta con lavori a salario minimo e basta bugie e spargimento di minacce e paure da parte della politica. L’argomento che ha catalizzato il voto per la Brexit è stata la massiccia e non organizzata immigrazione dall’Europa che è iniziata con l’ingresso dei paesi “A8” [gli otto paesi dell’Europa orientale entrati nell’Unione nel 2004, NdRufus] e che ha fatto un nuovo balzo in avanti dopo il 2008 quando l’economia europea stagnava mentre la Gran Bretagna godeva di un zoppicante recupero.

Non è una sorpresa per nessuno che viva la propria vita sul lato della strada di politica e giornalismo che una minoranza della classe popolare bianca sia razzista e xenofoba. Ma chiunque pensi che metà della popolazione inglese rientri in quelle categorie si sbaglia del tutto.

Decine di migliaia di persone di colore o asiatiche avranno votato per la Brexit, così come un numero equivalente di lavoratori politicamente istruiti e orientati a sinistra. Birmingham, Nottingham, Sheffield e Coventry – città universitarie multietniche – sono anch’esse andate al Lasciare.

Né le forze politiche di centro né la sinistra a favore del Rimanere sono stati capaci di spiegare come compensare l’impatto economico negativo degli immigrati poco qualificati in condizioni a) di libero movimento garantito b) stagnazione permanente in Europa e c) austerità in Gran Bretagna.

Saputo dal Governo che questi non avrebbero mai potuto controllare l’immigrazione rimanendo all’interno dell’UE, più del 50% della popolazione ha deciso che controllare l’immigrazione era più importante del far parte dell’UE.

E così il problema per i laburisti non è, ancora, che un ampio numero dei propri elettori stia abbandonando il partito. Possono ancora farlo se il Labour sbaglia – ma fino alle ultime elezioni in Maggio lo zoccolo duro del voto del Labour ha retto.

Invece gli elettori delle roccaforti tradizionali del Labour hanno semplicemente deciso di cambiare dal basso la politica del partito in merito all’immigrazione, e per sempre, lasciando l’Unione Europea.

La dirigenza del partito ha provato, tardi e in modo confuso, di tirar fuori soluzioni micro-economiche – più fondi per aree dove il Servizio Sanitario e le scuole si trovano sotto pressione; una nuova direttiva che impedisca ai datori di lavoro di importare l’intera forza lavoro dall’Europa dell’Est a termini e condizioni minimi. E una promessa di rinegoziare i futuro il pilastro del Trattato di Lisbona sul libero movimento.

Poiché fatta tardi e a malincuore questa offerta è stata a malapena ascoltata. Ed è evidente che a qualcuno non sembra nemmeno plausibile – data l’insistenza del centro laburista e della borghesia liberale che l’immigrazione è cosa buona per definizione e «non c’è niente che ci si possa fare». E data anche l’insistenza di Jean Claude Juncker che non ci potesse essere alcuna forma di rinegoziazione,

In fin dei conti, come ho già scritto, ci sono buoni motivi per una Lexit [Left Brexit: “uscita a sinistra”, cioè con motivi di sinistra contro l’UE), NdRufus] sulla base di motivi di democrazia e di giustizia economica. Ma questa non sarà Lexit. A meno che il Labour non possa vincere una elezione anticipata noi avremo un processo accelerato di tatcherizzazione e la dissoluzione del Regno Unito.

A differenza di me, tuttavia, molte persone che credono nella Lexit erano preparate a votare assieme ai conservatori dell’estrema destra per arrivare al punto.

Il compito che rimane alla Gran Bretagna adesso è di adattarsi alla nuova realtà, e velocemente. La destra del Labour sta già cercando di dare la colpa a Corbyn; l’UKIP cercherà di attrarre gli elettori laburisti. Con buona probabilità ci sarà un secondo referendum indipendentista in Scozia.

Corbyn ha avuto ragione nel tenere duro sulla base di una piattaforma di “restare e riformare” ma le riforme da lui proposte non sono mai state abbastanza radicali. Ha avuto anche ragione nel dedicare i suoi sforzi ad altri argomenti – evidenziando che dentro o fuori dell’Unione Europea, la giustizia sociale e i servizi pubblici sono sotto attacco. Ma il centro e la destra del Labour hanno poi confuso gli elettori sfilando a braccetto con i centristi dei Conservatori con i quali Corbyn aveva promesso che non sarebbe mai salito assieme su un palco.

La corrente di ispirazione Blairita Progress si illude se pensa di poter usare questo passaggio per lanciare un colpo di stato contro Corbyn. L’ala neoliberale del partito laburista deve capire – possono volerglici alcuni giorni – che il loro tempo è passato. Tirate le somme sembra che il Labour sia riuscito comunque a portare i due terzi dei propri elettori a votare Remain [controllerò in seguito ma questo è quanto ha detto YouGov]. Quindi il fallimento maggiore è di Cameron. Sembrerebbe che il voto Tory si sia diviso 60/40 per la Brexit.

È possibile che Cameron si dimetta rapidamente. Ma non è questo il punto. Il punto sono le elezioni e per cosa combattere.

Il partito laburista deve iniziare, immediatamente, un grande riorientamento politico. Qui ci sono i miei dieci suggerimenti per come dobbiamo procedere noi della sinistra del Labour.

  1. Accettare il risultato. Il Labour porterà la Gran Bretagna fuori dell’Europa se vince le elezioni.
  2. Chiedere le elezioni politiche entro 6-9 mesi: Cameron non ha mandato per negoziare la Brexit. Ai partiti deve essere concesso di sottoporre agli elettori i propri rispettivi piani per la Brexit e successivamente condurrei negoziati. In questi il Labour dovrebbe:
  3. Combattere perché la Gran Bretagna rimanga nell’Area Economica Europea e possa applicare un “freno d’emergenza” all’immigrazione sulla base delle regole dell’AEE. Questa dovrebbe essere la posizione negoziale di un governo laburista.
  4. Il Labour dovrebbe combattere per tenere tutte le leggi progressiste dell’Unione Europea (lavoro, ambiente, protezione dei consumatori) ma abolire i limiti sugli aiuti di stato, azioni sindacali e nazionalizzazioni. Se l’Europa non lo permettesse allora la conseguenza è una rottura completa e un trattato commerciale bilaterale.
  5. Adottare una nuova politica sull’immigrazione progressista di lungo termine: costruire un sistema a punti progettato per rispondere annualmente alle domande dei datori di lavoro e alla crescita prevista del PNL; rendere il Parlamento responsabile annualmente di fissare l’obiettivo dell’immigrazione sulla base di un rapporto di esperti indipendenti; le necessità dell’economia – più l’assoluto dovere di accogliere i rifugiati che fuggono da guerra e torture – è ciò che dovrebbe determinare l’obiettivo, non un qualche tetto arbitrario. E destinare una quantità molto maggiore di risorse a sostenere la pressione che l’immigrazione pone sui servizi pubblici locali.
  6. Continuare a richiedere che la Gran Bretagna onori i suoi impegni nei confronti dei rifugiati nella misura delle decine di migliaia. Rassicurare le comunità di immigrati esistenti in Gran Bretagna che sono al sicuro, benvenute e che non possono essere espulse come risultato della Brexit. Offrire a tutti quelli che sono arrivati dall’Europa sulla base delle norme di libero movimento il diritto inalienabile di restare.
  7. Dare assoluta priorità e affrontare il problema combinato di bassi salari, incapacità di sussistere col proprio salario e città fantasma.
  8. Offrire alla Scozia un pacchetto radicale di autogoverno e creare una struttura federale del Partito Laburista. Se, in un secondo referendum la Scozia votasse per lasciare il Regno Unito, il Labour dovrebbe offrire un processo di uscita senza penalizzazioni che faciliti il re-ingresso della Scozia nell’Unione Europea se il suo popolo lo dovesse desiderare. Nel frattempo il Labour dovrebbe cercare una coalizione formale con il Partito Nazionale Scozzese per bloccare la possibilità che un governo di destra Tory/UKIP emerga dalle prossime elezioni.
  9. Offrire alla Repubblica di Irlanda un immediato accordo rafforzato bilaterale per tenere il confine aperto per il movimento e il commercio.
  10. Il problema strategico del Labour rimane immutato. In Gran Bretagna si sono cristallizzati due radicalismi: quello dei salariati urbani e quello delle classi popolari a basso reddito. In Scozia questi gruppi sono allineati con il nazionalismo culturale di sinistra. In Inghilterra e Galles il Labour può vincere le elezioni solo se può attrarre entrambi i gruppi: non può e non dovrebbe ritirarsi a divenire il partito dei lavoratori pubblici, dei laureati e delle città universitarie. Il solo modo con il quale il Labour può unire questi gruppi culturalmente differenti (e le aree geografiche) – così drammaticamente evidenziati dai risultati a livello locale – è un radicalismo economico. Redistribuzione, servizi pubblici ben finanziati, un settore privato rivitalizzato e una democrazia locale vibrante è un interesse comune per tutti i gruppi.
  11. Se il Labour in Inghilterra e Galles non può rapidamente riaccendere i suoi legami con la classe lavoratrice manuale a basso reddito – culturali e viscerali, non solo politici- la situazione è matura perché quel gruppo svolti a destra. Questo può essere rapidamente prevenuto con una chiara rottura con il Blairismo e la fine della paralisi del governo ombra.

Da quel che vedo dei miei contatti social molte persone della sinistra radicale giovanile e antirazzista sono scoraggiate. Sembra che per loro l’Unione Europea equivalesse all’internazionalismo; essi sapevano delle comunità povere e totalmente spossessate e simpatizzavano con loro ma forse supponevano che fosse compito di qualcun altro connettersi con loro.

Sono contento di avere votato Restare, anche se ho dovuto farlo stringendo i denti. Ma ho sottovalutato la pura frustrazione: l’avevo sentita con chiarezza nelle vallate gallesi, ma non l’avevo compresa con sufficiente chiarezza in posti come Barking, Kettering, Newport.

Però non sono scoraggiato. Il risultato della Brexit rende più difficile raggiungere un governo della sinistra radicale in Gran Bretagna – poiché è probabile che la Scozia se ne vada, e il Regno Unito si disgregherà e i Blairiti se ne andranno per fondare un qualche tipo di gruppo musicale di omaggio al neoliberalismo con i Liberaldemocratici.

Ma se si riconducono questi eventi alla loro radice, è chiaro: il neoliberalismo è finito.

Non c’è consenso alla stagnazione e austerità che ha inflitto alla gente; non c’è niente se non ostilità per la classe politica e il suo spargere paure – che sia Juncker, Cameron o i Blairiti. Come per la Scozia, data la possibilità di rigettare le istituzioni del regime neoliberale, le persone lo faranno e ignoreranno gli ammonimenti degli esperti e della classe politica.

Avevo predetto in Postcapitalismo che il crollo del neoliberalismo avrebbe preso forma geo-strategica all’inizio, e poi economica. Questo è il primo crollo.

Si tratta, geopoliticamente, di una vittoria per Putin che indebolirà l’Occidente. Per il centro in Europa pone la questione in maniera brutale: getterete alle ortiche Lisbona, getterete alle ortiche l’austerità e rafforzerete la crescita economica o lascerete che l’intero progetto collassi nella stagnazione? Io predico che non lo faranno, e che l’intero progetto crollerà.

Tutto quel che possiamo fare, a sinistra, è continuare a combattere nell’interesse dei poveri, della forza lavoro, dei giovani, dei rifugiati e dei migranti. Dobbiamo trovare istituzioni migliori e linguaggi migliori per farlo. Come nel 1932, la Gran Bretagna è diventata il primo paese a rompere la forma istituzionale dell’ordine mondiale.

Se ora in Europa dobbiamo avere una ripetizione degli anni ’30, abbiamo bisogno di una sinistra migliore. La generazione che ha tollerato il Blairismo e si è ubriacata di insensato centrismo tecnocratico deve darsi una svegliata. La loro era è finita.

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