Nel paese degli orsi

Ho letto per caso, nei giorni scorsi, l’articolo che vi propongo qui di seguito e che ho trovato molto triste e molto bello. Sul contenuto trattengo almeno in parte il giudizio (il fatto che lo riproponga, comunque, dice abbastanza). Non ci sono note di traduzione particolari, se non che è frequente l’uso di wild e wilderness che ho tradotto di solito con “selvaggio” e “terre selvagge”, anche se forze sarebbe stato meglio solitudini; ho tradotto bear country come “paese degli orsi” sapendo benissimo che “zona” sarebbe stato più esatto ma per evitare di dare l’impressione che gli orsi si trovino solo nelle wilderness; un paio di volte ho sostituito il nomignolo inglese della Reale Polizia a Cavallo Canadese, Mounties, col soprannome italiano Giubbe Rosse. Vi invito anche a prestare attenzione ai vari particolari di vita materiale della comunità di cui si racconta, che presi come sarete dal tema principale potrebbero sfuggirvi.

L’articolo originale è stato pubblicato da Outside, un ottimo giornale (e sito) dedicato alla vita all’aria aperta, il 23 maggio 2019.

Quando la tragica aggressione di un grizzly diventa virale

di Eva Holland

Quanto è necessario che il mondo venga a sapere dell’attacco mortale di un orso? La domanda è stata posta nello Yukon l’anno scorso, dopo che l’orrenda morte di madre e figlia ha causato una terribile tempesta mediatica.

CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=709746

Gjermund Roesholt lasciò la sua capanna sullo Finarson Lake, in una remota area disabitata dello Yukon centrale, più o meno alle nove e mezza di mattina del 26 novembre 2018. Si allontanò col gatto delle nevi per andare a controllare le trappole che aveva steso a nord della capanna. La sua compagna, Valérie Théorêt, rimase a casa con la loro bambina di dieci mesi, Adèle.

Théorêt era una maestra elementare in congedo per maternità; Roesholt era una guida di caccia e per l’esplorazione delle aree selvagge della zona. La coppia, che normalmente viveva a Whitehorse, la piccola capitale dello Yukon, era arrivata in volo alla loro capanna il 4 ottobre con l’intenzione di restare fino all’anno nuovo, quando Théorêt doveva presentarsi di nuovo a scuola. Alla capanna cacciavano selvaggina e gestivano la loro modesta concessione, un’area ben delimitata dove gli era permesso posizionare trappole per catturare e uccidere piccoli animali da pelliccia, vivendo un sogno di rude autosufficienza. Entrambi avevano esperienza nelle zone selvagge e prestavano attenzione alla possibilità di attrarre ospiti indesiderati – conservavano i resti della caccia in un solido contenitore dentro una rimessa a una certa distanza dalla capanna.

Intorno alle due e mezza del pomeriggio, cinque ore dopo essersi allontanato, Roesholt stava facendosi strada verso casa. Aveva nevicato dolcemente a intermittenza per tutta la mattinata mentre lavorava alle sue trappole e, mentre ritornava sulla sua pista nuovamente ricoperta, notò tracce fresche di orso che muovevano nella stessa direzione. Prima di raggiungere la capanna le tracce si allontanavano.

Quando arrivò alla capanna, tutto era silenzioso. Théorêt e Adèle non erano all’interno. Roesholt si incamminò lungo il sentiero ben segnato che conduceva alla sauna, chiamandole per nome. Sempre più preoccupato, si rese conto che forse avrebbe dovuto usare il fucile carico che portava.

La sua compagna e la bambina non erano alla sauna. Roesholt proseguì, lungo un sentiero che portava a una serie di trappole che erano abbastanza vicine alla capanna da poter essere controllate a piedi. Era a circa duecentocinquanta metri dalla struttura quando sentì il ringhio di un orso.

Il grizzly caricò Roesholt da una ventina di metri, ma lui alzò il fucile giusto in tempo, sparò e non mancò il bersaglio. L’orso cadde, con una ferita mortale attraverso la testa. Dietro di lui, appena fuori del sentiero, Roesholt trovò la sua famiglia. Entrambe erano state uccise.

In seguito, dopo che ebbe usato il suo Garmin InReach [un dispositivo satellitare per le emergenze, NdRufus] per contattare il più vicino distaccamento della RCMP [Royal Canadian Mounted Police, RCMP, la polizia a cavallo con le famose giubbe rosse, NdRufus], e dopo che erano passate quasi ventun ore da incubo mentre aspettava che una squadra investigativa arrivasse alla sua remota abitazione e lo evacuasse, e dopo che i Mounties e le altre agenzie avevano svolto i loro compiti, il rapporto di un medico legale, pubblicato a marzo 2019, avrebbe concluso che le ferite di Théorêt «si rivelarono rapidamente fatali» e che quelle della piccola Adèle furono «istantaneamente incompatibili con la vita» .

L’orso, un grizzly maschio, aveva diciotto anni e stava morendo di fame. Pesava ancora più di centotrenta chili, in muscoli e pelle e ossa, ma aveva già bruciato tutto il suo grasso corporeo. Troppo emaciato per ibernare e apparentemente impacciato da una ferita all’addome vecchia di una settimana, aveva recentemente preso la misura disperata di mangiare un porcospino e aveva perforazioni causate dalle spine a partire dalla gola e fino allo stomaco.

In precedenza quello stesso giorno l’orso aveva seguito le tracce del gatto delle nevi, le aveva lasciate per fare un ampio giro dietro la sauna, e poi era ritornato sulla pista a meridione degli edifici. Là, a parere degli investigatori, si era accorto di Théorêt che si stava avvicinando, uscita per una passeggiata, la bambina in un marsupio sulla schiena. Nell’agghiacciante espressione del rapporto del medico legale, l’orso si era tolto dalla pista e «posto in una posizione di vantaggio», nascosto sotto i fitti rami di un abete un metro e mezzo oltre. Era un agguato: nessuno avrebbe potuto vederlo scattare o comunque reagire in tempo. Théorêt avrebbe potuto allo stesso modo essere colpita da un fulmine.

Il giorno seguente, all’una e mezza del pomeriggio, ero a casa mia a Whitehorse quando vidi questo messaggio nella bacheca Twitter delle Giubbe Rosse dello Yukon:

La RCMP dello Yukon e il Servizio di Medicina Legale dello Yukon stanno investigando la morte di due individui in seguito al sospetto attacco di un orso il 26 novembre 2018, a nordest di Mayo, nei pressi del confine coi Territori del Nordovest. L’Agenzia Ambientale dello Yukon collabora all’investigazione. Altre informazioni saranno fornite presto.

Ricordo di avere pensato: due? È strano.

C’erano stati in precedenza tre attacchi mortali da parte di orsi nello Yukon nella memoria recente. Un’operatrice di viaggi avventura di nome Claudia Huber è morta nel 2014 dopo che un grizzly irruppe nella sua casa nella zona di Johnson’s Crossing, oltre l’Autostrada dell’Alaska. Jean-FrançoisPagé fu ucciso da una madre orsa che difendeva i suoi cuccioli nel 2006, dopo che senza accorgersene si era avvicinato alla tana mentre posizionava cartelli di concessione mineraria nei pressi della comunità di Ross River. E un’escursionista proveniente dalla Columbia Britannica, Christine Courtney, fu sbranata nel Parco Nazionale di Kluane nel 1996. Conoscevo bene questi episodi e avevo letto di altri attacchi avvenuti altrove, ma non riuscivo a ricordare di un altro caso che avesse avuto come risultato la morte di due persone. Non mi venne assolutamente in mente che potessero essere una madre con la sua bambina.

La terribile spiegazione giunse meno di due ore dopo, quando un comunicato stampa del medico legale in capo dello Yukon arrivò nella mia casella di posta. Negli stessi istanti la mia bacheca Facebook cominciò a riempirsi di foto con la faccia sorridente di Valérie. Whtehorse è una piccola comunità molto coesa e, sebbene io non conoscessi personalmente questa famiglia, i nostri mondi si sovrapponevano in più e più casi. Dal mio divano vidi i nostri amici in comune cambiare la loro foto del profilo con altre insieme a Val, insieme a Adèle, foto di Val e Adèle insieme. Le persone si scoprivano scosse e rendevano omaggio alla vita della loro amica nel miglior modo che riuscivano a trovare.

Ciò che accadde in seguito, suppongo, avrebbe dovuto essere prevedibile nella nostra epoca vissuta on line fino all’estremo. Le cronache locali diedero lo spunto alle cronache nazionali e poi a quelle internazionali. «La Canadian Press [la maggiore agenzia di stampa canadese, NdRufus] rilanciò la notizia», mi ha detto al giornalista dello Yukon News Jackie Hong. «La rilanciò il New York Times. Il Washington Post. E improvvisamente non era più solo una notizia dello Yukon o canadese. Era una notizia internazionale». Hong seguiva la notizia dell’attacco per lo Yukon News e ben presto iniziò a ricevere richieste da parte di mezzi di informazione esterni, alcuni da lontano come la Norvegia, che le chiedevano aiuto per ottenere dei contatti e per fornire lei stessa ogni aggiornamento.

Neanche io rimasi estranea a tutto questo. Outside mi contattò meno di ventiquattr’ore dopo la diffusione della notizia per chiedermi se fossi interessata a seguirla. Ero combattuta: non volevo aggiungere altro rumore e non avevo alcuna voglia di chiedere ai miei amici di parlare pubblicamente del loro dolore. Non volevo dover provare a rintracciare Gjermund Roesholt e intromettermi nel suo terribile dolore. Ma non volevo neppure che qualcun altro, qualcuno che avrebbe potuto essere meno sensibile di me all’argomento, ottenesse l’incarico. Dissi al mio direttore che sarei stata disponibile se avessimo potuto aspettare il rapporto del medico legale. Allora, credevo, avrei potuto avere effettivamente qualcosa di nuovo o significativo da condividere coi lettori.

Nel frattempo, un giornalista televisivo aveva portato a termine il lungo viaggio dalla Colombia Britannica meridionale e si era piazzato davanti alla scuola elementare di Whitehorse, dove Valérie aveva insegnato. Mentre degli psicologi di sostegno venivano messi a disposizione degli studenti, e mentre i genitori tentavano di capire come spiegare ai loro bambini che la loro maestra era stata uccisa, la scuola ricevette mail e telefonate da oltre due dozzine di differenti organi di informazione.

Ma mano che la notizia si diffondeva Facebook e Twitter e le sezioni dei commenti dei vari articoli in proposito si riempivano dei commenti più insensibili che si possano immaginare.

«Chi al mondo può portare sua moglie e una bambina di dieci mesi in zona d’orsi?», scrisse una persona in risposta al tweet iniziale della RCMP. «Perché non aveva un’arma con sé?», scrisse un’altra. Una terza: «Hanno tutti e due torturato degli animali nelle trappole per tutta la loro vita, e adesso quest’orso si è difeso nel suo territorio. Io sono dispiaciuto per la bambina, per l’orso, che ha pagato con la sua vita, e per TUTTI GLI SPLENDIDI ANIMALI SELVATICI CHE QUESTE DUE PERSONE HANNO ASSASSINATO!!!».

Era così dappertutto. Avrebbe dovuto avere un fucile. Oppure stavano catturando e uccidendo animali, quindi se l’erano meritato. O non avrebbero mai dovuto portare una bimba laggiù.

Non ero la sola che si sentiva combattuta riguardo al seguire giornalisticamente la notizia. Claudiane Samson è la corrispondente da Whitehorse della versione in francese di Radio-Canada. Era amica di Valérie: condividevano un gruppo strettamente affiatato di amici nella comunità francofona dello Yukon. Aveva saputo la notizia prima che la RCMP e il medico legale la rendessero pubblica – aveva sentito voci di un attacco di grizzly e subito dopo era giunta una lettera a tutti i genitori dei bambini della scuola elementare di Whitehorse che avvisava che Valérie Théorêt era morta. Samson fece due più due.

«È il tipo di notizia che mi fa odiare il mio lavoro», mi disse. «E non era la mia prima volta». Anche Jean-François Pagé era stato suo amico, ed era stata obbligata a scrivere della sua morte, tredici anni prima. Ma allora i social erano appena nati, non la forza globale che sono adesso. E quindi la morte di Pagé non era stata analizzata minuziosamente allo stesso modo.

Per Samson, «In qualche modo sapevo come sarebbe andata a finire». Tutto quello che poteva fare, decise, era provare a usare il suo lavoro per mostrare ciò che la vita di Valérie era stata – la sua passione per l’aria aperta, il suo amore per le terre selvagge dello Yukon e il suo desiderio di immergersi in esse. Come me le sembrò che avrebbe potuto fare un lavoro migliore di qualche estraneo. «Erano là fuori per vivere il loro sogno», mi ha detto. «Questa è stata la forza che mi ha spinto per l’intero reportage».

Ma si trovava in una posizione difficile. Alcuni articoli dei mezzi di informazione sembrarono ai locali privi di riguardo – la stazione televisiva che aveva mandato il giornalista a Whitehorse trasmise un pezzo che comprendeva orsi lanciati alla carica e vittime di precedenti aggressioni che descrivevano gli attacchi che avevano subito. Anche il servizio più rispettoso era viziato dai commenti lasciati sulla rete da lettori lontanissimi dai fatti.

«Divenne un processo al nostro stile di vita», racconta Samson, a cui è capitato che degli orsi passassero nel cortile sul retro di casa dove giocano i suoi bambini. «È a questo che siamo giunti con i social» (per quanto Roesholt and Théorêt si fossero spinti più a fondo nella boscaglia, e per più tempo, di quanto faccia la maggior parte di noi, mettere trappole e andare a caccia sono attività molto comuni nella zona di Whitehorse). Molto rapidamente amici e conoscenti della coppia divennero riluttanti a parlare con i giornalisti, nel timore che anche i ricordi più affettuosi di Val sarebbero stati macchiati dall’odio on line. Mesi dopo quella paura era ancora ben viva – quando alla fine contattai un’amica di Val per questo servizio, lei mi descrisse il dolore di vedere la foto della sua amica dappertutto nei giorni dopo l’attacco, e sempre circondata da commenti aspri da parte di estranei. Essendo un’insegnante lei stessa era preoccupata di come affrontare le domande dei suoi studenti, di instillargli un timore che li allontanasse dalla vita all’aria aperta. Non viveva più nello Yukon e non si sentiva in grado di dire a molti dei sui interlocutori quotidiani della perdita che stava sopportando.

Tentare di contattare i familiari per ottenere un loro commento è una pratica molto comune quando si fa un servizio sulla morte di una persona. Le Giubbe Rosse avevano chiesto ai giornalisti di evitare di contattare Roesholt o altri parenti. Non tutti i giornalisti provenienti da fuori rispettarono la richiesta, ma tutti quelli locali che io conosco lo fecero. Samson mi disse che non era riuscita a costringersi a chiamare Gjermund. Jackie Hong concorda. «Non c’era assolutamente alcun segnale che volesse parlare o che fosse pronto a parlare».

Questo tipo di esame dettagliato non aveva precedenti. È un battuta usuale fra i giornalisti dello Yukon che le loro notizie acquistano rilevanza nazionale solo se riguardano animali. Il lupo che ha inseguito il ciclista. I beccofrusoni che si sono ubriacati con bacche fermentate e che sono stati rinchiusi nel ricovero statale per uccelli sbronzi [è vero: questi passeracei si sbronzano con dei piccoli frutti che fermentano sulle piante e vengono messi a smaltire la sbornia in gabbie apposite, NdRufus]. I cinghiali che sono fuggiti da una fattoria e hanno terrorizzato un distretto rurale. Ora la nostra battuta si era avverata, nel modo peggiore.

Gli attacchi degli orsi, qui, sono personali – non c’è modo di nascondersi, né di metterli a distanza e pensare: A me non potrebbe mai succedere. Come fa notare Samson, sebbene degli sconosciuti sulla rete accusassero Valérie di essere stata irresponsabile a portare la sua bambina nel paese degli orsi, tutti i genitori di Whitehorse sanno che un orso potrebbe farsi un giro sul loro vialetto di casa o nel cortile un giorno o l’altro. Le nostre intere vite sono vissute nel paese degli orsi.

Il mio sentiero per escursioni preferito gira attorno alla zona dove è morta
Christine Courtney – c’è un monumento per ricordarmelo, nel caso riuscissi a dimenticarlo. Non conoscevo Claudia Huber, ma avevo una dozzina di amici in comune con Valérie Théorêt. E quando lavoravo sul campo per una compagnia mineraria, qualche anno fa, il primo giorno di lavoro – quando stavo per andare per un mese nella boscaglia, dove mi sarei mossa a piedi, da sola, per otto ore al giorno – entrai nell’ingresso dell’ufficio e trovai una lapide sul muro in memoria di Jean-François Pagé. Gli attacchi sono incredibilmente rari, ma quando capitano sono sentiti in maniera molto concreta per ciascun componente della comunità.

Forse è per questo che la risposta a questo mi ha infastidito tanto. Nei giorni successivi mi sono accorta di essere sorpresa e infastidita dalla quantità di attenzione che l’attacco aveva ricevuto. Mi sentivo estremamente protettiva dei miei amici addolorati e della mia comunità sconvolta e inorridita – volevo proteggerli dalla telefonate indiscrete, gli sconosciuti che si infiltrano nei loro profili social, gli spaventosi, crudeli commenti aggiunti a ogni articolo. Quando un giornalista del New York Times definì lo Yukon desolato avrei voluto infilarmi attraverso lo schermo del mio portatile e strattonarlo, per provare a fargli capire un luogo che non stava descrivendo correttamente. La vita qui è stupefacente, avrei voluto dirgli. Questo è il posto dove puoi marciare nella natura verso un ghiacciaio, vederlo sciogliersi e poi intrattenerti in una gara di ululati con i cuccioli di un vicino branco di lupi. Qui è dove i grizzly pescano i salmoni appena nati nei ruscelli e ancora i caribù scorrono come fiumi attraverso le montagne e di notte appare l’aurora boreale. È il contrario di desolato.

«È un gran bel posto per viverci», concorda Samson. «Si, viviamo nel paese degli orsi. [Ma] non ho intenzione di giudicare dei genitori che fanno crescere i figli vicino a un fiume solo perché un bambino è affogato, una volta».

In ogni futura tragedia con il potenziale spaventoso di diventare virale fuori della zona a Samson piacerebbe vedere le autorità destinare più risorse ad aiutare le famiglie a far fronte al diluvio di richieste degli organi di informazione. La polizia potrebbe mettere la famiglia in contatto con un portavoce designato, per esempio, e tutte le richieste di informazioni potrebbero essere ricondotte a quel canale. Questo tipo di cose «aiuta le famiglie», dice, «ma dà anche ai media ciò che desiderano». Sposta la loro attenzione via dalle scuole elementari e dalle bacheche Facebook di coloro che sono sconvolti dal dolore mentre contemporaneamente si soddisfa il loro bisogno di dichiarazioni e informazioni.

Io ho continuato a interrogarmi riguardo a quel bisogno, in ogni caso. Per la gente dello Yukon, si trattava di una vera notizia – avevamo bisogno di sapere che un’amica e una componente della comunità era stata uccisa, dove erano a disposizione servizi psicologici e dove si sarebbero tenute le cerimonie funebri. Per una comunità, i mezzi di informazione possono giocare un ruolo nel gestire la situazione, anche nel guarirne le ferite. Può offrire un posto dove dire: La mia amica era fantastica e mi mancherà moltissimo.

Ma che dire di quelli al di fuori di questa cerchia – i giornalisti di New York, di Vancouver, di altre città dove gli attacchi di un grizzly non sono una minaccia? Che bisogno dei loro lettori stanno soddisfacendo? A un qualche livello è ovvio: le storie terribili fanno il giro del mondo. Lo sappiamo. Clicchiamo sui racconti di traumi e tragedie nello stesso modo con cui sull’autostrada rallentiamo per sbirciare la carcassa di una macchia distrutta. Ma perlomeno le conseguenze di un incidente d’auto possono ricordarti di guidare più piano. Per persone che non vivono nel paese degli orsi leggere di questa tragedia aveva davvero qualcosa in più del semplice voyeurismo?

Per tutto l’inverno queste domande mi hanno tormentato. Mentre le persone in tutta Whitehorse per mezzinverno legavano canoe sulle loro automobili in memoria di Val, la cui imbarcazione apparentemente era permanentemente poggiata sulla sua macchinetta, e mentre i miei amici che la conoscevano e la amavano si lanciavano in avventure in suo onore, io mi interrogavo su come i mezzi di informazione e le dinamiche dei social avevano reso il loro dolore ancora più acuto. Mi chiedevo se dovesse per forza essere così. Non ho trovato risposte facili.

Quando il rapporto del medico legale venne pubblicato in marzo, esso sottolineava la preparazione della famiglia, la loro esperienza, le loro misure di sicurezza. La ricostruzione dell’attacco da parte degli investigatori lo spiegava chiaramente: anche se, in qualche modo, Valérie avesse avuto un fucile carico in mano quando l’orso si è slanciato, non avrebbe avito la minima possibilità. La sola cosa che avrebbe potuto fare in maniera differente, mi resi conto, era di non essere lì. Non essere uscita per una passeggiata con la sua bambina nella neve appena caduta; non essere stata in un’area remota, tanto per cominciare.

Ma quelli di noi che amano la vita all’aria aperta nella natura capiscono: stare al chiuso non è affatto un’opzione possibile.

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