L’estate dei segreti perduti

Non ve l’aspettavate, vero, che Rihanna rientrasse nei miei gusti musicali? Infatti non è un’interprete che io segua con attenzione, ma quando ho fatto la puntata di Oggi parliamo di libri su L’estate dei segreti perduti di E. Lockhart (ho caricato oggi il podcast su YouTube) volevo avere per la pausa musicale qualcosa che avesse un sapore un po’ diverso dal solito e la scelta di Fading mi è sembrata adatta, per più di un motivo.

Come avevo scritto tempo fa L’estate dei segreti perduti mi è capitato fra le mani all’interno dell’iniziativa di #ioleggoperché e rappresenta un po’ un elemento di discontinuità all’interno di questa stagione di Oggi parliamo di libri perché a rigor di termini non si tratta di una vera e propria storia d’amore; d’altra parte questo non mi ha fermato in altre occasioni dal forzare le regole pur di presentare un libro e non mi sono lasciato condizionare più di tanto nemmeno stavolta: del resto, se L’estate dei segreti perduti non è propriamente una storia d’amore è certamente un libro sentimentale, estremamente sentimentale, e si prestava molto bene a collegarsi ad altre puntate, da quella vecchia su Romeo e Giulietta e la fascinazione per la morte degli adolescenti a quella esattamente successiva su Jack Frusciante è uscito dal gruppo, un altro ritratto di adolescenti piuttosto lontano nel tempo e nello spazio ma molto vicino nelle tematiche affrontate (e invece all’opposto quanto all’esito della storia).

È molto difficile parlare de L’estate dei segreti perduti senza rovinare a chi non l’ha ancora letto il piacere della risoluzione del mistero, che riguarda i famosi “segreti” a cui allude il titolo (o, con più precisione, le “bugie” del titolo inglese originale) e in generale tutto il percorso che fa Cady mentre con noi ripercorre avanti e indietro la sua storia, man mano svelando a noi e a se stessa verità sgradevoli e dolorose fino alla rivelazione finale.

Siccome non voglio guastare il piacere della lettura a nessuno mi asterrò quindi da quasi tutti i commenti, come fatto in trasmissione, se non per dire che tutto sommato sul romanzo ho due dubbi: uno stilistico e uno etico.

Emily LockhartQuali sono? Il fatto è che la Lockhart usa come arma una quantità di sentimentalità esasperata, sovraeccitata, che è molto tipica di certa letteratura per adolescenti e giovani: penso a un classico della mia generazione come Amore senza fine – quello del film di Zeffirelli con Brooke Shields – o a un altro classico precedente come Love storyL’estate dei segreti perduti me li ha ricordati moltissimo, soprattutto il romanzo di Scott Spencer, ma questo in realtà è un elemento di debolezza: perché a distanza di tempo sappiamo che quei romanzi, che pure hanno acchiappato sul momento un pubblico affezionato, sono stati ben presto ridimensionati: la mia impressione è che lo stesso destino transitorio attenda il romanzo della Lockhart, un po’ come quelle frasi piene di significato che si scrivono sul diario di scuola (io, come sapete, ne avevo tre quaderni pieni) quando si hanno diciassette anni: a venti sembra già un’abitudine un po’ strana, a meno che non si scrivano meme su Facebook per mestiere. Allo stesso modo vedo la rete piena di frasi di profondo significato (oddio…) tratte dal libro: non metto in dubbio che alla sensibilità esasperata che è tipica degli adolescenti appaiano fondamentali, ma non so se rimarranno tali fra un paio d’anni.

We were liars quoteVorrei essere chiaro: non sto dicendo, snobisticamente, che siccome il libro fa presa su una certa sentimentalità allora per forza deve essere destinato a cadere prima o poi nel dimenticatoio: ci sono romanzi che hanno molto successo perché si accordano con lo spirito del tempo ma che poi, col passare del tempo, si apprezzano per molte altre caratteristiche. Si chiamano “classici”.

Quello che sto dicendo, e questo è il secondo dubbio, che temo che L’estate dei segreti perduti non possa arrivare alla augusta condizione di classico della letteratura perché sotto la sentimentalità c’è un po’ poco: soprattutto c’è un personaggio – cioè Cady – che, osservato a distanza, suscita più di una riserva.

Ohi, come spiegarmi senza svelare troppo le cose? Proviamo così. I protagonisti più facili, per l’immedesimazione, sono gli eroi. Cady però non entra in questa categoria perché la sua “impresa” non è eroica: è, al fondo, folle. Ma anche per essere anti-eroi occorrono certe caratteristiche e certe imprese, e Cady non ha nemmeno quelle. E certamente Cady non è neanche un’eroina negativa, o una dark lady. La Lockhart sembra, al fondo, esitare o confondersi circa il modo con il quale vuole costruire il suo personaggio principale, e quindi alla fine del romanzo, chiusa l’ultima pagina, il grido di liberazione di Cady non sembra suscitare condivisione quanto perplessità: «Troppo comodo, bella mia».

We were liars 2Ho detto che è un dubbio etico? Si. Perché il problema al fondo non è stilistico, cioè non è un problema di scrittura o di costruzione dei personaggi da parte della Lockhart, ma sembra un problema di non avere chiari i valori e i parametri, come se si potesse fare la giustizia con l’ingiustizia o il bene con il male o amare sfruttando l’amato e, accorgendosi che alla fine così non funziona, mettere da parte  la tragedia dicendosi: «Beh, ma io sono la protagonista, tutto mi è permesso».

Certo, ditelo a Madame Bovary, poveretta, o al dottor Faust o a Beowulf o a Sigfrido o a don Giovanni. Cos’è: a loro si e a Cady no?

Troppo comodo. Purtroppo per Cady (e la Lockhart) la letteratura non funziona come le proteste con la mamma, che deve dare una caramella a ciascuno: ci sono eroi che meritano e altri che non funzionano: e qui siamo nel secondo caso.

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