Campagna elettorale for dummies

In epoca di elezioni diventa più difficile scrivere di politica per chi, come me, si è sempre ripromesso di non dire mai per chi vota.

Il che un po’ in questi giorni mi pesa, perché ho delle cose “di politica” da dire e non è facile destreggiarsi. Ci provo.

Elezioni per dummiesUna delle cose che penso in questo periodo è questa: ma dove hanno imparato a fare campagna elettorale i contendenti? Sul Bignami? Sembra che tutti abbiano seguito il corso dell’esame di Elezioni 101 e non si siano poi dati pensiero di capirne di più.

E mi chiedo: possibile che cose così bolse funzionino davvero? Che Pigliaru che apre l’account su Twitter appena candidato, senza esserci mai stato prima, guadagni voti in questa maniera? Che la strategia insulsa di Sardegna Possibile di dichiarare a rate i nomi dei potenziali assessori per dilatare la presenza sugli organi di stampa sia davvero efficace? Davvero i giornalisti sono così messi male che abboccano a Twitter o hanno così bisogno di riempire le pagine che anche una colonnina sulla biografia del nuovo assessore in pectore è grasso che cola? E davvero questo fa la differenza nell’opinione pubblica? È possibile che campagne elettorali svolte come se si facesse il compitino possano portare a vincere le elezioni? Davvero c’è qualcuno che crede che Obama ha vinto le elezioni perché è stato capace di fare narrazione o di usare i social network? Davvero? È la stessa convinzione dei repubblicani che credevano che i democratici vincessero perché avevano un buon sofware (il famoso Narwhal) e la seconda volta si sono subito preoccupati di farsi un software anche loro (che chiamarono Orca perché è l’unico predatore esistente del narvalo): si è visto poi com’è finita…

Se è così, se c’è gente che crede che Obama sia questo e le elezioni si vincano così siamo messi male, ragazzi.

In realtà un po’ mi sono fatto l’idea che ci sono diverse spiegazioni possibili, e ve le elenco; ognuno si scelga la sua:

  1. è un ennesimo segno di come la politica abbia perso il contatto con la realtà: persi nel mondo di Twitter si crede che questo sostituisca il fare politica per davvero;
  2. è un segno della pochezza culturale della classe politica, che oltre campagne elettorali per principianti non è in grado di andare: meglio che facciano il compitino, tutto sommato, che niente;
  3. è un segno della pochezza della competenza politica della popolazione sarda: se basta un po’ di fumo negli occhi per convincerla, perché sprecarsi?
  4. l’opinione pubblica è incontrollabile, ormai è tutta pancia e irrazionalità: come pugili bendati vincerà il candidato che per pura fortuna piazzerà il colpo casuale ma vincente, e quindi si mette tutto nel calderone sperando che faccia brodo;
  5. è tutta mistificazione: le vantate strategie di comunicazione, i programmi e il posizionamento politico sono uno specchietto per le allodole che serve a mascherare il fatto che le elezioni le vinceranno consolidate reti di clientele, i soldi da mettere in campo, il peso dei potentati locali che si è riusciti a coinvolgere nelle proprie liste, la stampa che già da prima delle elezioni aveva deciso chi sostenere e, insomma, i fondamentali del potere: il resto è roba che bisogna mettere in mostra giusto per educazione.

A partire da uno studio seminale di Steven Levitt (quello di Freakonomics) esiste un’ampia letteratura economica che dimostra che i soldi da soli non vincono le campagne elettorali, quindi la 5. può essere vera solo se è vera almeno un’altra delle altre spiegazioni proposte – probabilmente la 2. e la 3. Il che ci riporta a bomba: cioè alla sensazione che uno svolgimento così elementare della  campagna elettorale abbia prima di tutto una spiegazione culturale (e, incidentalmente, questa sarà l’unica spiegazione di una eventuale vittoria di Cappellacci, che è il candidato che, partendo dalla posizione di Governatore, ha più leve del potere in mano: se vince, sarà per l’incapacità degli avversari di mettere in campo un’alternativa politica e culturale con un peso maggiore – a partire dalla scelta di dividersi – non per il vantaggio di posizione in termini di risorse da impiegare).

Di una cosa però sono certo: c’è evidentemente uno spazio politico, in Sardegna, per campagne elettorali fatte come si deve. Oppure, detto in altro modo: il giorno che arriva uno che le campagne elettorali le sa fare davvero e che di politica ne capisce prende e se li mette tutti in tasca come nulla.

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