Al seggio

Ernesto Buonaiuti (storia del cristianesimo), Giuseppe Antonio Borgese (estetica), Mario Carrara (antropologia criminale), Antonio De Viti De Marco (scienza delle finanze), Gaetano De Sanctis (storia antica), Floriano Del Secolo (lettere e filosofia), Giorgio Errera (chimica), Giorgio Levi Della Vida (lingue semitiche), Piero Martinetti (filosofia), Fabio Luzzatto (diritto civile), Bartolo Nigrisoli (chirurgia), Errico Presutti (diritto amministrativo), Francesco Ruffini (diritto ecclesiastico), Edoardo Ruffini Avondo (storia del diritto), Lionello Venturi (storia dell’arte), Vito Volterra (fisica matematica), Cesare Goretti (filosofia del diritto).

Sono i pochissimi (su oltre milleduecento) professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo. A loro si può aggiungere, volendo, Aldo Capitini, il cui caso è molto simile.

Sto molto riflettendo su di loro, in questo periodo, e domenica li porto con me al seggio. Perché mi consiglino…

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Da quando ho cominciato a ricoprire, a vario titolo, incarichi di responsabilità in Azione Cattolica, non ho mai fatto dichiarazioni di voto. Non mi è mai sembrato opportuno correre il rischio che mie opinioni politiche personali venissero scambiate per opinioni politiche dell’associazione, oppure che un dissenso fra opinioni politiche diverse potesse trasferirsi all’interno della comunità ecclesiale. Qualche volta mi è costato, ma non troppo.

Nel momento in cui sono diminuiti gli impegni dentro l’AC ma sono cresciuti quelli in Banca Etica mi è sembrato opportuno continuare a comportarmi allo stesso modo, per motivi analoghi: Banca Etica è un’organizzazione trasversale in cui ci deve essere spazio per opinioni politiche diverse.

Considerato che sono entrato nel centro diocesano dell’AC di Cagliari prima di iniziare a votare, credo di non avere mai fatto dichiarazioni di voto.

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Mi sono chiesto spesso, in questi ultimi tempi, in che modi maturarono le scelte di quei professori. Se le discussero a casa, francamente, con le mogli, o se si limitarono a comunicare a familiari silenti le ragioni, insopprimibili, della loro coscienza. Cosa ne capirono i figli, i genitori…

Mi interrogo sulle famiglie perché non ragiono tanto sulla qualità della scelta di coscienza (esemplare, ammirabile) quanto sullo scenario generale: trovarsi a dover fare appello alla propria coscienza per fronteggiare una scelta ardua, che non dipende dal caso, ma dalla precisa volontà di altri uomini che pretenderebbero di imporci obblighi per noi insopportabili, per i quali occorre decidere se piegarsi o pagare di persona.

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C’è una vecchia vignetta di Staino in cui Ilaria chiede a Bobo: «Babbo, ma tu per chi voti?», e lui va in crisi: come, non l’ha capito? Dove ho sbagliato a educarla? Dovrebbe essere evidente!

Non dire per chi si vota vuol dire distanziarsi, ricordare che il Regno di Dio va oltre tutte le scelte politiche specifiche, depotenziare quell’aria da ultima spiaggia che spesso le elezioni hanno, soprattutto in Italia.

ken parkerNon vuol dire non avere idee, e idee politiche, e io non credo di avere mai fatto mistero delle mie, delle mie appartenenze familiari, dei miei riferimenti culturali e delle mie scelte. Non ho mai voluto candidarmi (un paio di volte mi è stato chiesto, peraltro in situazioni improbabili), ma politica ne ho sempre fattto: con le scelte e la presenza dell’AC in mille situazioni, fondando due associazioni culturali, contribuendo a fondare una Banca, sbattendomi in un sacco di attività di opinione, di sensibilizzazione, di formazione. Saranno trent’anni che faccio politica….

Però non voglio farmi inscatolare, e sfido chiunque a individuare con certezza come ho votato a tutte le ultime elezioni. E poi cerco di scegliere pensando a criteri miei.

Il che ci riporta ai professori di cui all’inizio.

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vignetta-staino-america-vs-italiaPer Ernesto Buonaiuti, in realtà, il problema del giuramento non si poneva: sacerdote ridotto allo stato laicale e poi scomunicato per il suo appoggio al modernismo, sulla base dei Patti Lateranensi era già escluso dall’insegnamento. Di fatto neanche alla caduta del fascismo poté recuperare la cattedra: il divieto di insegnamento rimase e neanche liberali, socialisti e comunisti intercedettero per lui. Buonaiuti fu sacrificato alle esigenze della politica e del potere.

Buonaiuti illustra il punto su cui rifletto: il potere amorale. Ora, il potere ha sempre la tentazione di giustificarsi da se stesso, e quindi di essere amorale. Ma da diversi anni ormai in Italia siamo oltre: il cinismo (talvolta mascherato da lucidità) sembra una delle principali regole del potere: ciò che è possibile è anche lecito, ciò che è lecito è augurabile. Poco importa se in questo modo qualcuno è conculcato: si adegui. Vada fuori.

È la logica da tifoseria ultras: se possiamo vincere, vinciamo, e gli avversari muoiano. È la logica del fine che giustifica i mezzi. È la logica dell’annientamento dell’avversario. C’è molto squadrismo in giro in Italia in questo momento: uno squadrismo delle menti, prima ancora che uno squadrismo fisico. Uno squadrismo del clic (talvolta contrabbandato per una democrazia del clic). Uno squadrismo che va a cercare l’avversario nel suo campo, per non lasciargli scampo. Dove c’è squadrismo, non può esserci democrazia.

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A Gentile, il mite filosofo che presiedeva alla cultura nel 1931, dispiacque parecchio a livello umano della eliminazione dall’Università di quel pugno di colleghi («lacrime di coccodrillo», commentò gelido Levi Dalla Vida). Ma considerava la fascistizzazione della cultura non più rinviabile. E quindi sacrificabili le persone degli oppositori.

Io non lo dico per chi voto. Però penso allo squadrismo o, se preferite, alle protervie dei poteri, all’esercizio facile della forza da parte di chi si trova ad averla in mano (non solo forza fisica, ripeto), alla volontà di usare gli strumenti del potere che si possiedono per escludere ed eliminare gli avversari: e decido di stare dall’altra parte. Ci sono tante scelte possibili, da quella parte, e non penso nemmeno che la mia sia la migliore in assoluto. Ma è la mia, e ci tenevo a spiegarne le ragioni.

Io non lo dico per chi voto: ma penso al rapporto irrisolto in Italia fra violenza e potere. E al potere violento che si esercita fuori dalle piazze, negli uffici, con un tratto di penna, e poi ti arriva fra capo e collo come a quegli onestuomini di ottantanni fa, mettendoli con le spalle al muro. Sono cose accadute in un modo nell’altro anche recentemente (dire di più vuol dire ficcarsi nelle discussioni specifiche, e non mi interessa e ci porterebbe fuori strada). Io voto diversamente.

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