Sotto attacco

Non è una cosa che si dica in giro ma molti soci di Banca Etica sanno che da alcuni mesi arrivano, prima solo ad alcuni, poi  a tutti i responsabili dei soci, poi a indirizzari via via più vasti di soci e dipendenti, mail anonime (firmate da sedicenti “amici di Banca Etica” – il che naturalmente dimostra vero il detto: «Dagli amici mi guardi Iddio…») con ingiurie e accuse al Presidente della Banca, ad alcuni o tutti i membri del Consiglio di Amministrazione e a dipendenti che di volta in volta si ritrovano messi alla berlina.

Quel che sembrava inizialmente lo sfogo di un socio isolato su un episodio specifico (una rapina alla filiale di Milano con colluttazione fra i lavoratori e i rapinatori) si è poi rivelato un crescendo ben orchestrato di accuse, insinuazioni, allusioni di peso via via maggiore; allo stesso modo è cambiato l’atteggiamento di noi destinatari: sconcerto, ironia, imbarazzo, fastidio, indignazione, depressione per il senso di impotenza dato dall’impossibilità di arrestare il flusso di mail anonime. L’impressione, oltretutto, è quella che chi scrive conosca discretamente la Banca e abbia accesso a informazioni se non interne quanto meno non alla disposizione di chiunque: e questo aumenta lo sconcerto, posto che la struttura della Banca è comunque piccola, tutti ci si conosce e non sembra possibile che persone di cui hai stima possano, in preda a un raptus, trasformarsi nottetempo in calunniatori mannari con la bava alla bocca.

Poiché alcune delle accuse sono passate dal piano personale al mettere in questione il fatto che Banca Etica rispetti le proprie finalità, i dipendenti hanno ritenuto opportuno scrivere una lettera di solidarietà al Presidente della Banca; ho contribuito a stendere una lettera simile a firma dei Referenti dei soci delle varie Aree, che è in preparazione, e penso che il CdA della Banca anch’esso prenderà posizione a breve.

Non sono preoccupato per i contenuti delle accuse: alcune riguardano fatti dei quali sono stato testimone diretto o che conosco bene, e noto che c’è sempre un travisamento strumentale dei fatti per presentarli nella luce peggiore possibile oppure, più spesso, siamo direttamente all’invenzione. Sulle cose che non so direttamente conosco però le persone coinvolte, le procedure interne della Banca e le sue meccaniche, e l’unico timore che ho è che, come in Matrix, non scopra di avere sinora vissuto in una realtà virtuale, cosa che francamente mi pare poco probabile.

Però la vicenda mi sentire il bisogno di una riflessione, per motivi che vorrei esprimere qui sotto e magari discutere con gli altri soci della Banca e i frequentatori di questo blog.

Prima di tutto sono rimasto molto colpito dal fatto che si possa creare tanto danno con strumenti così rozzi: un semplice account di Gmail e sei praticamente inafferrabile. Uno penserebbe che al giorno d’oggi non sia così, invece a quanto pare tolti gli hacker del PD non è così facile scoprire chi c’è dietro una mail, il colosso di Mountain View sta dall’altra parte del mondo e amici delle forze dell’ordine scuotono la testa con compatimento. Insomma, come nel famoso incipit del Johnny Mnemonico ci sono modi rozzi di essere raffinati, e questo qualche dubbio dovrebbe farlo venire circa la vulnerabilità dei nostri contesti sociali ipertecnologicizzati.

Poi mi colpisce come siamo così abituati a certi flussi di comunicazione da ignorarli a livello cosciente; ti chiedi con sconcerto: «Ma come fa l’anonimo a sapere che il tale giorno sono andato a una riunione?» e pensi che abbia accesso a chissà quali virus che gli rivelano il contenuto del tuo PC, poi ti rendi conto che la notizia l’avevi twittata. Poi il problema non è tuo, perché tu alla fine di Twitter te ne ricordi, è di tutti gli altri che leggono, non lo sanno e anche loro pensano a capacità di prescienza dell’anonimo e ne fanno una figura invincibile, quando in realtà è probabilmente uno stalker di basso livello.

In terzo luogo l’amico anonimo usa uno schema narrativo affine alle campagne di indignazione e boicottaggio presenti sul web: a un certo punto addirittura ha posto dieci domande, neanche fosse Repubblica – il che probabilmente dimostra quanto logoro sia il meccanismo, e quanto passibile di strumentalizzazioni: anche considerando la differenza fra l’anonimo e un giornalista serio, l’incedere delle domande si rivela grottesco, e farebbe ridere se non facesse male.

Fare male. Il che porta a un’altra delle cose che mi hanno colpito: che è difficile rimanere a distanza. È come se ogni mattina che esci di casa incontrassi uno che ti dice: «Scemo!». La prima volta sbalordisci, la seconda la prendi a ridere, la terza ti arrabbi, la quarta e la quinta ti fa male, e basta. Alla sesta magari cominci a guardare le altre persone con paura: «E se credono che questo abbia ragione?». D’altra parte vale l’antico proverbio cinese: a mettersi a discutere con un cretino la gente potrebbe non notare la differenza fra te e lui, e quindi che fai, gli dici scemo anche tu? La violenza – e queste mail che riceviamo sono indubitabilmente violente – ha questo di tremendo: che intanto ti fa male, e poi spesso rischia di farti sentire che non ci sono risposte adeguate a tua disposizione, se non subire, il che ovviamente non è piacevole.

Si può trovare soddisfazione, a propria volta, nell’indignazione. Ma funziona poco: alla terza o quarta mail molti soci hanno risposto diffidando da ulteriori invii non richiesti, come se le mail dell’anonimo fossero spam. Come se uno che si rende passibile di diffamazione e probabilmente di un paio di di altri reati avesse molti problemi a violare la legge sulla privacy. Quando hai mandato la diffida ti sei sentito soddisfatto, quando l’altro ti ignora bellamente e continua a spedirti mail ti senti peggio di prima.

Del resto io, che faccio parte a vario titolo di una serie di organismi della Banca, mi rendo conto che non c’è una risposta efficace semplice: proprio perché lo schema narrativo scelto, l’insinuazione, è difficile da gestire per la vittima, secondo meccanismi analoghi a quelli della “montagna di merda” di cui ho parlato altre volte – se vieni accusato di un fatto specifico puoi dare spiegazioni, se arriva una mail ogni settimana con dieci accuse rischi di passare la vita a giustificarti, in ogni caso ti stai giustificando, che dà sempre una cattiva impressione, e stai comunque giocando nella mano dell’altro e danzando al suo tempo. D’altra parte non giustificarsi, anche per una Banca trasparente come la nostra, dove le risposte a molte questioni sollevate non sono certo segrete, non appare lo stesso la strategia migliore, perché sembra che non vuoi parlare dell’argomento perché hai qualcosa da nascondere. Evitare i due eccessi e reagire a un attacco di questo genere con un cambio di paradigma è possibile ma non è facile.

L’ultima osservazione di un post molto personale e che si è fatto fin troppo lungo riguarda la tentazione fortissima che si ha, in questi casi, di ricorrere a espressioni e modi di pensare “di regime”. Stamattina presto provavo a scrivere alcune cose da condividere con gli altri Referenti dei soci per sostenere il Consiglio d’Amministrazione e i dipendenti della Banca e a un certo punto mi sono reso conto che invece che pacate espressioni di riflessione e solidarietà o tranquille affermazioni di fiducia nell’operato di tanti amici e compagni, si insinuavano sulla tastiera vuote espressioni retoriche. Ho avuto paura di me: metterò anche questo in conto all’anonimo, quel cornuto.

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