La ricerca della felicità

Traduco un breve articolo pubblicato originariamente su Quartz e uno più lungo, sullo stesso tema, su Byrdie, un rotocalco femminile on line. Entrambi sono stati pubblicati nel 2017 ma il fidato aggregatore di notizie mi ha invitato a recuperarli pochi giorni fa. Entrambi hanno a che fare con l’ossessione per l’ottimismo e il pensare positivo che attraversa la società occidentale, e si ricollegano in qualche modo con cose trattate sul blog a proposito dei millennial (e anche, in qualche contorta maniera, con le cose che dicevo l’altro giorno).

Come al solito ho mantenuto i link originali (in parte gli articoli si citano a vicenda). Nel secondo articolo ho mantenuto il curioso vezzo di sottolineare i titoli accademici degli intervistati, Ph.D. e simili. Sono rimasto piuttsto incerto se tradurre positivity o negativity con “ottimismo” e “pessimismo”; alla fine ho preferito conservare l’assonanza con pensare positivo (questo vuol dire che se invece trovate “ottimismo” o “pessimismo” era così anche n inglese).

Gli articoli sono entrambi interessanti, ma una parola di avviso si impone: per il delirio così caratteristico dei nostri tempi, questi che criticano la moda dell’auto-aiuto e la psicologia fai-da-te scrivono in una maniera che è esattamente identica ai libri di auto-aiuto e di psicologia fai-da-te (si vede anche dalle conclusioni!). Ma anche questo limite è interessante e dice qualcosa.

Mi scuso se le immagini a commento dell’articolo sono orrende.

Non è un caso. È voluto.

Il “pensiero positivo” ha trasformato la felicità in un dovere e un onere ingombrante, secondo uno psicologo danese

di Olivia Goldhill

Tutti vogliono che tu sia felice: i libri di auto-aiuto elargiscono consigli su come smettere di preoccuparsi, aumentare la felicità e bandire i pensieri negativi; i capi vogliono vedere entusiasmo e sorrisi sul posto di lavoro; e l’unico modo per rispondere a: «Come stai?» è un gioioso: «Alla grande!». Ma secondo Svend Brinkmann, docente di psicologia presso l’Università di Danimarca di Aalborg, la cultura della positività ha un lato oscuro. 

La felicità semplicemente non è la risposta adeguata a molte situazioni della vita, afferma Brinkmann, il cui libro di successo in Danimarca Stand Firm: Resisting the Self-Improvement Craze [(“resistere alla moda dell’auto-miglioramento/autoaiuto”, NdRufus)] è stato pubblicato in inglese dall’editore internazionale Polity questo mese. Ancora peggio, fingerla può lasciarci emotivamente menomati.

«Io credo che i nostri pensieri e emozioni dovrebbero rispecchiare il mondo. Quando succede qualcosa di male, ci dovrebbe essere consentito di avere pensieri e sentimenti negativi al riguardo perché questo è come noi comprendiamo il mondo», dice.

«La vita è meravigliosa di tanto in tanto, ma è anche tragica. Le persone muoiono durante le nostre vite, noi le perdiamo, se siamo stati abituati al fatto che ci sono consentiti solo pensieri positivi, allora queste realtà possono colpire in maniera ancora più intensa quando avvengono – e avverranno per forza».

Non c’è niente di male in coloro che hanno in maniera naturale un carattere solare, o ai quali piace ogni tanto un libro di autoaiuto, dice Brinkmann. Il problema è quando la felicità diviene un requisito. Sul posto di lavoro, per esempio, nel quale le valutazioni della prestazione spesso si concentrano sul focalizzarsi sulla crescita positiva piuttosto che sulle vere difficoltà, richiedere di far mostra di felicità è «quasi segno di totalitarismo». Brinkmann paragona l’insistenza sulla felicità degli impiegati al «controllo del pensiero».

Negli USA, la felicità obbligatoria sul posto di lavoro è divenuta oggetto di una sentenza ufficiale contro T-Mobile a maggio 2016, quando il National Labor Review Board [l’agenzia federale che si occupa di relazioni sindacali, NdRufus] ha stabilito che i datori di lavoro non possono costringere i dipendenti a essere allegri in continuazione. Eppure molte aziende spedono grandi quantità di denaro nel tentativo di assicurarsi la felicità dei dipendenti, e non per altruismo. «Quando ti confronti con le persone e quando lavori in squadra, allora queste caratteristiche della personalità divengono molto più importanti. È per questo che mettiamo molta più enfasi su di loro, perché vogliamo meglio sfruttare gli esseri umani e la loro vita emotiva», dice Brinkmann. «Io penso che che questo sia il lato oscuro della positività. I nostri sentimenti tendono a divenire merci e questo vuol dire che con facilità ci ritroviamo alienati dai nostri sentimenti».

La felicità obbligatoria non è semplicemente un elemento di preoccupazione riguardo ai luoghi di lavoro. Se può avere un senso rispondere col rituale «bene, grazie»a chi di passaggio ci chiede come stiamo, c’è il rischio che i nostri volti pubblici positivi stiano gradualmente assumendo il controllo della nostra sfera sociale. Dopo tutto, se è vero che un’atmosfera spiritosa e vivace può essere piacevole, la buona educazione che spinge alla positività non dovrebbe impedire di discutere traumi e crisi personali con gli amici intimi.

Collegata alla pressione a essere felici c’è, naturalmente, la moda entusiastica per l’auto-aiuto. I libri di auto-aiuto che promettono di insegnare alle persone come trovare la felicità potrebbero incoraggiare un atteggiamento dannoso nei confronti delle emozioni, dice Brinkmann. L’idea sottostante che chiunque può fare in modo di rendersi felice implica che alle persone infelici deve essere data la colpa della loro propria sfortuna.

In conclusione, le emozioni negative giocano un ruolo importante e sano nel modo con cui comprendiamo e reagiamo al mondo. il senso di colpa e la vergogna sono essenziali a un senso di moralità. L’ira è una reazione legittima all’ingiustizia. La tristezza ci aiuta a elaborare le tragedie. E anche la felicità è una gran cosa. Solo, non sempre.

Il problema del pensiero positivo spiegato dagli psicologi

di Amanda Montell

Nel 1939 il Governo inglese inventò la frase Keep Calm and Carry On [“Stiamo calmi e andiamo avanti”, NdRufus] per rafforzare il morale durante la Seconda Guerra Mondiale. Settantuno anni dopo, due proprietari di libreria hanno riscoperto un poster originale Keep calm… in una vecchia scatola, lo hanno appeso nel negozio e hanno attratto così tanta attenzione che hanno iniziato a produrre e vendere poster prodotti da loro. Altre aziende li hanno seguiti e oggi Keep calm e altri pensieri sul genere del bicchiere mezzo pieno sono divenuti non solo materiale popolare su Pinterest ma anche un requisito del comportamento umano.

Negli Stati Uniti, un’ossessione culturale sul pensiero positivo si riflette in tutto, dal successo dei libri di autoaiuto alla diffusa tendenza della colorazione di album per adulti. Ma secondo gli psicologi, c’è una soglia oltre la quale la positività non è più sana, e come cultura siamo andati molto, molto oltre.

«Quanto siamo felici – o sembriamo esserlo – è uno dei modi col quale definiamo il successo nella nostra cultura, quasi come se fosse una merce», spiega lo psicologo e ricercatore John Williams, PhD, co-fondatore di California Anxiety. «Pensiamo semplicemente a come sorridiamo nelle fotografie, anche se non ci stiamo divertendo». Come riportato da Quartz all’inizio di quest’anno la felicità, genuina o meno, è diventata obbligatoria ovunque, dalla corsia del supermercato al luogo di lavoro. «Molte aziende spendono enormi somme di denaro per cercare di garantire la felicità dei dipendenti, e non per altruismo», afferma Quartz, riferendosi al «lato oscuro della positività», dove i sentimenti diventano prodotti da sfruttare a scapito delle esperienze umane autentiche.

Certo, è naturale desiderare la felicità nella propria vita. «La felicità ci dà una bella sensazione», propone Matthew Hefferon, PsyD, psicologo clinico abilitato e terapista familiare a Chicago. «Ci sembra bello allo stesso modo in cui… cibo delizioso, un caldo fuoco confortevole o un abbraccio da una persona cara [ci piacciono]». Tuttavia, la vera positività e la pressione a essere sempre positivi sono due cose differenti. E gli psicologi concordano sul fatto che nella nostra società questa pressione sta crescendo.

«Tutto questa questione del pensare positivo‘ fa sembrare che la felicità di una persona sia completamente sotto il suo controllo», spiega Peg O’Connor, PhD, una esperta collaboratrice di Pro Talk su Rehabs.com [un sito dedicato a problemi di salute e soprattutto all’abuso di alcool e droghe; Pro Talk dovrebbe essere lo spaizo di discussione aperta, blog, e servizio alla comunità, NdRufus]. «È come se la convinzione di fondo fosse: “Basta cambiare atteggiamento, stamparsi un sorriso sulla faccia e tutto andrà bene”». Ma come afferma O’Connor – e altri esperti concordano – la felicità perpetua non è un’aspettativa ragionevole. «Viviamo in un mondo dove abbonda l’oppressione a sfondo razziale, sessuale, religioso e di altro tipo».

«Queste realtà strutturali logorano le persone in molti modi», dice. «Per molte persone, la felicità prolungata sarà qualcosa di elusivo».

E quindi da dove viene questa ossessione per la positività, come ci sta influenzando nascostamente, e come possiamo correggerla? Continuate a leggere per scoprire di più perché gli psicologi pensano che ci sia un problema con il pensare positivo [sic. Mi raccomando anche io: continuate a leggere, eh!, NdRufus].

La mercificazione della positività

Per arrivare a una visione più sana della felicità dobbiamo prima comprendere come è stato che l’approccio americano alla positività si sia sviato in questo modo. Non è sorprendente che Hefferon dica che la colpa ricada sul capitalismo. «C’è stata una spinta, da un punto di vista sociale e aziendale, a proporre la felicità come valore massimo, poiché tecnicamente questo migliora la produttività e la salute», dice. La ricerca in proposito è cogente. «I lavoratori più felici, i componenti della famiglia più felici e le persone più felici tendono a essere più produttivi, più affettuosi, più pacifici e più rispettosi delle leggi», dichiara Hefferon.

Ma poiché la cultura americana prospera sul guadagno monetario, le aziende hanno preso questa conoscenza e ce l’hanno riv enduta nella forma di libri di auto-aiuto, corsi di meditazione e poster con Keep calm. In altre parole nel corso degli ultimi tre decenni o quasi la felicità è divenuta un’azienda a fine di lucro.

Ma il mondo degli affari non è il solo fattore. Secondo Helen Odessky, PsyD, psicologa e autrice di Stop Anxiety From Stopping You [” Ferma l’ansia e non farti fermare da essa”, NdRufus], la stessa ricerca in tema di salute mentale ha anch’essa contribuito alla ricerca della positività nela nostra cultura, (sebbene involontariamente). «Come settore, la psicologia è passata dallo studiare la depressione allo studiare la felicità. Lungo questo percorso abbiamo cominciato a sentirci obbligati a essere felici e a comparare i nostri livelli di felicità», dice. È complesso ma vero: la ricerca scientifica, la mercificazione e le pressioni sociali hanno tutte giocato un ruolo nel feticismo americano nei confronti della felicità.

Aspettative irrealistiche

Il problema del pensiero positivo va più in profondità di un eccesso di gadget coccolosi e divertenti nei bar. «Come società siamo divenuti sempre più intolleranti dei pensieri negativi»., dice la psichiatra Samantha Boardman, MD, di Positive Prescription [che, peraltro, è un sito di formazione molto vicino ai libri di auto-aiuto, NdRufus]. «Rendiamo patologico il dolore affettivo, la tristezza, il lutto, e abbiamo dimenticato che sono naturali e parte dell’esperienza umana del non stare bene, a volte». Come spiega la psicologa abilitata Nancy Sachar Sidhu, PhD, questa abitudine risale a centinaia di anni fa: «La cultura statunitense è pesantemente influenzata dalla sua storia di puritanesimo per la quale occorre trattenere i sentimenti e non portarli allo scoperto».

Si aggiungano le pubblicità televisive, oppressivamente gioiose, e gli scintillanti post sui social, e la nostra fobia per la negatività può solo ingigantirsi. «Ha fissato aspettative irrealistiche e una negazione… della complessità delle nostre emozioni», dice Sidhu. Al primo segno di tristezza, il nostro impulso e di sopprimerlo, medicalizzarlo o fingere positività sui social media per convincere chiunque altro (e noi stessi) che non stia davvero avvenendo. «Io credo che questo si colleghi perfettamente con il mondo basato su soluzioni rapide nel quale viviamo», dice Boardman.

Questo non vuol dire che non dovremmo sforzarci di ottenere la felicità. Ma gli psicologi ci incoraggiano a riconsiderare l’idea che ottenere uno stato di estatica felicità al 100% – e restare così – sia un obiettivo ragionevole. «Quando uno cambia la ricerca della felicità verso la pretesa della felicità le cose possono cambiare drasticamente», dice Hefferson. «La condizione emotiva di chiunque sarà per forza peggiorata dal dare la caccia a qualcosa che non può essere ottenuto».

Accettare ciò che non possiamo controllare

The reality of the human condition, melancholy as it may be, is that we’re just not built to sustain the level of positivity promoted by our merchandise and mood boards. “It is not healthy to force one’s self into trying to feel anything at all, and happiness is no exception,” says Hefferon. “Attempting to be happy or force others to be happy constantly is to oppose our biological, neurological construction. This will no doubt inevitably cause further despair.”

La realtà della condizione umana, per quanto possa apparire malinconico, è che semplicemente non siamo fatti per reggere al livello di positività promosso dai nostri comitati per le campagne promozionali e il buonumore. «Non è sano costringersi a provare qualcosa, e la felicità non è un’eccezione», dice Hefferson. «Cercare di essere felici o costringere altri a esserlo costantemente vuol dire opporsi alla nostra struttura biologica e neurologica. Senza dubbio questo causerà ulteriore disperazione».

Così come lo spiega Hefferson, le nostre emozioni naturali tendono a »continuare la marcia» nella propria direzione; poiché i sentimenti sono tecnicamente il risultato di reazioni chimiche e ormonali del corpo che non sono sempre razionali, non possono essere di per sé controllate. Oltretutto molti psicologi concordano sul fatto che le tendenze naturali degli individui verso la positività o la negatività tendono a disporsi lungo uno spettro. «Alcune persone inclinano maggiormente verso la felicità e l’ottimismo… mentre altre tendono più al pessimismo e a una visione più cupa. All’interno di queste due categorie ci sono gradazioni», spiega O’COnnor.

Per le persone che sono naturalmente più pessimiste, l’enorme pressione sociale a pensare positivo può essere simile a: «costringere improvvisamente un adulto mancino a usare solo la mano destra», dice. «E poi critichiamoli perché non sono capaci di scrivere bene, mentre loro stessi si sentono in colpa». Semplicemente non è ragionevole.

Un miglior approccio alle emozioni negative

Per quanto non si possa cambiare le emozioni premendo un interruttore, per quante citazioni piene di ispirazione di possano ricondividere, ciò che si può cambiare è: «l’intensità, il significato e la durata di quei sentimenti», dice Hefferson. In altre parole è cruciale giungere a riconoscere le proprie vere emozioni, e una volta che lo si fa si può essere strategici riguardo al come reagirvi.

«Uno dei miti riguardo alle persone emotivamente sane è che esse non sperimentino emozioni negative come la tristezza o l’ira», dice Boardman. «La differenza chiave è che le persone emotivamente sane non rimuginano sulle emozioni negative o permettono che queste prendano il controllo. Al contrario le usano a proprio vantaggio – per ottenerne una prospettiva e l’aiuto necessario a far fronte a una situazione e lasciarsela alle spalle». Per esempio, una persona potrebbe scegliere di considerare un licenziamento come: «un’opportunità piuttosto che un fallimento personale», propone Williams [che mi pare esattamente come il peggior pensare positivo, NdRufus].

Tutto questo per dire che le emozioni negative non sono così cattive come siamo indotti a credere – servono a uno scopo che la semplice felicità non può ottenere. «Ci ricordano di fare domande, rivedere le motivazioni e abbracciare nuovi obiettivi», dice Boardman. Ci aiutano a fare importanti cambiamenti nella vita, allontanarci dalle influenze cattive e in generale sono importanti per la sopravvivenza. «In realtà, usare saggiamente le emozioni negative può creare speranza e nuove possibilità», conclude Boardman.

E quindi la prossima volta che sentite un briciolo di tristezza, stress o insicurezza non compratevi un’altra rivista del genere Keep calm e sperate per il meglio. Invece: «passeggiate per quell’emozione e mettete il naso nei suoi angolini – pensatelo come un esercizio di speleologia», dice O’Connor. Se credete di soffrire di qualcosa di serio, come una depressione clinica, O’Connor raccomanda di usare uno strumento come MentalHelp.net per stabilire se è necessario un trattamento medico [e siamo anche alla autodiagnosi on line, NdRufus]. Anche se il capitalismo americano non vi aiuta, gli psicologi professionisti (e la squadra di Byrdie) certamente invece sì.

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Un pensiero riguardo “La ricerca della felicità

  • 09/05/2019 in 07:49
    Permalink

    Molto molto interessante… Per me addirittura piacevole 🙂
    Acute le ndRufus… Cito “mi pare esattamente come il peggior pensare positivo”: hai ragione, ma certe persone se non passano da lì non arriveranno mai a passeggiare sino agli angolini delle loro emozioni… Piuttosto bisognerebbe rinforzare la “lobby degli psicologi” che studiano e passeggiano nelle proprie emozioni per poi provare a camminare a fianco ad altri che vogliano provarci.
    Nonostante tutto… Anche keep calm potrebbe essere un buon inizio, perché otre a dover essere felici dobbiamo essere anche veloci…

    Risposta

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