Cambia il vento

Oh, ve lo dico subito: mi espongo alla berlina. Sto per scrivere, con cieca presunzione e assoluta sicumera quel tipo di previsioni sul futuro che poi rimangono e, dopo dieci anni uno le ritrova, le confronta con quel che è davvero avvenuto e dice: «Ahò, ma vedi quanto stava fuori ‘sto Roberto Sedda?! Come un balcone, proprio».

Però in questo periodo ci sono delle cose che sento sotto la pelle (e un po’ mettendo insieme indizi disparati, come Laney), e quindi le scrivo, con cieca presunzione e assoluta sicumera, nella speranza un po’ folle che invece poi si dica: «Eeeeh, Roberto Sedda sì che ne capiva, guarda».

E quindi cos’è che fiuta lo zio Rufus, nell’aria?

Che il vento sta cambiando. Non dico della vita politica, o di cose del genere: ho già scritto che Salvini sta finendo la benzina, ma non vuol dire niente: Berlusconi dopo essere rimasto a secco è durato altri quindici anni, e ancora sta lì, quindi non parlo di questo.

Anzi, metto le mani avanti: quelli che leggono i segni nel vento e ci trovano Greta e quindi concludono che i giovani risolveranno i problemi che loro hanno creato – e che quindi possono continuare a farsi i cavoli propri – non sono proprio della mia scuola.

Casomai quello che penso, piuttosto, è che stanno finendo gli anni ’10, ecco.

Dice: bella forza, siamo nel 2019, per forza finiscono.

Ecco, non in quel senso puramente cronologico: ma i decenni hanno un mood, una loro identità, e mi pare che l’aria dice che stiamo per transitare verso un nuovo elemento chiave, una nuova formula riassuntiva. Non è detto che avvenga al 31 dicembre, zacchete! – dopotutto a guardarci indietro gli anni ’10 sono iniziati con la crisi, nel 2008 – ma la sensazione è un po’ lì: se dovessi dirla con una parola, direi che si avvicina la fine della precarietà.

Purtroppo, questo non vuol dire che pensi che stia per iniziare l’era della sicurezza: piuttosto negli atteggiamenti che vedo, nei comportamenti della generazione dei trentenni o dei quarantenni, gente che la sicurezza non l’ha mai conosciuta e per la quale la precarietà è la norma, vedo una capacità crescente e del tutto nuova di creare propri equilibri dentro la precarietà, costruendoci spezzoni di stabilità. Del resto, l’essere umano vuole ordine e in qualunque situazione dopo un po’ tenterà di organizzarsi; la novità è che non si tenta più di uscire dalla precarietà, ma di vedere cosa succede se la si assume – d’altra parte, non ci sono alternative.

Vale per le scelte personali e affettive, e anche per quelle professionali: il nuovo ordine che ciascuno cercherà di darsi si gioca in condizioni infinitamente peggiori rispetto alla qualità dei diritti e delle possibilità di scelta delle generazioni precedenti (o dei decenni precedenti), però è comunque un passo avanti rispetto allo shock e alla paralisi – affettiva e anche professionale – degli ultimi anni.

E quindi vedo gente che si sposa, che fa figli, che mette in piedi pareti stabili attorno a sé e al proprio lavoro, che progetta il futuro in condizioni che, ragionevolmente dal punto di vista degli anni, boh, ’90, inviterebbero a non sposarsi, a non mettere su casa, a non aprire un’attività. Quelli cresciuti all’ombra delle Torri Gemelle e della crisi improvvisamente fanno gli adulti, quando ti aspetteresti che la prudenza li inviti a restare fermi. Solo che il tempo passa per tutti, fermi non si può stare, e quindi si arrangiano.

Del resto, la nostra è la generazione infertile per eccellenza, c’è in giro un disastro educativo da paura e abbiamo rovinato il pianeta: non è che possiamo stare tanto a far le pulci ai più giovani su come si deve vivere, nel caso che gli equilibri che troveranno siano di quelli che non ci piacciono.

Perché l’altra cosa che sento nell’aria, per il decennio che avanza, è che non è per niente detto che questi equilibri nuovi che sono in formazione ci piacciano: per esempio vedo un’attenzione crescente negli analisti alla mancanza di empatia generale che segnala che, probabilmente, molti di questi nuovi equilibri sono – se va bene – estremamente a corto raggio, familistici o di clan, e comunque legati a identità forti che ripudiano le altre identità o le vedono addirittura come nemiche. La visione si fa corta: magari globale, magari cosmopolita, ma corta.

Se state per usare la parola sovranismo o populismo – o perfino social network – rileggete con attenzione: sto parlando d’altro. Però è vero che, in qualche modo, con gli anni ’10 stanno venendo definitivamente a conclusione anche i cicli precedenti: ambiente, solidarietà, diritti civili e parecchio altro sono termini e concetti che sembrano in grandissima salute, ma che invece se guardati dal di dentro appaiono ormai esausti: se devono avere un futuro dovranno trovare spazio dentro contesti nuovi, dentro nuovi parametri di stabilità di vita personale (per esempio, in società nelle quali il concetto di governo globale è destinato a cambiare moltissimo).

Ed è anche possibile che nella nuova generazione che avanza – o fra i cinquantenni che ne fanno da avanguardia – si costruiscano strutture di potere esattamente simili a quelle precedenti, o anche peggiori: non so se ci avete fatto caso, ma anche in un paese anziano come l’Italia è sempre più difficile parlare di gerontocrazia, come appena una decina di anni fa. C’è una nuova élite che è pronta a prendere il potere, che ha parecchio da farsi perdonare e che sta attivando operazioni colossali di rimozione delle proprie responsabilità – il libro di successo di Tommaso Labate, I rassegnati, è un buon esempio di questa riscrittura della storia – in particolare quella di essere stata completamente organica alle scelte più scellerate delle generazioni precedenti (su una scala più generale, molte delle riflessioni su crucci, identità e problemi dei millennial soffrono della stessa origine: si accampano alibi perché chi è pronto a sedere in alto possa dire: «Io non c’ero» o, ancora meglio: «Non sono stato io»).

Come che sia, il vecchio Rufus fiuta l’aria: i tempi stanno cambiando.

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