Cornici e piaghe

Ho come l’impressione che le due grandi discussioni che vedo agitare la mia cerchia social a proposito del sequestro dell’autobus di ragazzini a Milano di ieri – cioè da una parte la discussione sui precedenti penali dell’autista, riassumibile nella domanda: «Com’è potuto accadere che guidasse quell’autobus?», e dall’altra la discussione sulle varie cittadinanze, quella da togliere all’autista ma anche quella da dare al ragazzino egiziano che ha lanciato l’allarme – nascondano complessivamente un certo senso di imbarazzo, come se tutte le parti politiche avessero la paura maledetta di mettere i piedi nelle sabbie mobili e preferissero parlare di questo – cioè, in pratica, del nulla – pur di non entrare nel merito della questione.

A destra non c’è molto a cui appigliarsi per costruire la solita metafora del nemico: un tizio nato in Francia, in Italia da più di vent’anni. Non proprio uno sbarcato coi barconi. E per di più palesemente uno squilibrato disorganizzato, certo non un terrorista nel senso proprio del termine e nemmeno, tecnicamente, un cane sciolto guidato indirettamente dalla propaganda. Oltretutto, dalle dichiarazioni, nemmeno religioso. E poi il paese reale in questa vicenda si prende le sue rivincite, con la presenza, come in tutte le scuole, di un buon numero di ragazzini stranieri sull’autobus: non è proprio facile raccontare la storia dell’uomo nero che ha tentato di bruciare i bambini bianchi, insomma. Vedo che Il Giornale, bontà loro, parla di uno Salvini scatenato sulla storia del togliere la cittadinanza, ma mai come questa volta, per il momento, sembra che il Ministro faccia la voce grossa perché si deve fare.

Parentesi: Salvini sta finendo la benzina, ma questa è un’altra storia e sarà raccontata un’altra volta. E poi ancora è presto per capire come andrà a finire. Fine parentesi.

E però a sinistra il disagio era uguale: il clima del paese è quello che è e il tema degli immigrati rimane complessivamente scomodo, tanto più con la Mar Ionio appena sequestrata e l’attentatore che, giusto giusto, dice che lui l’ha fatto per agire contro il sequestro e contro il blocco dei porti. Chi vuole davvero riaprire i porti ha certo alleati migliori da cercare che uno che tenta di bruciare dei ragazzini, quindi meglio distanziarsi. Meglio provare a costruire altra retorica – il ragazzino eroe è uno straniero anche lui – oppure tenersi su cose più sicure.

Chi gli ha dato la patente, appunto.

E invece la piaga è lì, bella aperta: e cioè, detto papale papale, che i discorsi d’odio sono da irresponsabili e poi vedi quello che succede.

Qualche mese fa ho detto al Subcomandante Marcos che sarebbe stato il caso di smetterla di raccontare di fascisti dappertutto, soprattutto di atti di fascisti, come se avessimo lo squadrismo sotto casa a tutte le ore. Ho detto che lo pensavo per motivi simili a quelli che riguardano i suicidi di adolescenti: si evita di parlarne per evitare l’effetto di imitazione. Allo stesso modo le narrazioni di fatti violenti, resi epici nel racconto, generano imitazione e quindi meglio discuterne con giudizio, non in maniera emotiva.

In realtà la cosa è un po’ più complessa: non c’è solo l’effetto imitativo diretto. Il problema è il modo con in quale si costruiscono i criteri interpretativi della realtà. Se io descrivo la realtà in termini di fascisti dappertutto, e questa diviene la cornice interpretativa condivisa, non solo io, ma anche gli altri prima o poi vedranno fascisti dappertutto. E se io sarò chiamato a definire me stesso, e i parametri di cui dispongo saranno soltanto fascista o non-fascista, ci sarà una buona probabilità che io, che magari avrei fatto altri percorsi di autoscoscienza, mi definisca fascista. E che poi faccia il fascista.

I razzisti hanno una colpa simile. Il grave della retorica contro gli immigrati che ci affligge ormai da molti anni non è solo il suo contenuto specifico – razzista, aberrante, miserevole – ma il fatto che rafforza un tendenza inevitabile dei gruppi sociali, definirsi in termini di noi e loro, tendenza che negli ultimi anni era già in crescita pericolosa, spinta dalle diseguaglianze sociali crescenti, dal senso di insicurezza causato della crisi economica, e da una serie di rotture del tessuto sociale sempre più evidenti.

Noi e voi. Quando la gente arriva a crederci oltre un certo limite le tragedie diventano via via più probabili. E tanti, spesso consapevolmente, gettano benzina sul fuoco della contrapposizione noivoi.

Attenzione: non sto istituendo un nesso causale diretto. Non sto dicendo che il sequestro e tentata strage di Milano è stato causato direttamente dalla tale o talaltra dichiarazione razzista. Che se non si sequestrava la Mar Ionio non succedeva niente. Dico che il clima d’odio rende più facili i gesti estremi, perché le cornici interpretative suggeriscono le azioni da intraprendere: ci saranno sempre dei matti pericolosi in giro, ma magari in certe situazioni è più probabile che salgano sul Pirellone e minaccino di buttarsi giù, piuttosto che andare a prendere delle taniche di benzina per farsi giustizia da soli. Le cornici di scontro, i machismi diffusi, i suggerimenti a farsi giustizia da soli, ad agire contro il nemico, creano schemi operativi che rendono gli atti di violenza estremamente più probabili.

E non sto neanche facendo il giustificazionista: l’autista è palesemente colpevole e presumibilmente si farà dei begli anni di galera – stavolta sul serio. E se invece gli daranno l’infermità mentale non è che la cosa cambi molto: la responsabilità diretta è sempre personale. Però è come al gioco della passatella: se prendiamo un povero scemo e tutta la sera lo prendiamo in giro e non lo facciamo bere, mentre noi alla fine siamo ubriachi, se finisce a coltellate qualcuno andrà in galera, ma quelli che hanno partecipato al gioco sono tutti degli irresponsabili che andrebbero messi fuori dal consesso sociale.

Di quelli che giocavano alla passatella si poteva ben dire che avevano le mani sporche di sangue.

Anche dei razzisti.

Scommetto che qualcuno è già pronto a dirmi: ma l’atto di violenza non l’abbiamo commesso noi. L’ha commesso lui. Abbiamo ragione noi. Sono loro che sono gente pericolosa.

Boh. I precedenti dell’uomo sono davvero minimi: non dicono certo che sia quello che vorresti avere come vicino di casa, ma in Italia, per dire, vengono ritirate un paio di migliaia di patenti all’anno per guida in stato di ebbrezza: a parte che la maggioranza non sono di origine straniera, se tutti fossero pericolosi e potenziali terroristi saremmo davvero nei guai. Per le molestie vale un discorso simile.

E invece il punto non è questo. Il punto è che c’è in questa vicenda un’altra verità sgradevole per i seminatori d’odio: che i loro non sono dei pupazzi inanimati. Non puoi fargli quel che ti pare, come ti piacerebbe. Se li fai sanguinare magari reagiscono, e fanno sanguinare te. E non stanno proprio proprio da un’altra parte: stiamo tutti insieme nelle stesse città, negli stessi quartieri. Guidano gli autobus dei bambini. Dei miei figli, dei loro figli e anche dei tuoi. A seminare l’odio poi rischi che ti torni addosso immediatamente. Poi naturalmente immagino che a quelli che seminano odio non gliene freghi niente: di solito quelli che iniziano le guerre civili sono convinti di vincerle. Spesso le vincono pure: ma non si parla dell’orrore della guerra civile a caso, perché prima di arrivare alla vittoria ci sono un sacco di innocenti che la pagano cara, come poteva succedere ieri a Milano, con un attentatore fuori di testa e disorganizzato; figuriamoci cosa può succedere se tu spingi gli avversari a organizzarsi. Nel tessuto delle nostre città. È per questo che nelle nazioni ben governate quelli che spingono verso la guerra civile di solito li mettono dentro e buttano via la chiave, molto prima di quanto facciano con i pazzi con l’accendino facile.

Per fortuna il paese non è a questo punto, il tessuto sociale ancora regge – come si vede fra le righe nello stesso episodio di Milano – e c’è un sacco di spazio per preservare i rapporti sani fra le persone. Però l’episodio di ieri è anche un segnale non da poco, e non dovrebbe essere sottovalutato. Per questo chi ieri e oggi ha parlato di scemenze evitando mi mettere il dito nella piaga o era colpevole, o era vigliacco: non so cosa sia meglio.

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