Sentimenti e scarti di produzione

Ho condiviso ieri un post su Facebook di Simone Regazzoni, direttore editoriale de Il Melangolo, a proposito della strategia comunicativa di Salvini; quando l’ho fatto ero influenzato da un post analogo di Andrea Zhok (curiosamente, un altro filosofo). Non sono sicurissimo, in realtà, di condividere le posizioni generali dei due autori dei post, ma volevo tornare sul discorso per approfondirlo rispetto alle discussioni su Facebook e anche per spostarmi da quel che fa Salvini a quel che fanno gli altri, che è la cosa che più mi interessa.

Quello che fa Salvini

La prima cosa, fondamentale, è prendere atto che Salvini non fa sparate ma segue una sua strategia comunicativa. Lo fa usando formule che sono doppiamente scorrette: da un punto di vista del politicamente corretto (accettando di solleticare il razzismo, la xenofobia, l’autoritarismo…) e dal punto di vista del ragionamento: accettando di dire, scusate la parola, minchiate che non stanno in piedi – i porti non sono stati mai chiusi, mentre l’Aquarius vagava per il Mediterraneo altri migranti sbarcavano dalla nave Diciotti della Marina Militare, sui censimenti non si capisce se parlava di tutti i rom o dei campi, e così via. In parte entrambe le scorrettezze dipendono dal modo ipersemplificato con cui vengono riportate le sue affermazioni, ma d’altra parte sono affermazioni in partenza sufficientemente rozze da prestarsi a questo tipo di semplificazione, posto che Salvini sa benissimo che nella semplificazione vince.

Ammesso che Salvini stia seguendo una sua strategia, cosa della quale sono piuttosto convinto, a cosa mira? Secondo me non mira (tanto) a creare strumenti di distrazione di massa – cosa nella quale Berlusconi, che usava tattiche simili, era maestro – quanto ad accreditarsi: sia rubando spazio comunicativo a chiunque altro, in particolare agli alleati o ai potenziali avversari più pericolosi, che così sono costretti al silenzio, sia impostando il discorso politico nel modo che gli è più congeniale. Salvini, come Renzi e Berlusconi prima di lui, è stato votato perché percepito come l’uomo forte che è in grado di fare le cose: la sensazione che trasmette, ai suoi elettori e alle parti deboli degli altri schieramenti, è che è proprio così, Salvini si è messo in moto e adesso ci penserà lui – pazienza se i termini della questione non sono proprio chiari e quello che sta pensando di fare non così definito. Comunque abbiamo al potere uno che adesso fa: magari sbaglierà qualcosa ma la direzione è giusta e vedrai che alla lunga risolverà i problemi, non crede, signora mia?

Il punto di forza finale di questa strategia, ovviamente, sono le questioni scelte: i migranti e il ruolo dell’Europa in merito, il (supposto?) business dell’accoglienza, le popolazioni romaní dei campi, Equitalia, i (presunti) privilegi delle personalità di sinistra, come la scorta di Saviano. Manca ancora all’appello la microcriminalità, la legittima difesa, i venditori ambulanti stranieri e il chiasso notturno all’uscita dai locali, ma ci arriveremo senz’altro. Sono tutte cose che sono – cerchiamo di capirci – fastidiose per la popolazione media e che, nel sentire comune, sono percepite come problemi. E, è importante notarlo, in effetti sono veramente problemi: ciò che non va in Salvini non è nel non avere individuato dei tasti dolenti per un certo numero di persone, spesso anche vasti settori della popolazione, ma nelle soluzioni semplicistiche che propone, che anche quando non sono direttamente razziste sono sempre superficiali e autoritarie.

Quello che fanno gli altri

Naturalmente Salvini si avvantaggia del fatto di muoversi nel vuoto pneumatico di iniziativa politica degli avversari. I 5Stelle sono ostaggio del governo e sono stati presi in contropiede, le opposizioni, di destra e di sinistra, sono praticamente annichilite, quindi Salvini è come un pugile bello carico che mena e rimena un avversario ormai suonato.

“Nomadare”. Concorrenza politica spietata, proprio.

In realtà nei giorni scorsi il vuoto pneumatico è stato abilmente mascherato, da parte di vasti settori di sinistra, da una insistita campagna comunicativa di opposizione isterica – non c’è altra parola – a Salvini che ha puntato a drammatizzare oltre ogni limite (continue evocazioni di fascismo e nazismo, pulizie etniche), si è nutrita quasi esclusivamente di petizioni etiche (evocazione di valori assoluti, con scarsissime indicazioni di come metterli in pratica) e, curiosamente, non ha quasi mai preso di petto Salvini direttamente, ma ha sempre mirato un po’ a lato: o per prendere d’infilata i 5Stelle (ecco, tutta colpa vostra, e soprattutto colpa degli elettori PD che non ci hanno votato) oppure ha mirato al bersaglio fascista indefinito, che obiettivamente nell’attuale scenario politico non si sa bene chi sia.

Intendiamoci: un certo apparato comunicativo della (ex?) sinistra si era già distinto nella fase di formazione del governo con una campagna di manipolazioni e mistificazioni che in Italia non si era mai vista, neppure ai bei tempi del Casaleggio più ruspante, ma la cifra più innovativa di questi giorni è sicuramente l’intreccio fra isteria e sentimentalismo che ha occupato totalmente lo spazio comunicativo di opposizione, costruendo una dinamica totalmente polarizzata fra estremi, da una parte con la bava alla bocca e dall’altra con il cuore trafitto, lupi mannari contro matres dolorosae. Una dinamica, ovviamente, nel quale fare politica diventa impossibile.

Perché questo tipo di reazione? Perché c’è una parte di (ex?) sinistra che, francamente, non ha più nulla da dire e che, oltretutto, ha pure la coscienza sporca su molte delle questioni evocate, avendo sostenuto nel tempo posizioni sostanzialmente in linea, sebbene più moderate, con quelle di Salvini: l’unico modo per nascondere le magagne è alzare il can can nascondendosi dietro l’unica bandiera che ancora possa essere agitata, cioè l’antifascismo – o, più precisamente, evocando l’unico spauracchio che ancora funziona, cioè il nazismo. A questo si aggiungono – o sono gli stessi – quelli che hanno non Salvini ma i 5Stelle come avversario principale, e che colgono lì’occasione per dire che, come sempre, è loro colpa, loro colpa, loro massima colpa.

Il risultato

A chi giova questo tipo di reazione?

A Salvini, ovviamente.

Salvini parte già avvantaggiato: ha l’iniziativa, crea la notizia e imposta la questione nel modo che gli è più congeniale. Inoltre tocca questioni che per il suo elettorato sono identitarie e che per vasti strati della popolazione rappresentano tasti sensibili.

L’enorme reazione mediatica alla sua iniziativa gioca a suo favore: diffonde la notizia presso altri strati della popolazione, rafforza il suo elettorato (se tutti quelli di sinistra protestano vuol dire che sta facendo qualcosa di buono, e poi c’è un sacco di gente a cui la contrapposizione muscolare piace). Inoltre inevitabilmente l’allargarsi della discussione tende a semplificare e rendere meno precisi i termini della questione, trasformandoli in bandiera ideologica, e Salvini nella semplificazione è ulteriormente avvantaggiato.

Ma soprattutto gli avversari sono costretti a giocare dentro i confini della discussione impostati da Salvini, che per esempio ha buon gioco a costringerli ad accettare – per opporsi a lui – posizioni insostenibili: dovremmo accogliere tutti i migranti, nessun nomade ruba, la presenza di campi, magari abusivi, non crea nessun problema ai residenti dei dintorni, e cose così.

A peggiorare le cose ci si mettono quelli fra gli oppositori, che ultimamente sono piuttosto diffusi, che per essere più sicuri o per approfittarne per ramazzare qualche clic si mettono anche loro a inventare le bufale – o a premere sul pedale della comunicazione estrema, che è quasi la stessa cosa – facendo aumentare il polverone e, alla fine, peggiorando la posizione che vorrebbero rafforzare.

Il risultato netto è che Salvini si trova ad affrontare una reazione massiccia ma scomposta, che può facilmente eludere se non irridere, e alla quale spesso può assestare pure qualche devastante colpo d’incontro.

Come non essere d’accordo con lui?

Salvini non è mai stato particolarmente preciso riguardo agli obiettivi, e in ogni caso non è obbligato a realizzare tutto quello che può essere stato dedotto dalle sue parole da sostenitori e oppositori: quello che gli interessa è agire il conflitto e impostare la percezione dei problemi, sul resto può manovrare. La sua sconfitta sarebbe stato l’attracco della Aquarius, per esempio, ma per il resto si lascia sempre abbastanza libertà di manovra da gestire la cosa nel modo più opportuno a seconda di come evolve la polemica: quello che gli interessa non è fare il censimento, ma creare le premesse per un giro di vite securitario sui campi, nel frattempo facendo vedere che i suoi avversari non la contano giusta – perché indagini conoscitive e demolizioni di campi le hanno fatte anche amministrazioni di sinistra, per esempio, o perché i paesi che generosamente si sono offerti di ospitare la Aquarius magari hanno delle loro storie di oppressione non da poco: non importa che magari le situazioni siano differenti o che due torti non facciano una ragione, l’importante è avere abbastanza verve polemica da rafforzare le proprie posizioni, mostrare gli avversari deboli e confusi, rafforzare la propria immagine di leader e, magari, sulla base di questi successi indurre qualcuno dell’elettorato avversario a transitare dalla propria parte o almeno ammorbidire le sue posizioni.

Se poi nell’eccesso polemico qualcuno degli avversari ha manipolato una notizia, o scritto una cosa falsa, allora lo staff di Salvini stappa lo champagne, ovviamente: presi al laccio del loro stesso gioco gli avversari avranno convinto i pasdaran della destra che è proprio così, Salvini dice la verità e la sinistra non solo è imbelle ma mente.

Cosa si dovrebbe fare?

A me un sacco di gente, discutendo più o meno di queste cose, mi ha detto: «Ma allora tu vuoi che ce ne stiamo zitti?».

La parte più strategica di me avrebbe voluto rispondere che se Clausewitz aveva ragione e la politica e la guerra sono in stretto rapporto, allora un assioma bellico fondamentale è quello di mai, mai, mai accettare battaglia, tanto più una battaglia improvvisa e non preparata, sul terreno scelto dall’avversario.

Capisco che la risposta bellica possa non piacere. Però è vera. E d’altra parte si sta in politica per far trionfare le proprie idee – se non proprio per prendere il potere – non per partecipare in senso olimpico: si può accettare di essere, per un certo tempo, minoranza, ma facilitare la vittoria degli avversari non ha senso.

Ma mettiamo che la visione bellica proprio non vi vada giù. Benissimo: usiamo le categorie dei vecchi pacifisti. Quello che Salvini sta facendo è riconoscere la presenza di un conflitto e agirlo. Spregiudicatamente, magari. O verso obiettivi detestabili: certamente. Ma da un punto di vista politico è corretto: agisce il conflitto.

Quello che negli anni scorsi ha fatto molta presunta sinistra, sugli stessi temi, non è stato mettere le mani nel conflitto sociale, ma esorcizzarlo, depotenziarlo oppure negarlo. È per questo che oggi è in difficoltà. Similmente la reazione mediatica – ripeto: isterica – da sola non è agire il conflitto: è pura fuffa che soddisfa la nostre pulsioni emotive – ho condiviso l’articolo contro Salvini, gliel’ho fatta vedere! Agire il conflitto vuol dire modificare i rapporti di forza nella realtà e rendere più probabile un esito nel quale i miei desideri siano correttamente rappresentati, e rilanciarsi patetiche petizioni di principio non ottiene minimamente questo scopo, tanto più se per far girare le suddette petizioni di principio sto di fatto rafforzando la posizione nel conflitto del mio avversario.

Un salto oltreoceano

Per quelli di voi che non sono convinti racconterò una storia attualissima che viene dagli Stati Uniti.

Gli USA hanno un problema, ricorrente, di immigrazione proveniente da alcuni paesi del Centro America. Non è molto diverso dal nostro problema mediterraneo: perché i migranti provengono da paesi nei quali il livello di violenza, criminale o politica, è tale che possono correttamente aspirare allo status di rifugiati, ma altri sono semplicemente (semplicemente?) migranti economici.

Il fenomeno è ricorrente e ha delle impennate periodiche. Negli USA, a scopo di deterrenza, l’emigrazione illegale è un reato, ma l’atteggiamento è piuttosto variato: un illegale che vive e lavora negli USA da molti anni non ha la stessa priorità per le forze della legge di uno spacciatore; in ogni caso una persona sorpresa ad attraversare il confine illegalmente è certamente posta in stato di detenzione, e dopo succedono cose abbastanza diverse a seconda dei casi, della pressione migratoria, del tipo di persona che è stata arrestata, della provenienza eccetera: se sono minori non accompagnati non sono considerati illegali ma potenziali vittime di tratta e sono indirizzati a un sistema di assistenza e case famiglia. Se sono famiglie intere, con la presenza di minori, sino ad Obama l’atteggiamento è stato ondivago. Nel 2014, in un momento nel quale la criminalizzazione dei migranti è stata forte per far fronte a un picco di arrivi, molte famiglie sono state incarcerate collettivamente – a scopo ancora una volta di deterrenza, perché prima la presenza di minori faceva sì che venissero arrestati e subito messi in libertà – per breve tempo, perché una serie di giudici federali ha condannato l’amministrazione perché teneva dei bambini in centri di detenzione e l’operazione si è afflosciata su se stessa.

Trump, come sappiamo, ha deciso di stringere le maglie e rendere l’arresto dei migranti un fatto vero. Contemporaneamente è impegnato i un braccio di ferro col Congresso sulla sua nuova legge sui migranti e ha deciso, in pratica, di usare i bambini sia come posta in gioco che come minaccia alle famiglie dei migranti. Il ragionamento è questo: i migranti vengono arrestati, ma i bambini non possono stare in galera. Quindi i bambini vengono sottratti alle famiglie e avviati a un sistema di affidamento, come se fossero non accompagnati. Solo che la prospettiva della riunificazione successiva, per esempio al momento dell’espulsione, è lasciata intenzionalmente vaga. La cosa ha, dal punto di vista dell’amministrazione Trump, due effetti: ha una fortissima capacità dissuasiva nei confronti dei migranti (se venite vi togliamo i figli) e serve a tentare di piegare il Congresso: se volete, potete porre immediatamente termine alla cosa, basta che approviate la nuova legge. Il dolore di genitori e bambini, naturalmente, è un puro accidente.

Trattandosi di un provvedimento piuttosto spietato, naturalmente, ha suscitato subito una opposizione molto forte. Parte di questa opposizione si è concentrata, nell’ansia di far risaltare maggiormente l’inumanità della cosa, su aspetti, diciamo cosi, di colore. Per esempio: i bambini separati vengono ospitati in grandi palestre o capannoni. Essendo tanti lo spazio è partizionato con delle reti metalliche, con un soffitto anch’esso di rete metallica. Alcuni cronisti che hanno visto la cosa hanno parlato di gabbie.

L’amministrazione Trump e la polizia di frontiera ha duramente contestato questa definizione, preferendo l’espressione partizionamenti metallici o divisori in rete metallica. Ne è nato un dibattito surreale, gabbie o non gabbie?, che naturalmente trascurava una cosa abbastanza centrale; bambini internati e sottratti ai genitori.

Ancora peggio, è diventata virale una foto che mostra un bambino pietosamente aggrappato alle rete di una di queste gabb… ehm, partizionamento metallico. Pietoso. Foto virale. Peccato che sia una foto dell’epoca Obama – il citato caso del 2014 – perché il sistema delle gabbie è standard per la polizia di frontiera. A dirla tutta, non è neanche una foto di un centro di detenzione: è presa durante un flashmob di una associazione per i diritti civili dei migranti. Ma i sostenitori di Trump hanno avuto buon gioco nell’accusare i democratici di manipolazione della comunicazione e, conseguentemente, nel tentare di far passare l’idea che è tutta una montatura. L’appello emotivo e l’immagine straziante – per non parlare del fake – non hanno aiutato i migranti né il lavoro politico al Congresso: hanno semplicemente permesso a Trump di intorbidare le acque. Se oggi Trump ha firmato un ordine esecutivo che prevede che le famiglie vadano incarcerate insieme non è stato per quella campagna mediatica, ma nonostante quella. Avere seguito Trump nella disputa nominalistica gli ha permesso di difendere più a lungo una posizione insostenibile. Avere diffuso senza ragionare una foto falsa gli ha permesso di segnare comunque dei punti a suo favore in un disastro comunicativo che non poteva salvare in nessun modo.

Però certo, quelli che avranno seguito Trump su quel terreno perché non se la sentivano di tacere poi saranno stati molto più contenti, emotivamente. Aaah, gliene hanno detto quattro.

Scarti di produzione

La cosa più seccante di come è impostata da larga parte dell’opposizione la campagna mediatica contro Salvini non è tanto che serve a farlo vincere. In parte è uno scontro tattico momentaneo, lui non può andare avanti all’infinito con i proclami – però può andare a elezioni in posizione di forza – e comunque sarà costretto, prima o poi, a fare i conti con problemi che non si è scelto, e allora si vedrà.

Il fatto seccante è che tutto questo processo mediatico sensazionalistico ci lascia il carico di una serie di effetti indesiderati che minano la capacità di chi vuole lavorare per la giustizia sociale di impostare uno straccio di nuova politica. Per un vantaggio momentaneo tutto da dimostrare si producono dei danni notevoli a livello di coscienza politica. Ne cito alcuni alla rinfusa:

  • in generale, sono messaggi che per creare allarme strumentale generano invece panico e scoramento; l’invito o il proposito a emigrare, a sperare in interventi miracolistici dall’estero o semplicemente tifare asteroide, mettono in secondo piano la necessità di organizzarsi, fare politica, costruire tessuto sociale e organizzativo;
  • la citazione continua di Hitler e Mussolini, il paventare il ritorno del nazifascismo e la menzione del fatto che anche loro sono giunti al potere attraverso elezioni ha l’effetto complessivo di delegittimare la democrazia; tra l’altro che siano giunti al potere con le elezioni è falso;
  • sempre il tentativo strumentale di creare allarme evocando il nazifascismo ha l’effetto paradossale di sdoganarlo. Per quanto di destra reazionaria Salvini non è fascista e se anche lo fosse sarebbe tutto sommato un fascismo domestico e bonaccione: l’accusa di fascismo va tenuta per i processi eversivi violenti e per i movimenti veramente fascisti, se no c’è il rischio che la gente pensi che se il fascismo è come Salvini tutto sommato non doveva essere così male, se tanto ci dà tanto;
  • l’assunzione di posizioni di carattere valoriale assoluto senza mai indicare sentieri possibili di realizzazione impedisce di mettere le mani nel conflitto sociale e quindi impedisce di scrollarsi di dosso etichette come radical chic o buonista, ma soprattutto pone nella percezione comune idee importanti come tolleranza, coesistenza, multiculturalità eccetera, nella casella delle belle parole impraticabili o, peggio ancora, un lusso che le persone normali non si possono permettere; l’effetto secondario è sdoganare il razzismo, facendo sì che mascherato da lucido efficientismo si possa dire che almeno risolve i problemi mentre di là si parla, si parla di valori e non si combina niente;
  • l’assunzione di un linguaggio politico da tredicenni (iperboli, specchi riflessi, battutine, vignette, e allora lui…, ipse dixit, citazione di fonti senza capirle, insulti più o meno mascherati) rafforza la semplificazione, e la semplificazione del linguaggio favorisce la destra;
  • io non direi, come vedo frequentemente proporre, che «gli italiani sono tutti razzisti» o che le posizioni di critica a Salvini sono minoranza: a parte che non è vero, ma non si dice mai. Casomai si deve dire, come è nella realtà, che è importante che la maggioranza non razzista degli italiani si organizzi per far valere la propria opinione. Dire che gli italiani che votavano Berlusconi o erano stupidi o erano ladri non l’ha mai fatto perdere; la combinazione tossica di definirsi minoranza, stereotipizzare gli avversari e non entrare nel conflitto sociale fa sì che prevalgano a sinistra (o quella che si definisce tale) posizioni elitiste, benpensanti, che la spostano su posizioni neoconservatrici e che fanno risaltare ulteriormente l’idea che la sinistra è fatta dalle persone garantite, che hanno il culo al caldo e che si possono permettere i buoni sentimenti dell’antirazzismo e dell’antifascismo (e che sono ipocrite), per non parlare dell’identificazione della sinistra con posizioni che spocchiosamente si fanno vanto della propria presunta superiorità morale e intellettuale e non vedono problema nel denigrare chi è inferiore a loro, cioè i poveri;
  • la narrazione parallela dell’ignoranza degli italiani, della loro incapacità di giudizio, è accecante e assolutoria: impedisce di prendere atto del perché gli elettori possano avere votato altri (o non votato nessuno) e impedisce di analizzare i propri errori e l’insufficienza della propria proposta politica;
  • il debunking è morto. Quando tutti mentono e manipolano la comunicazione, quando sono i Repubblicani a scoprire la foto falsa dei Democratici (in Italia è lo stesso) non c’è più niente da fare;
  • finché prevale l’isteria comunicativa non si aprirà nessuna seria discussione sulla leadership dell’opposizione e sui suoi programmi; come dimostra l’epoca di Berlusconi la demonizzazione dell’avversario è funzionale al mantenimento di leadership di opposizione mediocri e, alla fin dei conti, colluse.
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