La mia vita con il Papa – L’evento (2)

È ormai passato un po’ di tempo e qualcuno mi ha fatto notare che non ho finito di raccontare del Papa, quindi posto questo articolo che per qualche giorno è rimasto in bozza.

L’incontro coi lavoratori in Largo Carlo Felice

Ci eravamo lasciati col gruppo “La Pira” in attesa del Papa nel Largo Carlo Felice.

E il Papa, puntalissimo, è arrivato, in mezzo al delirio collettivo. Con la gente che prima si assiepava lungo le transenne del passaggio centrale e poi, in blocco, si è spostata in modo da stare il più possibile sotto il palco, con movimenti alluvionali di masse umane che scalzano i poveretti che si erano scelti un posto tranquillo e riparato e ti portano a dire: «Cioè, ragazzi, un po’ per uno no?! Voi siete stati in prima fila lì alle transenne e noi ci stiamo adesso sotto il palco, no? Una volta per uno…», e invece no, ci sono quelli che stanno avanti prima e poi… lo stesso.

Questo per dire che anche in questi momenti spirituali poi ti preoccupi di tante cose, insomma, anche cose meno elevate.

L’incontro coi lavoratori aveva una struttura semplicissima: tre saluti da parte di altrettanti esponenti del mondo del lavoro – un operaio, la presidente di una cooperativa sociale e un allevatore – e poi il discorso del Papa.

Devo dire che l’intervento di chi parlava per primo, Francesco Mattana della Sardinia Green Island in crisi, ha dato il tono all’evento. Mattana era emozionato e sofferente e ha spezzato qualunque formalismo ci fosse in giro – e negli interventi degli altri due un po’ ce n’era, soprattutto in quello della presidente di Primavera83, molto attenta a presentare la cooperativa e i suoi meriti.

A quel punto Papa Francesco aveva un compito difficile. Da una parte reagire a tono, rimanendo su quel terreno concreto della mancanza di lavoro su cui l’aveva portato Mattana. Dall’altra sfuggire alla trappola dell’autorità che viene da oltremare a fare promesse: nei tre saluti c’era molta di quella dimensione fideistico-sindacalista che c’è certe volte nelle manifestazioni “per il lavoro” che si fanno in Sardegna, in cui ci si aspetta qualcosa, qualunque cosa, che venga dal cielo: facciamo la manifestazione e tutto cambierà, viene il Papa e tutto cambierà. In qualche momento dai discorsi pareva che il Papa avesse la facoltà, con la volontà o forse con la sola unzione delle mani, di far sparire la crisi economica e la disoccupazione dalla Sardegna – cosa che ovviamente non poteva essere.

YASHICA Digital CameraDevo dire che Francesco è stato all’altezza della sfida, e più che all’altezza. Da una parte ha messo da parte il discorso preparato e ha parlato a braccio, con accenti sinceri e con vero trasporto e commozione, “entrando” nel campo e sgombrandolo da qualunque sospetto di manierismo: ha colpito tutti quella battuta sul «Non sono venuto qui a fare l’impiegato della fede – o della Chiesa? non ricordo – che dispensa rassicurazioni vuote». Sull’altro fronte si è ben guardato dal suggerire soluzioni specifiche – che non è compito della Chiesa, come pure non spetta al Papa assumere direttamente i disoccupati, evidentemente – ma è andato al sodo dei concetti: e ha detto due-tre parole nette sul rifiuto del mercato come unico criterio regolatore della vita economica. Un discorso molto religioso – Dio è l’unico a cui va data adorazione, e se il mercato diventa un moderno idolo è chiaro che la Chiesa non può starci; se in nome del mercato si calpesta la dignità delle persone la Chiesa non può starci – ma contemporaneamente un discorso che, come dice Crozza, pone il Papa moooolto più a sinistra di Epifani, o almeno: più a fianco degli oppressi.

Il Papa ha fatto anche una battuta contro la globalizzazione, nel contesto della polemica contro il mercato. In realtà a me questo accenno alla globalizzazione – sorpresa, sorpresa – non è piaciuto tanto: perché lo trovo ormai un tantino superato, e un po’ convenzionale in un discorso che era tutto meno che quello. In realtà spetterebbe alla Chiesa, oggi, dire cosa può succedere dopo la globalizzazione: ma obiettivamente in Largo Carlo Felice non era né l’occasione né il contesto adatto. Secondo me, per quel che ho capito e che mi sembra, questo dovrebbe essere l’approdo naturale del ragionamento di Francesco, il latino-americano figlio del Concilio: se riesce a farlo… se riesce a farlo altro che chiudere lo IOR, come impatto…

Come mi è sembrato il Papa

Ho l’impressione che tutti quelli che mi leggono si siano già fatti una loro idea diretta del Papa: nell’arco della giornata eravamo in quattrocentomila, quindi non è come se raccontassi una cosa che ho vissuto solo io, per non parlare del fatto che tutti avremo visto e sentito il Papa in televisione, una volta o l’altra. Dico le sensazioni che ho avuto più che altro come un appunto per il futuro, per quelli – pochi – che non c’erano e per quei miei quattro amici mangiapreti che magari all’arrivo del Papa… se ne sono andati al mare.

  1. Colpisce di Papa Francesco la totale mancanza di formalità – neanche di formalismo, ma proprio di formalità. Non è ignoranza o dispregio dei codici: all’inizio del discorso ha doverosamente ringraziato le autorità, come usa; è piuttosto una sorprendente capacità di rapportarsi all’uditorio e di collocarsi su un piano di familiarità istintiva, saltando tutte le barriere. Visto e sentito dal vivo ha, in questo senso, un carisma e una presenza di straordinaria intensità che se accoppiata a un pensiero appena non banale si traduce in un’esperienza molto forte. Se il pensiero è più strutturato, Papa Francesco… spacca.
  2. Il Papa è anziano e, anche se dotato di grande energia, per certi aspetti piuttosto fragile. Almeno, questa è l’impressione che mi ha dato lì in piazza: poi si è fatto sette incontri in tutta una giornata faticosissima, però mentre era con noi a un certo punto ha voluto completare e integrare il discorso, che già si avviava alla fine, e però un po’ si è perso, si è avvitato, ha ripetuto le stesse cose e alla fine si è dovuto arrendere, apparendo un po’ vecchietto: al Giovanni Paolo II dei bei tempi non sarebbe mai capitato, ma Giovanni Paolo II è stato eletto Papa molto più giovane di Bergoglio, e più o meno all’età che ha Papa Francesco adesso era l’uomo sofferente che ha aperto la Porta Santa nel 2000, un raffronto a cui forse non sempre si pensa.
  3. Forse anche per questo, come esigenza personale e non solo come insegnamento sul rapporto fra pastore e comunità, è ricorrente in Papa Francesco l’invito a pregare per lui: l’ha ripetuto anche al termine del nostro incontro ed è un appello che colpisce – almeno, a me ha colpito molto. E ne farò tesoro nelle mie preghiere.

Verso casa

YASHICA Digital CameraFinito l’incontro coi lavoratori il gruppo “La Pira” si è diviso. Maria Bonaria in particolare doveva andare a dare da mangiare al mitico Pino all’Ospedale Marino, e un po’ ci eravamo organizzati perché ci desse continuamente notizie dei suoi progressi, come i concorrenti di La trappola per uomini di Sheckley: ecco, sono emersa dal Labirinto delle Ambulanze, ora affronto il tremendo Svincolo Multiplo delle Transenne Assassine, oh mio Dio, incombe su di me la Fiumana delle Suore e la Stampede dei Chierichetti… no, ce l’ho fatta: ora solo rimane da superare la Palude dei Telecronisti…

In realtà, molto più semplicemente, Maria Bonaria ha fatto via Dante, cioè dirigendosi lontano dagli eventi della mattina, è andata a casa di Gaetano e Valentina, si è presa un caffè e poi loro l’hanno accompagnata al Marino in auto facendo un giro un po’ largo. Nessun problema, nada, nicht, a riprova che forse l’idea dell’intera città blindata e paralizzata dalla visita papale era stata un pelino gonfiata – chissà se in maniera interessata.

Mentre Maria Bonaria cercava di raggiungere il Marino, io mi ero diretto verso casa. Anche su di me incombeva la profezia dell’amico sacerdote, secondo il quale sarebbe stato impossibile arrivare sin là, come ho già raccontato.

Servizi essenziali

In realtà su me incombeva anche un altro problema. Grave, gravissimo.

Dovevo andare in bagno.

Ora, in questi casi uno entra al bar, prende un caffè e chiede di usare la toilette.

Ma io, in maniera del tutto illogica, mi vergognavo. La sera prima ero stato impigliato in due-tre conversazioni coi proprietari di altrettanti bar che mugugnavano sul doversi far carico di questo tipo di esigenze dei pellegrini (uno, di cui non faccio il nome, ha addirittura chiuso apposta, per non avere il viavai) e quindi mi sentivo in colpa. Con un ragionamento bizzarro, che adesso non capisco come mi sia venuto in mente, mi sono detto che per indennizzare i poveretti dell’uso dei loro gabinetti (rima!), ci voleva almeno una colazione in grande stile, non la misera spesa dell’euro per caffè e mezza gassata.

Peccato che nella mia personale scala di posti dove fare una colazione decente via Roma non sia segnata sulle mappe: al suo posto una zona nebulosa con la scritta hic sunt leones et nigra bevanda peximamente praeparata – sine pasticceriam. Per di più i bar di tutta via Roma, la Marina e zone limitrofe erano strapieni, e quindi anche solo il prendere un caffè appariva un problema.

YASHICA Digital CameraAlla fine sono entrato in un bar pizzeria all’inizio di via Roma, di cui mi ero dimenticato e migliore della concorrenza. Non erano neanche le dieci ma essendo in piedi dalle cinque sentivo quel certo languorino e proprio in quell’istante allestivano il bancone di focacce al radicchio e gorgonzola: sono stato seriamente tentato, ma alla fine ho preferito soprassedere. E dopo il cappuccino e il cornetto mi sono sentito moralmente autorizzato a mettermi anch’io in fila e soddisfare quel certo bisogno, dopo aver ceduto il passo a una signora anziana, un padre con bambino, tre ragazze che sono entrate tenendosi per mano, due signore in costume sardo (c’era gente in costume dappertutto, mannaggia), due turisti inglesi piuttosto spaesati, una tizia della banda comunale che è entrata in bagno col sassofono, due signore che erano dopo di me ma mi avrebbero palesemente sbranato se non le avessi fatte passare, una ragazza con un enorme ombrello del Vaticano e un tizio in calzoncini, giacca da sera e stemma di una qualche associazione di ricconi. Una delle file più variegate che abbia mai fatto.

Largo! Largo!

598575_10201426498136276_1112181288_nRisolta la questione sono finalmente arrivato al varco sotto casa. C’era una discreta fila, tutta di gente rimasta bloccata fuori, chi perché senza pass e chi perché si era presentato oltre il tempo massimo o al varco sbagliato. Fra questa la gente bloccata fuori che litigava con il servizio d’ordine c’era un intero gruppo parrocchiale, tutti ragazzini con le bandierine e il cappellino e la disperazione dipinta in volto, e un certo numero di infiltrati che erano stati appena respinti con perdite (udito realmente dire: «E si sono spesi seicentomila euro perché io, che non ho il pass, non possa entrare? Bello sperpero di denaro pubblico») e Umberto Venturelli.

«E cosa ci fai qui fuori?! Io abito là davanti, se vuoi ti faccio entrare con me», gli dico. «Non mi sembra il caso», mi risponde, «non sarebbe bene». Onestà a tutta prova.

In realtà prima di offrire passaggi gratis e favoritismi forse inopportuni dovrei preoccuparmi di riuscire a entrare io per primo, considerato che la volta in cui venne Benedetto XVI le cose non filarono proprio lisce, come ho già raccontato. Sono quindi un po’ timoroso quando dico timidamente allo scout di servizio, agitando la carta d’identità: «Scusi, io abito qui…».

«UN RESIDENTE!!», fa quello agitando le braccia come se dovesse far atterrare l’elicottero del Prefetto. «Fate largo al RESIDENTE!». E quindi, avvolto splendidamente nel mio titolo di residente, passo il blocco e ritorno a casa. Quello che si lamentava per i seicentomila euro dice con sarcasmo: «Certamente il signore ha un buon motivo perché lo facciate passare». «Abito qui», sorrido, con le chiavi di casa già in mano.

E lui: «Ecccerto, magari è un residente». Lo dice come se fosse una categoria leggendaria: l’unicorno, il catoblepa e il residente.

La Messa

A casa c’è una delle tre signore che abbiamo ospitato la notte, che non si sente bene e sonnecchia sul divano – dalla finestra si vede benissimo il maxischermo. Nel terrazzo sopra casa si sono radunati i vicini, sotto un sole che spacca le pietre. Sarebbe una postazione bellissima, si vede anche uno scorcio di palco, ma il caldo mi ricaccia indietro.

62468_10201428357542760_327578711_nNel frattempo inizia la Messa: accendo la radio dentro casa, e da fuori arriva l’audio del maxischermo e quello, appena sfalsato, del palco principale. Un “effetto eco”, composito, che dà l’idea di essere proprio circondati dall’evento. La sensazione è rafforzata dal fatto che guardando dal terrazzo mi rendo conto che tutte le vie d’accesso e i vari settori riservati al pubblico sono pieni di gente. Strapieni.

E qui un po’ impazzisco.

Perché invece di stare lì, fermo alla radio, o sul balcone davanti al maxischermo, con quell’atteggiamento spirituale che l’occasione richiederebbe, mi trasformo in un giapponese. O in un blogger de noantri. E quindi come un giapponese mi metto a fare foto su foto, e come un nerd le posto su Facebook una dopo l’altra. Certo, ci sarà forse qualcuno che tramite me ha percepito meglio l’evento, ma adesso a distanza di giorni ne arrossisco un po’. Come di essere sceso fuori di casa – in una strada del tutto deserta – per andare a annusare la folla da vicino. E poi di essere tornato a casa, e poi uscito di nuovo. Un pellegrino.

Credo che alla fin fine il fatto sia che avrei dovuto organizzarmi per partecipare alla Messa in maniera normale. Invece sono dentro l’evento – ce l’ho sotto casa – ma contemporaneamente ne sono escluso: e mi succede una specie di cortocircuito che mi trasforma in un mostro armato di macchina fotografica. Ascolto comunque tutta la Messa e colgo nell’omelia un Papa dal taglio abbastanza diverso da quello della prima mattinata, molto più attento all’educazione, che si preoccupa di indicare uno stile di preghiera mariana, per esempio.

1235978_10201426974748191_1242693858_nQuando la Messa finisce risalgo in terrazzo, per vedere passare la macchina del Papa. Sotto di noi masse umane di dimensioni paurose si riversano dalle zone in cui hanno assistito alla Messa verso il percorso che seguirà il Papa per cercare di vederlo un’altra volta.

È il momento in cui il servizio d’ordine è messo più alla prova, e succede qualche casino: probabilmente non si era previsto che la gente cercasse di defluire subito e percorrendo in senso inverso i passaggi attraverso cui altri tentavano di uscire. Non è grave, comunque: polizia e volontari ballano la rumba per una decina di minuti e poi tutto si aggiusta.

1235176_10201427006988997_995448320_nIn cima al terrazzo fra me e i vicini siamo tutti allegri: finito ormai tutto resta il piacere dell’evento, quel piacere che ti fa pregustare il pranzo con l’animo in pace con te stesso e col mondo. Se solo prima di pranzo passasse il Papa e benedicesse tutto sarebbe perfetto: dopotutto, non abbiamo forse una posizione con una visuale perfetta, che domina la piazza?

Purtroppo, nello scoramento generale, il Papa non va via con la papamobile ma con una più banale Escort blu (di don Luca Venturelli, mi dicono), e quindi dall’alto è per noi solo un’ombra fuggevole oltre il finestrino. Pazienza, siamo in pace col mondo e niente ci rovinerà la festa. Andiamo a pranzo: noi e altre decine di migliaia di persone.

Il dopo

Un pranzo postmoderno

Graziella e le nostre altre ospiti sono arrivate anche loro a casa, trascinate dalla folla; il sonno ristoratore ha rimesso su l’ospite che si sentiva male. Tutte sono effervescenti e ci propongono di andare dietro l’angolo, al ristorante cinese, a mangiare. Io contrappongo una sana pastasciutta casalinga, ma loro sono gentili e non vogliono che sporchiamo niente, e quindi andiamo: arriva anche Maria Bonaria, visto che ormai tutti gli accessi sono liberi.

2013-09-22 13.13.01Tutto intorno a  casa sono già sorti come funghi capannelli di gente che, dove prima si ascoltava la Messa, ora fa picnic: come usa in questi casi saltano fuori teglie su teglie di lasagne, cassette di cotolette fritte e lenzuolate di salumi.

Fra tutto questo ben di Dio ci accomodiamo dal cinese, che è strapieno ma efficientemente smista la folla dando spazio e servizi a tutti.

Il clima post festivo è dappertutto: come la risacca l’evento si è abbattuto sulla spiaggia e lascia dietro di sé detriti multiformi, tanto da creare un’esperienza postmoderna: signore sarde in costume mangiano sushi sedendo fianco a fianco con ragazzone tatuate coi capelli turchini che pilluzzicano insalate vegetariane – detto così sembra scritto da William Gibson, ammetterete.

Alla fine il gusto del pranzo è dato più dalla compagnia che dalla qualità del cibo e, finito il pranzo, siamo pronti per chiudere la giornata, che già è stata intensa.

Smontaggi

Le nostre amiche non hanno mai visitato Bonaria, noi siamo curiosi di vedere l’infiorata a cui abbiamo dato un piccolo contributo, e così saliamo la scalinata verso la basilica e il palco del Papa.

2013-09-22 15.19.13L’infiorata è stata già devastata dalle signore che si sono volute portar via un fiore per ricordo: rimangono solo i disegni.

Maria Bonaria, Graziella e le altre sono inghiottite dai portoni della chiesa, io resto fuori, a prendere aria e a mischiarmi con la gente.

2013-09-22 15.21.23Al contrario dell’infiorata il palco è ancora quasi intero, anche se un gruppo di operai – guidati da un rumeno tanto gentile quanto spietato – stanno già iniziando a smantellare: e sono passate appena un paio d’ore dall’evento.  Nel frattempo però la gente vuole provare l’emozione di sedersi sulla sedia usata dal Papa: c’è una lunga fila, molto educata, per accomodarsi nella postazione – chi coi figli, chi con la fidanzata – e scattare una foto ricordo. Spiando da dietro la cosa che a me colpisce di più è la bellezza del panorama.

2013-09-22 15.27.09Decido di mettermi davanti al mare e ripensare alla giornata: siccome le sedie eleganti spettano ai fotografi mi viene la brillante idea di prendere uno degli sgabelli destinati ai concelebranti e di metterlo nella posizione ideale: appena lo afferro mi rendo anche conto che è in legno massiccio e pesantissimo e ci cozzo sopra con forza il ginocchio, vedendo le stelle. Mi sono appena seduto che arriva il caposquadra e ci chiede di spostarci. Sposto di nuovo il malloppone e quello ci fa notare che devono lavorare anche lì; lo sposto ancora e arrivano due che mi dicono che è il momento di ritirare gli sgabelli. Insomma, non fa, e in effetti sia io che altri che si sono accomodati che quelli che si fanno le fotografie siamo un po’ portoghesi, e con buona grazia ci togliamo di mezzo per lasciar lavorare.

Nel frattempo Maria Bonaria e le altre sono uscite dalla chiesa, dove hanno chiacchierato coi frati, i quali sono contenti, per carità, ma anche un po’ sconcertati: perché il loro Padre generale e il superiore dovevano andare a pranzo col Papa, e invece il corteo papale se n’è andato via lasciandoli a piedi; scoprirò più tardi che la Gendarmeria vaticana a un certo punto ha cambiato il percorso d’uscita del Papa, che così se n’è andato da un’altra parte lasciando a becco asciutto un gruppo di parrocchiani che si era radunato in chiesa ad aspettarlo e dimenticandosi di recuperare un paio degli ospiti del pranzo: piccole sfasature da organizzazione, che però per qualcuno possono essere delusioni grandi – non, immagino, per il Generale dei Mercedari, che essendo argentino poco dopo farà un figurone procurando al Papa un mate e chiudendo così amichevolmente l’incidente.

E così si finisce

2013-09-22 15.32.14«Hai sentito il Papa?!»

Noi nel frattempo torniamo a casa: Maria Bonaria riparte per l’ospedale e il mitico Pino, e io mi tengo aggiornato sugli incontri serali – volontari, mondo della cultura – tramite le cronache che altri amici fanno su Facebook: forse anche la mia insistenza della mattina aveva un senso, dopotutto. Sento frasi del Papa molto efficaci, e un paio di cose che, sotto un’apparenza innocente, sono strigliate: che non si fa il volontariato per mettersi in mostra, per esempio. Non sono cose trascendentali e nemmeno rivoluzionarie – nell’Azione Cattolica di Cagliari degli anni ’80 e ’90 era quasi un mantra, per esempio – ma è il modo con cui è detto che sembra ficcante, e anche le persone che ascoltano, magari. Del resto anche nella comunità ecclesiale sulla pratica della carità qualcosa di quel che era certo per l’AC di vent’anni fa forse poi si è perso.

Non sento invece niente dell’incontro coi giovani, di nuovo nel largo Carlo Felice, e così sono anch’io sorpreso nel trovare Pino, in ospedale, profondamente perplesso.  A quanto pare il Papa ha parlato di suo fratello, don Antonio Loi, morto molti anni fa in odore di santità, ma proprio in quel momento gli si è scaricato il lettore MP3 e radiolina che gli avevo lasciato, quindi non sa che cosa esattamente abbia detto il Papa, e tutti invece gli telefonano dicendogli: «Hai sentito il Papa?!»; Pino è un po’ dispiaciuto, ma la soluzione c’è: figurati se a Radio Kalaritana non hanno la registrazione, domani devo andar eper le puntate di Oggi parliamo di libri, ci penso io (e infatti sarà così, grazie alla solita gentilezza della redazione – grazie ragazzi – e Pino sarò contento).

In tono minore

Che giornata. Mi rimane il tempo di attraversare una città in cui ovunque squadre di operai stanno già smantellando tutte le installazioni: sono diretto a una cena con delitto. Scelgo la strada peggiore e mi pare di attraversare una città in guerra, tra convogli speciali e posti di blocco, mentre il mio amico Andrea Assorgia con cui ho appuntamento in tre-minuti-tre entra da Elmas e posteggia a due-passi-due dal locale.

Alla cena mangio malissimo, godo della compagnia di Andrea – raramente ceniamo insieme – ma mi diverto poco, e non azzecchiamo il colpevole. Conclusione in tono minore, penso: è già un altro giorno.

È davvero un altro giorno. Quando arrivo sotto casa, passata mezzanotte, un gruppo di operai di un quartiere popolare della città sta raccogliendo le sedie che sono servite per l’incontro degli ammalati. Litigano col caposquadra: ne ha chiamati troppi e col compenso pattuito non ci esce abbastanza per nessuno, ma adesso come eliminare una parte di quelli che si sono presentati?

È davvero un altro giorno. Il Papa è venuto e se n’è andato, com’è giusto. Noi restiamo. Adesso tocca a noi.

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