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Quel che ho detto al convegno “Pace – Lavoro – Sviluppo” di Iglesias

Domenica scorsa in compagnia di un po’ di soci di Banca Etica sono andato al Convegno Pace – Lavoro – Sviluppo dedicato al tema della riconversione della fabbrica di Domusnovas della RWM.

Al convegno hanno preso la parola molti relatori, tanti di alto livello. Fra quelli che hanno parlato ma che erano più… ruspanti, c’ero anch’io, al quale era stato chiesto un intervento a nome della Fondazione Finanza Etica. Come al solito ho parlato a braccio ma contrariamente al solito c’era qualcuno (il mio compagno socio di Banca Etica Gaetano Lauta) che ha registrato quello che ho detto. Lo trascrivo cogliendo l’occasione per correggere al volo una serie di imprecisioni, ripulire dalle inflessioni del parlato e inserire una serie di link.

Buongiorno a tutti. Porto prima di tutto il saluto della Fondazione “Finanza Etica” intera. Io non faccio più parte dal 1° ottobre del Consiglio di Indirizzo,

perché ero stato presentato come componente del CdI della Fondazione; in realtà anche la data del 1° ottobre è sbagliata: mi sono confuso con la scadenza del mio mandato da Referente dei Soci, mentre sono uscito dal Consiglio prima dell’estate, quando la Fondazione ha cambiato il suo Statuto; ad ogni modo, sono cose di poca importanza.

… però sono sempre parte della Fondazione che è la fondazione culturale di Banca Etica; di fatto la Fondazione è dentro il Comitato per rispondere a una richiesta pressante dei soci della Sardegna di Banca Etica che desideravano essere a fianco di questo lavoro, per essere fedeli alle nostre origini: noi siamo nati fra l’altro, e qui ci sono diversi testimoni, dalla campagna “Banche Armate” e da tutto quel movimento di cittadini che non desideravano che il loro denaro andasse nel commercio di armi.

Io inizierei il mio intervento con un brevissimo racconto. Nell’aprile 2017 Theresa May, Primo Ministro della Gran Bretagna, si è recata in Arabia Saudita. C’è tornata per lo stesso motivo un paio di giorni fa, però quello che ci interessa è la visita di aprile. Perché è andata in Arabia Saudita? Perché l’Arabia Saudita sta per lanciare il più grande collocamento di azioni in borsa che ci sia mai stato, cioè intende privatizzare il 5% della propria compagnia di Stato petrolifera; il [solo] 5% della compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita è il più grande collocamento di azioni in borsa [che ci sia mai stato]

Il collocamento in questione è quello dell’ARAMCO, per un valore stimato di circa 100 miliardi di dollari

ed è un affare ghiottissimo, tanto più in un momento nel quale, con la Brexit, altri grossi operatori sembrano voler abbandonare la City. Quindi Theresa May va in Arabia Saudita, chiaramente per fare un po’ la “piazzista” della Borsa di Londra, e cosa promette? Beh, intanto promette di cambiare le regole della Borsa, perché così il fondo sovrano che nascerà dalla privatizzazione non sarà obbligato proprio a tutte quelle regole di trasparenza che le altre aziende quotate in borsa devono sopportare, e poi naturalmente propone di firmare ulteriori accordi nel campo della sicurezza, che vuol dire, fondamentalmente, ulteriori forniture di armi. La Gran Bretagna è già oggi… cioè: la Gran Bretagna non è uno dei cinque principali paesi esportatori di armi al mondo, ma è per l’Arabia Saudita storicamente un partner fondamentale.

Qui nella foga del parlare mi sono un po’ complicato la vita con percentuali, graduatorie e classifiche: ho corretto e semplificato, togliendo un riferimento incongruo all’Italia (la Gran Bretagna ha comunque un peso nel commercio di armi molto superiore al nostro). È di interesse, parlando dell’Arabia Saudita, notare che la Germania, paese di origine della RWM, è globalmente un esportatore maggiore della Gran Bretagna, ma il suo giro di affari in Arabia Saudita è, al momento, molto inferiore. Questi e altri dati molto interessanti, con dei grafici di chiarissima comprensione, si possono esaminare sul sito dell’Istituto di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace (SIPRI).

Perché ho raccontato questo episodio? Perché il commercio di armi è oggi non soltanto un elemento economico, cioè non conta puramente per il volume di affari che genera, ma è, uhm, diciamo, un “lubrificante” delle relazioni internazionali: cioè è merce di scambio, è strumento di azione geopolitica, è modo per assicurarsi il controllo di risorse, alleanze preziose, presenza nei punti caldi del globo, capacità di far combattere ad altri le proprie guerre per interposta persona perché, come sappiamo, dopo l’Irak pochi sono i paesi del Nord del mondo disposti a mandare truppe direttamente nei teatri di conflitto.

Su questo punto Giorgio Beretta, che è intervenuto prima di me, aveva detto diverse cose interessanti.

È interessante, perciò, scoprire che in questo lavoro di lubrificazione il commercio di armi lubrifichi anche le ruote della grande finanza internazionale.

Però questa è, secondo me, soltanto metà della storia. Dopo la crisi finanziaria del 2009 tutta l’economia mondiale ha conosciuto una recessione; il traffico di armi è [invece] schizzato verso l’alto.

Anche di questo aveva già parlato Beretta.

Perché? Perché un settore che già era, dopo la fine della Guerra Fredda, in condizioni di doversi rideterminare, ha avuto dalla crisi e da un calo delle commesse pubbliche nazionali l’impulso definitivo a internazionalizzarsi, a andare verso l’export, «dobbiamo cercare nuovi mercati!», e questi nuovi mercati sono quelli dei paesi del Sud del mondo, delle aree di crisi del mondo, tanto più se i governi [dei paesi di origine dei produttori] cominciano a ragionare diversamente [e a guardare al commercio di armi] in termini di proiezione geopolitica. Ma l’altra cosa interessante è che le aziende produttrici di armi oltre a essersi sempre più volte all’export e perciò a una produzione non più nazionale, non più rispondente a diretti interessi di difesa – facciamo le armi per il nostro esercito nazionale – si sono sempre più collegate in un sistema globale: joint ventures, collaborazioni, compartecipazioni azionarie… si crea cioè un intreccio fino al punto che non è più chiaro se in fondo il commercio di armi risponde a esigenze di politica estera della nazione alla quale ufficialmente appartiene quella azienda oppure se in realtà, come in fondo abbiamo visto anche recentemente, è la politica nazionale a essere determinata dall’esigenza di collocare armi.

Ora, mentre preparavo questa relazione, leggendo queste cose mi sono detto: «Ma questo è il mondo della finanza globale!». Cioè: quale altro mondo è un mondo transnazionale, che sfugge alle regolamentazioni, capace di influenzare le politiche dei governi e anzi in realtà dotato di uno scopo, di una ampiezza, di un raggio tale che le capacità di governo di un singolo paese spesso vengono superate? Quale è il mercato, il mondo, il sistema in cui il limite, il confine fra legalità e illegalità non è ben definito? Nel senso: non parliamo del commercio di droga nel quale si può pensare che la droga la possano fare in cantina quattro guappi colombiani: le armi che girano nel mondo sono tutte fabbricate, per definizione, da produttori autorizzati, tanto più se sono armi complesse, per cui l’illegalità non sta nella produzione, l’illegalità sta nei canali di distribuzione, ma questo implica una contiguità, per forza, fra produzione e distribuzione; queste armi che girano qualcuno le fa, se poi vengono collocate attraverso accordi internazionali perché Theresa May va lì a firmare dei contratti o attraverso strane operazioni questo è secondario.

Ecco, qual è l’altro mercato come questo delle armi? È il mercato della finanza internazionale: che è sovranazionale, che sfugge alle regolamentazioni, che è di un peso tale che i singoli governi non possono pensare da soli di regolamentarlo, che ha ugualmente questo confine variabile fra illegalità e legalità…

a parte l’evasione fiscale e i paradisi fiscali – e il loro ruolo di facilitazione della corruzione e criminalità internazionale, avevo in mente l’idea che anche nel mondo della finanza globale, con buona pace del bitcoin, non ci sono guappi colombiani: quelli che lavorano sui mercati ombra devono, per forza, avere accesso ai canali regolari di gestione delle transazioni finanziarie, cioè ad operatori autorizzati.

… e che, oltretutto, è dotato di “porte girevoli”: quando siamo andati a fare azionariato critico come Fondazione alla Assemblea di RWM, in quella occasione veniva rinnovato il Consiglio di Amministrazione ed entrava nel Consiglio di Amministrazione l’ex Ministro della Difesa tedesco: controllati e controllori cioè vanno a braccetto; porte girevoli: uno esce e l’altro entra. Questo è esattamente lo stesso che si vede nel mondo della finanza.

E soprattutto qual è l’altro tema? Ci sono anche altri grandi sistemi internazionali che possono avere alcune di queste caratteristiche; però mondo della finanza e commercio di armi condividono un altro ultimo elemento decisivo, ed è quello del segreto. Non ci sono altri segreti come il segreto bancario e come il segreto militare.

Allora la nostra riflessione è la riflessione che, apparentemente, ci sembra che occuparsi di finanza e occuparsi di commercio di armi vuol dire sempre più in fondo occuparsi – capiamoci, l’espressione va presa nel senso giusto – della stessa cosa e questa è anche la riflessione che mi sembrava utile portare qui.

Chiedo scusa: forse ci si aspettava un intervento diverso e mi rendo conto di avere fatto un intervento molto “geopolitico”, di alto livello…

Qui «alto livello» non fa riferimento tanto alla qualità, ovviamente.

… però vi richiamo a una cosa che per noi della Banca, che veniamo anche dal grande movimento dei Forum Sociali Internazionali, è importante: bisogna sempre pensare globalmente e agire localmente ed è questo che noi tentiamo di fare stando qui nel Comitato.

Grazie.

 

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