La verità vi farà liberi

Quattro moriC’è stato un tempo nel quale una parte del movimento indipendentista sardo ha lavorato seriamente a costituire e definire se stesso in maniera non-nazionalista (anche “non-molte-altre-cose”, ma questo adesso ci interessa meno).

È interessante notare come quella tendenza si sia andata via via perdendo: oggi i partiti e movimenti indipendentisti vanno dal “blandamente nazionalista” al “beceramente nazionalista” con tutta una serie di sfumature intermedie. Siccome, come diceva più o meno Forrest Gump, nazionalista è chi nazionalista fa, ne risulta spesso un restringimento del dibattito sulla Sardegna fino quasi all’asfissia, con la conseguenza di scacciarne tanta gente di buona volontà.

Facciamo un esempio. Se io dicessi che, a mio parere, la Sardegna in quanto isola del Mediterraneo gode di una sufficiente identità e unicità geografica da suggerire che a questo debba corrispondere una unicità e identità statuale – detto in altri termini: siccome da qualunque parte ci giriamo ci sono almeno duecento chilometri di mare che ci separano da chiunque, inserirci in un sistema statuale con uno qualunque di questi chiunque crea delle tensioni ingovernabili e quindi ci dovremmo governare da soli.

Oppure si potrebbe dire che costruire l’Europa sulla base dei grandi blocchi ottocenteschi non corrisponde più alla realtà del ventunesimo secolo, e che quindi il nuovo stato andrebbe costituito da blocchi più piccoli, come la Sardegna, cosa che permetterebbe di approcciare il problema dell’identità europea in maniera più efficace e più rispondente all’enorme coacervo di territori e specificità che la compongono.

Sono opinioni naturalmente del tutto discutibili, ma dal tono oggettivo e, non so se avete notato, non antagonista: non c’è bisogno per discuterne di accampare cattivi d’occasione come il governo centralista, lo stato neocolonialista o “gli italiani”. Non si prestano cioè alla polarizzazione delle opinioni che è tanto comoda per creare movimenti di lotta e di governo dei quali mettersi opportunamente a capo.

Ripeto: sono opinioni discutibili. Per esempio qualcuno potrebbe replicare che non è proprio vero che ci sono duecento chilometri di mare da tutti i lati, che la Corsica è piuttosto vicina e che c’è un arcipelago di isole del Mediterraneo Occidentale che condividono, in forza dell’appartenenza allo stesso sistema geografico, sufficienti elementi da suggerire che debbano essere governate insieme. Lo Stato di Sardegna, Corsica e Baleari, che so. Oppure uno potrebbe pensare che le comunicazioni del ventunesimo secolo impongono di ragionare sulle geografie in modo diverso, e che occorrerebbe ragionare invece sui flussi internazionali di merci e persone. E si potrebbe anche discutere a lungo di Europa e dell’opportunità di starci dentro.

Non ho un’opinione definita in materia: ho fatto degli esempi. La cosa interessante, però, è che si tratta sempre di argomentazioni per le quali si prova a fissare prima un dato oggettivo e poi a trarne le conseguenze, fino casomai al prospettare un esito indipendentista. È il modo con il quale mi piacerebbe che si ragionasse.

Invece il modo consueto con il quale procede il dibattito, di questi tempi, è che prima si decide che si vuol essere indipendenti e poi si va alla caccia delle argomentazioni più opportune.

Talvolta, non trovandole, si fabbricano: la storia della Sardegna, per esempio, è diventata non più campo di ricerca scientifica ma campo di battaglia ideologico nel quale abili artigiani autodidatti costruiscono attrezzi utili alla lotta; è vero che ogni storico è sempre, ovviamente, condizionato dalle proprie appartenenze e credenze, ma almeno è uno storico: il problema è che oggi non si fa storia, si recitano dei mantra.

Del resto la storia non è l’unica cartina geografica sulla quale si cerca di piantare bandierine, come dimostrano le polemiche sui nomi da dare alle strade che girano in questi giorni: non hanno alcuna giustificazione se non l’ansia di costruire simbologie nazionaliste posticce sulle quali poi costruire, in un ricorso infinito, altre simbologie nazionaliste ancora più posticce; per altro sono da tempo convinto che in Sardegna della lingua sarda interessi davvero, a livello culturale, a quattro gatti: tutti gli altri stanno sul campo perché gli interessa costruire identità – parliamo sardo dunque siamo sardi – e, appunto, abbigliarsi di simbologie potenti: il fiero popolo con la sua parlata, la sua radicale diversità. In Catalogna ha funzionato, dicono, perché non da noi?

Appena meno peggio sono i sardi di Pavlov, che di qualunque cosa si parli è sempre colpa del fatto che non siamo indipendenti. Qualunque cosa.

Lo so, mi scaldo. Del resto il nazionalismo ha sulla coscienza milioni di morti – altro che libro nero del comunismo – e interessanti esponenti al governo oggi in paesi come la Polonia o l’Ungheria, che fanno ballare la rumba ai loro governati, quindi io almeno questo alla Sardegna vorrei che venisse risparmiato.

E c’è un altro elemento sul quale riflettevo recentemente. Sta nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù dice ai Giudei:

La verità vi farà liberi (Gv 8,32 ss)

Mi dicevo stamattina che credo che si possa tranquillamente usare il Vangelo per ammonire chi fa politica: La verità vi farà liberi, non c’è vera liberazione se non c’è verità, qualunque liberazione ottenuta con la mistificazione degli argomenti e dei fatti non sarà mai vera liberazione…

Sono argomentazioni che la Chiesa ha sempre insegnato, varranno anche per gli indipendentisti.

Poi sono andato a rivedermi il brano, prima di scrivere questo articolo, e ho scoperto che proprio nell’occasione i Giudei rispondono a Gesù:

Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi? […] Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo».

Orpo. Non è una cosa che vale anche per i nazionalisti: parlava proprio con loro!

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3 pensieri riguardo “La verità vi farà liberi

  • 02/12/2015 in 17:27
    Permalink

    Già la citazione biblica non mi piace, un po’ fanatica.

    Non sono d’accordo sul fatto che un movimento indipendentista debba essere non nazionalista. Un movimento indipendentista deve essere per forza nazionalista, nazionalismo democratico, liberale si intende. Il fatto è che l’opinione è già polarizzata sullo “stare con l’Italia” forse non se n’è accorto…
    Non tiene conto della nazionalità, della storicità, della lingua, dell’etnicità che pure esistono, parla solo di geografia ma non è l’unico elemento oggettivo della causa indipendentista (o non indipendentista).

    Parla di mettere insieme Corsica e Baleari e Sardegna. LE BALEARI CHE C’ENTRANO? STA FACENDO UN DISCORSO SERIO O VANEGGIA?
    Non è vero che di qualunque cosa si parli è colpa del fatto che non siamo indipendenti, è una sua sensazione, molto soggettiva e data dai SUOI filtri anti-indipendentisti.

    Il nazionalismo del tipo indipendentista non ha nulla a che vedere col nazionalismo che ha sulla coscienza milioni di morti ANZI, è quello che ha salvato intere popolazioni e ha permesso a nazioni oppresse o destinate a sparire o sterminate in qualche modo di sopravvivere e dare il loro contributo positivo alla storia, ha presente l’ Irlanda, la stessa Italia per certi aspetti e in un dato momento storico.
    Gli indipendentisti subiscono quel nazionalismo di cui parla, ma come si può ragionare su certi argomenti se lei non si conosce la differenza tra nazionalismo liberale-democratico e nazional-socialismo? Una confusione totale.

    Risposta
    • 03/12/2015 in 09:49
      Permalink

      Gentile Gianpietro
      io non sono “focalizzato sullo stare in Italia”. Io sarei pure focalizzato sull’indipendentismo, se non lo trovassi di questi tempi intriso di nazionalismo, e questo era appunto il senso del mio discorso.

      Dalla sua opinione che possa esistere un nazionalismo “democratico” o “liberale” dissento del tutto: i nazionalismi non hanno dato buona prova di sé, nella storia europea, e la loro democraticità è normalmente stata insufficiente. Non c’è bisogno di chiamare in causa il nazional-socialismo, al quale io non pensavo affatto: in fondo è lei stesso che si tradisce quando porta in campo l'”etnicità”, che è un concetto che davvero non fa per me.

      Infine, abbia pazienza, ma la tentazione di dare dell’ignorante all’interlocutore, come ha fatto lei, o la brutta abitudine di decidere a priori che chi sostiene certe opinioni lo fa perché ha determinati filtri, o infine di aprire un dibattito dandogli del fanatico non sono il massimo se si vuole intraprendere una discussione pacata e fruttuosa e, diciamo, non depongono nemmeno particolarmente a favore del nazionalismo democratico e liberale che lei dice di rappresentare: a me è parso piuttosto, mi scusi, il solito nazionalismo becero. Come volevasi dimostrare.

      Risposta
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