Il testosterone delle Sorelle Lehman

L’articolo che segue, preso dalla sezione Letture approfondite per il fine settimana del Financial Times, mi ha fatto compagnia nella mattinata post-elettorale, passata a casa in malattia. Mi è sembrato interessante e tratta di argomenti in parte già comparsi qui sul blog, come il ruolo (differente?) delle donne nei consigli di amministrazione delle istituzioni finanziarie e le strane idee che circolano sul testosterone; è anche adatto alla giornata dell’8 marzo. Per questo l’ho tradotto, rimandandovi per un eventuale confronto e per scoprire qualcosa di più sull’autrice, che della teoria del Testosterone Rex ha fatto un suo cavallo di battaglia, all’articolo originale, pubblicato il 2 marzo 2018.

È proprio vero che gli uomini sono strutturalmente portati al rischio?

Perché l’idea che le Sorelle Lehman avrebbero potuto evitare la crisi finanziaria è una illusione

di Cordelia Fine

Se capita che tu studi la scienza delle differenze di genere, gli eventi sociali hanno sempre giusto un tocco di testosterone.

A un recente cocktail, io e il mio compagno abbiamo incontrato un accademico che mi ha raccontato di uno studio molto conosciuto riguardante fusioni e acquisizioni. La ricerca, almeno nel modo col quale me l’ha descritta, ha rilevato che i dirigenti d’azienda maschi con livelli più alti di testosterone si comportano in maniera più aggressiva durante le acquisizioni, essendo più portati a iniziarle e anche a ritirare un’offerta precedentemente avanzata.

Cordelia Fine

Ho manifestato il mio stupore che fosse stato possibile che un numero sufficiente di dirigenti dedicassero parte del loro tempo a sbavare dentro una provetta per una ricerca scientifica.

«Oh, non hanno misurato il testosterone per davvero», mi ha detto l’accademico. «Hanno usato l’età, invece. I maschi giovani tendono ad avere livelli di testosterone maggiori degli anziani».

In altre parole, i ricercatori hanno scoperto che diversi anni di esperienza di vita in più fanno la differenza su come ci si comporta in una situazione complessa e stressante. Più tardi, dopo il rinfresco, ho dato un’occhiata all’articolo. Pubblicato in Management Science, una rivista di punta con peer review, i suoi autori ammettono i limiti del loro metodo nella terza pagina. «Idealmente», scrivono, «una investigazione dei livelli di testosterone degli amministratori delegati nel ruolo di acquirente o venditore sulla natura dei negoziati durante fusioni e acquisizioni dovrebbe essere basata sull’osservazione di quei livelli».

Data l’ovvia alternativa, statisticamente ineliminabile – che con l’età viene la saggezza – questo sembra un buon candidato per la minimizzazione accademica del decennio.

Al mio ospite, tuttavia, ho replicato educatamente: «Ah, vedo». Ma poi non ho potuto resistere alla domanda: «E per quanto riguarda le donne? Ci sono abbastanza amministratrici delegate con abbastanza testosterone da iniziare un’acquisizione?» (l’ormone, naturalmente, è presente in entrambi i generi).

A questo punto il mio compagno ha educatamente messo uno spiedino di pollo alla malese [satay, nell’originale; con l’occasione ho imparato una nuova ricetta, NdRufus] davanti alla bocca per nascondere un sorriso. Il nostro interlocutore, nel frattempo, ha cominciato a sembrare un po’ incerto, e si è spostato su un terreno apparentemente più sicuro e indiscutibilmente a favore delle donne.

«È per questo che le banche banche hanno bisogno di più donne nei loro consigli», ha detto, «perché le donne sono più caute».

***

Nel 2009, all’indomani della crisi finanziaria globale, venne alla luce la teoria delle Sorelle Lehman.  Se solo ci fossero state più donne in posizioni chiave nel settore bancario, ci sarebbe stata lo stesso la stretta creditizia? Giornalistici, politici e scienziati ipotizzarono che le Sorelle Lehman avrebbero potuto in effetti salvarci, sulla base del fatto che «le manager sono naturalmente più avverse al rischio». come disse Neelie Kroes in un discorso davanti al Commissario Europeo alla Concorrenza nel luglio del 2007.

L’idea che le donne – che ancora non molto tempo fa erano legalmente incapaci di possedere proprietà e titoli – possano essere le salvatrici del sistema finanziario potrebbe sembrare come un’idea nuova e radicale. Ma l’albero genealogico di questa idea è antico, sia scientificamente che politicamente.

Parte della sua ascendenza culturale è un personaggio che io ho soprannominato Testosterone Rex. Lo conoscete già. Era a quel rinfresco a dirci che il testosterone è così potente che presunte differenze nei suoi livelli fra dirigenti d’azienda di media mezza età rispetto a quelli di mezza età più avanzata hanno un’influenza materiale riconoscibile su negoziati fra più controparti che comportano discussioni con i livelli più alti dell’amministrazione, istruzioni dal presidente del consiglio d’amministrazione e dagli investitori e l’accoglimento di dettagliati consigli finanziari da una banca d’investimento. Il Testosterone Rex è, in breve, la leggenda di quella familiare storiella scientifica che ci dice che la capacità di assumere rischi si è evoluta più fortemente nei maschi che nelle femmine a causa dei maggiori vantaggi riproduttivi di status e risorse per gli uomini nel nostro passato ancestrale, e che questa qualità sono perciò incise nel cervello maschile e alimentate dal testosterone.

Il Testosterone Rex si aggira spavaldamente attraverso innumerevoli studi e può regolarmente essere avvistato nelle discussioni sul comportamento finanziario. Un recente libro sul testosterone, per esempio, argomenta che «le decisioni finanziarie, poiché rappresentano una potenziale occasione di guadagno, sono simili alla competizione per un albero da frutto… Il Testosterone ha la stessa fuznione in entrambe le situazioni, incoraggiando i maschi a essere competitivamente amanti del rischio». E tuttavia nonostante l’ipotesi da lungo tempo presupposta che un vai-e-prenditela approccio alla vita è importante solo per la procreazione maschile, i mammiferi femmina in posizioni di dominio spesso godono di più cibo e di migliore qualità, accesso privilegiato all’acqua o alle tane ed è meno probabile che finiscano per essere la cena di un predatore. E perciò forse non è sorprendente, data la loro maggiore capacità di competere per risorse materiali e sociali, che «un incrementato successo riproduttivo fra le femmine dominanti sembra essere diffuso in una varietà di specie di mammiferi», come conclude un articolo del 2011 in Biological Reviews. Addirittura, «nei mammiferi le conseguenze del rango in una gerarchia di dominio dal punto di vista della forma fisica, sono meglio definite per le femmine che per i maschi», scrive la neuroendocrinologa della Cornell University Elizabeth Adkins-Regan.

Nemmeno la pretesa che la cautela sia una caratteristica essenzialmente femminile regge all’indagine nel campo della finanza. Considerate la recente analisi di 36 000 dipendenti di dieci istituzioni bancarie del Canada, dell?Australia e del Regno Unito. Condotta dalla professoressa di finanza della Macquarie University Elizabeth Sheedy, cattura una immagine trasversale di diversi settori, compresi i livelli istituzionali, rischio e controllo, e i livelli di anzianità. Ai dipendenti è stato chiesto di rispondere a domande riguardanti la loro attenzione nei confronti dei rischi esprimendo accordo o disaccordo su frasi come: «Nell’ultimo anno ho attivamente promosso il controllo del rischio nel mio ufficio» e «Spesso non ho tempo di pensare a tutte le implicazioni riguardanti i possibili rischi quando prendo decisioni sul lavoro». Gli è stato anche chiesto il loro atteggiamento riguardo al rischio più in generale.

I risultati del questionario, riportati dal co-autore Martin Lubojanski in un articolo provvisorio, hanno suggerito il sottotitolo: «Rivisitare l’ipotesi delle Sorelle Lehman». Per ogni livello di anzianità c’era tanta sovrapposizione delle due distribuzioni dei punteggi di uomini e donne che circa il 46% delle donne aveva una tolleranza per il rischio che era più alta della media per gli uomini nel sondaggio – una minuscola differenza che spariva del tutto ai livelli maggiori di anzianità. Questa differenza di genere era anche minore quando si arrivava ai comportamenti relativi al rischio nel campo lavorativo. E neppure la proporzione di donne in posizione di anzianità in un settore di lavoro sembrava fare la differenza sulla cultura relativa al rischio di quel settore. L’ubiqua immagine della cauta banchiera, che maneggia attentamente il capitale come se fosse un bambino appena nato, è più invenzione che realtà, secondo quanto ci suggeriscono questi risultati.

Come evidenziano a loro volta i ricercatori nel campo della finanza Renee Adams e Vanitha Ragunathan nel loro articolo provvisorio (intitolato semplicemente Lehman Sisters), cnsiderato che la Lehman Brothers ha avuto almeno un componente donna del consiglio d’amministrazione perlomeno dal 1996 fino al suo crollo, così come dal 2007 una principale responsabile del settore finanziario notoriamente portata a prendere rischi, Erin Callan, «Lehman Brothers era presumibilmente già Lehman Brothers & Sisters». E osservano pure: il capo del gruppo Derivati sul credito globale della banca JP Morgan che ha inventato proprio i credit deafault swap che molti indicano come un contributo principale alla crisi finanziaria? Anche lei una donna, Blythe Masters.

Il controllo del rischio nelle istituzioni finanziarie è troppo importante per essere guidato da idee scientifiche giunte ben oltre la loro data di scadenza. Dare la colpa delle nostre sventure finanziarie agli impulsi maschili guidati dal testosterone ci distrae da ciò che è più probabile che faccia la differenza: regole e cultura. Il miglio antidoto casalingo ai banchieri che vendono spazzatura e ai regolatori che si piegano al conflitto di interessi non sono le donne; è una lettera di licenziamento.

Sheedy and Lubojanski hanno misurato elementi della cultura del rischio in ogni settore di attività, come per esempio se i responsabili della gestione del rischio dell’organizzazione erano ammirati e temuti. Hanno anche indagato l’atteggiamento del management alle violazioni delle regole e alle cattive notizie. I contributi di questi fattori culturali organizzativi ai comportamenti legati al rischio dei dipendenti schiacciavano completamente quelli relativi ai fattori legati al genere e ad altre variabili demografiche.

***

Quando alla stampa arriva una nuova pretesa di una differenza di comportamento fra i sessi determinata dalla biologia io lo vengo a sapere per le e-mail che arrivano nella mia casella. Spesso provengono da donne in posizioni lavorative tradizionalmente maschili, che cercano una contro-argomentazione alla calda accettazione da parte dei loro colleghi maschi del messaggio che le donne sono strutturate per essere in quel modo e gli uomini in quell’altro.

Come so per esperienza, puntare il dito sul fatto che metodi, prove o logica dietro questo tipo di affermazioni sulla biologia e la differenza sono viziati – tesi che rendono la vita professionale delle donne che mi scrivono più difficili – fa scattare il ritornello condiscendente che la differenza non implica disuguaglianza.

Naturalmente. Ma come confutazione della sfida a un dialogo di differenti nature, questa rassicurazione non è per niente nuova. In uno scritto su The popular science monthly nel tardo XIX secolo, il biologo dell’evoluzione George Romanes offrì una spiegazione simile riguardo alle tesi femministe che, avendone l’opportunità, le donne avrebbero potuto mostrarsi pari agli uomini in attività intellettuali. Infestate dalla «gelosia per il fatto che le menti degli uomini, come i corpi, sono più forti di quelle delle donne», le femministe sottovalutavano la meravigliosità complementare – «a un tempo così tenera., così nobile, così amabile, e così complessivamente splendida» – del tipo femminile. Addirittura alcuni antisuffragisti argomentarono, apparentemente senza mettersi a ridere, che le donne erano superiori agli uomini perché non si sporcavano le mani con la politica. Si racconta che quando il Wyoming concesse il voto alle donne nel 1869, gli uomini proposero un brindisi come: «Amabili signore, un tempo nostre suepriori, e ora nostre eguali».

Ma mentre le argomentazioni di Romanes e degli antisuffragisti erano proposte in difesa del mantenimento di una chiara distinzione fra i ruoli sociali di uomini e donne, l’idea che le femministe del XXI secolo possano confondere l’eguaglianza con la similarità è piuttosto strana, non ultimo perché accade così spesso che le differenze fra i sessi, piuttosto che le somiglianze, che sono proposti come i fondamenti più potenti di un maggiore accesso femminile al potere.

È così che vediamo il Testosterone Rex fare capolino in una serie di argomentazioni basate sull’esempio aziendale, a favore di una maggiore rappresentanza femminile in posizioni di comando, quelle argomentazioni che suggeriscono che le singolari caratteristiche femminili dovrebbero essere celebrate e sfruttate per ottenere vantaggi organizzativi.

«L’esempio aziendale e la scienza del cervello mi hanno aperto gli occhi riguardo all’importanza del pensare differentemente», scrive Richard Nesbitt, coautore con Barbara Annis di Results at the top: using gender intelligence to create breakthrough growth.

Come molti dei suoi predecessori nel genere dei libri d’affari divulgativi – che spesso offrono in proporzioni variabili grandi promesse, buone intenzioni e neuroscemenze – Results at the top incoraggia i leader maschi a prestare attenzione alle scoperte trasformative della neuroscienza che, secondo Annis e Nesbitt, ci offrono il dono di una «crescente comprensione delle distinte e tuttavia complementari nature degli uomini e delle donne».

Per una visione diversa, vedi alla voce scienza. Certo, cis ono in media differenze fra le donne e gli uomini, nel comportamento e intellettuali. Ma queste differenze sono spesso di misura molto piccola (nel senso che, come nello studio di Sheedy sul rischio nelle banche, molte donne sono più mascoline dell’uomo medio, e viceversa). E queste non danno esiti, nella singola donna o uomo individuale, tali da creare nature distinte e complementari.

La neuroscienziata dell’Università di Tel Aviv Daphna Joel e i suoi colleghi hanno costruito due ampie raccolte di dati, che identificano le dieci più importanti differenze fra i sessi riguardo al comportamento, e poi hanno esaminato come queste si combinassero nei singoli individui. Hanno scoperto che, per la maggioranza delle persone, queste caratteristiche si combinavano in maniere originali per creare mosaici di caratteristiche tipicamente maschili e tipicamente femminili. Sapere solo se una persona è un uomo o una donna – o, addirittura, sapere se un Lehman è un fratello o una sorella – dice notevolmente poco su come è.

Ma politicamente la posizione Marte contro Venere ha un illustre passato. Nella lotta per il suffragio femminile negli USA, talvolta le attiviste basavano i propri argomenti sul diritto naturale delle donne al voto politico. Ma le attiviste utilizzano anche argomenti basati sui vantaggi sociali che sarebbero stati la conseguenza del suffragio femminile. Questi argomenti di convenienza, come sono stati definiti, in parte «sottolineavano le abilità uniche e femminili delle donne, enfatizzando le virtù che le donne avrebbero portato nella politica, perché le donne sono differenti», come dice la sociologa Holly McCammon. Introdurre le capacità di cura, sacrificio di sé e prudenza delle donne nella sfera politica avrebbe, col controbilanciare le nature più egoiste e portate al dominio degli uomini, sarebbe stato particolarmente utile per affrontare problemi che riguardavano le aree di speciale competenza femminile, come le donne, i bambini e le famiglie.

L’analisi storica di McCammon suggerisce che questa schematizzazione a favore del suffragio ispirata dal Testosterone Rex – essenzialmente un esempio aziendale per il voto alle donne – è stata più efficace nel mobilitare il sostegno che l’audace idea che le donne avessero lo stesso diritto naturale degli uomini a partecipare alla politica.

Dalla confortevole distanza di circa un secolo di emancipazione, può sembrare piuttosto curioso che le suffragette si sentissero obbligate a convincere le autorità, e anche le altre donne, che la loro partecipazione alla politica avrebbe migliorato la società. La sola ragionevole risposta alla domanda: «Perché non mi dite come potrebbe il voto alle signore migliorare la società?», avrebbe dovuto essere: «Vuoi che ti faccia mangiare il mio cappellino?»?

E tuttavia lo slittamento pragmatico verso le argomentazioni di convenienza presenta un parallelismo sorprendente col nostro dibattito contemporaneo sull’eguaglianza di genere. Anche questo è scivolato da istanze basate su principi di pari opportunità e giustizia sociale a richieste basate sulle prove di maggiori profitti, produttività e performance. Le suffragette sostenevano che la loro inclusione avrebbe reso il paese un posto migliore. I sostenitori contemporanei della diversità di genere sostengono che l’inclusione delle donne renderebbe più ricchi gli azionisti.

Tale è il potere dello status quo. Considerate, dopo tutto, come nel 2007 e 2008 una finanza guidata principalmente da uomini, facilitata da un sistema politico guidato principalmente da uomini, regolata principalmente da uomini, ha messo in ginocchio il sistema finanziario. Si stima che la stretta creditizia abbia distrutto svariati trilioni di di produzione economica e sia costata probabilmente centinaia di miliardi di dollari di denaro dei consumatori. Abbiamo poi passato il decennio successivo a discutere se avere le donne nelle posizioni chiave del management finanziario migliora le prestazioni finanziarie. Ci si chiede cosa dovrebbe davvero accadere per smontare il presupposto che mentre può essere dato per scontato che gli uomini meritano di tenere in pugno il potere – di guidare e formare le istituzioni che influenzano ogni aspetto della nostra vita – le donne invece devono dimostrarlo.

***

La giornalista svedese Katrine Marçal ha ironicamente osservato che: «Si dovrebbero riscrivere migliaia di anni di storia per arrivare al momento ipotetico nel quale una banca chiamata Lehman Sisters dovesse gestire la sua sovraesposizione a un mercato immobiliare americano eccessivamente surriscaldato». Ma supponiamo che sia giunto quel giorno.  Cosa chiederemmo alla scienza, nelle nostre domande riguardanti un’ipotetica teoria Fratelli Lehmani?

Presumibilmente, ci chiederemmo se i consigli d’amministrazione bancari con due o tre uomini sono più profittevoli di quelli con nessuno. Forse ci chiederemmo se la mancanza di umiltà degli uomini li tiene lontani dal successo (dopo tutto, perché si dovrebbero scegliere i candidati uomini che soddisfano solo metà dei requisiti a fronte della donna che li soddisfa tutti?). Forse gli scienziati sociali passerebbero al setaccio i dati per la prova che amministratrici delegate con un livello maggiore di estrogeni producono maggior valore nel lungo termine.

Si spera, tuttavia, che i maschilisti sarebbero riusciti a convincere le donne che le forti fluttuazioni quotidiane dei livelli di testosterone negli uomini non li rendono inaffidabili quando si ha a che fare con forti somme di denaro.

Le domande scientifiche che ci poniamo, e quelle che non ci poniamo, rivelano i nostri valori sottostanti e i presupposti non dichiarati. È difficile scuotersi di dosso l’influenza di secoli di certezza mai messa in discussione che gli uomini bianchi sono stati forniti – o da Dio o dalla natura – dei talenti necessari a guidare il mondo.

Quando, esattamente, sarà il momento di mettere da parte la scienza ed estendere la stessa generosa fiducia anche alle donne?

Cordelia Fine è docente di storia e filosofia della scienza all’Università di Melbourne. Testosterone Rex: Unmaking the Myths of Our Gendered Minds, vincitore del Royal Society Insight Investment Science Book Prize, è ora edito anche in formato tascabile.

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