Il rapinatore di banche e Kant

Avevo da un paio di settimane da tradurre questo piccolo e gioioso racconto autobiografico, una specie di versione positiva e ottimistica dei romanzi di Edward Bunker (nonché un complemento interessante al famoso articolo di Gaiman sulle biblioteche).

L’articolo originale è stato pubblicato sulla rivista on line The Walrus. Le illustrazioni sono quelle originali (qualche informazione su autore e illustratore in coda all’articolo). The Walrus si sostiene grazie alle donazioni: io ne ho fatto una piccola, se vi piace l’articolo potete considerare di farlo anche voi.

Rapinavo banche finché non ho letto Kant

di Robbie Dillon

Illustrazione di Tallulah Fontaine

Ho lasciato la scuola all’età di quattordici anni, una decisione vissuta dagli adulti della mia vita con poche proteste. La maggior parte dei miei insegnanti mi aveva già messo fra le perdite e mia madre era troppo occupata a fare due lavori contemporaneamente per mettere su troppa resistenza. Mio padre non aveva mai nascosto il suo disprezzo per l’istruzione. Era uno scarto del sistema delle scuole-convitto, così la sua amarezza può essere stata giustificata.

Era difficile trovare modelli adulti comprensivi.Mio padre aveva rapinato diverse banche e trascorso del tempo in prigione durante la mia prima infanzia. Suo fratello fu più tardi arrestato per una rapina a un furgone portavalori e uno stretto amico di famiglia fu abbattuto da colpi di arma da fuoco a poche strade di distanza dal blocco di case popolari dove sono cresciuto. La mia vita mi è stata messa in mano come un paio di tirapugni a poco prezzo.

Nei tardi anni ’80, il Los Angeles Times aveva dichiarato Montreal «la capitale delle rapine in banca dell’America del nord». Negli anni che avevano preceduto quell’articolo io e i miei amici avevamo fatto del nostro meglio per tenere la città in cima alla classifica attaccando diverse banche. Non era drammatico come può sembrare. Gli impiegati avevano ordini precisi di cooperare e la polizia di solito concedeva tutto il tempo necessario per finire il lavoro – non aveva senso intrappolare un mucchio di adolescenti sociopatici dentro una banca piena di potenziali ostaggi. Ma i rischi erano, nonostante questo, reali. Dozzine dei miei conoscenti sarebbero stati uccisi nell’arco del decennio successivo – colpiti dalla polizia, assassinati gli uni dagli altri, avvelenati dalle droghe.

Trovo incredibile che io sia vivo per raccontare questa storia – una circostanza che attribuisco al destino o alla cieca fortuna. Kant non credeva realmente alla fortuna o al fato e li usava come esempio di idee nelle quali crediamo senza alcun motivo ragionevole. Si crede che Kant, un uomo di profonda moralità con abitudini molto precise, non si sia mai allontanato più di cento chilometri da Königsberg, la città della Prussia Orientale nella quale nacque. Kant trascorse i suoi ultimi anni a riflettere e scrivere, interrompendosi nello stesso esatto momento ogni giorno per fare una passeggiatina pomeridiana sulla base della quale, secondo la leggenda, i suoi vicini regolavano i loro orologi.

La vita di un criminale può essere vincolata alla routine tanto quanto quella di Kant. Certo, ogni tanto c’è un inseguimento in auto e può capitare che la gente ti spari addosso, ma per la maggior parte del tempo sei occupato a sballarti, passare del tempo con altri delinquenti e cercare di capire dove andare a pranzo. Se c’è in giro un mandato per il tuo arresto – come capitava spesso quando ero ragazzo – le tue scelte erano limitate. Sparire dalla circolazione voleva dire rintanarsi in qualche motel o accamparsi nel retro del cinema porno locale, a guardare gli stessi filmacci più e più volte.

Considerate le alternative, la biblioteca era pulita e aveva il beneficio aggiuntivo di essere l’ultimo posto sulla terra dove i poliziotti avrebbero potuto cercarti. Ho passato molti pomeriggi a vagabondare fra gli scaffali, guidato dalla curiosità. Lessi molto e non capii quasi nulla ma, in qualche modo, afferrai sempre abbastanza per continuare ad andare avanti. Al tempo non lo sapevo ma, a un qualche livello, mi stavo ribellando alla voce nella mia testa, la voce di mio padre che mi diceva che ero un teppista buono a nulla, che avrei passato la mia vita in prigione o sarei finito su un tavolo di marmo all’obitorio. Naturalmente stavo facendo esattamente di tutto per compiere quella profezia, ma stavo anche, mi accorgo ora, cercando un’ancora di salvezza.

Alla fine mi imbattei nel capolavoro di Kant. Detto in due parole la sua tesi è che non possiamo conoscere il mondo così come è, indipendentemente dalla struttura, le capacità e i limiti della mente umana. Talvolta mi immagino che Kant, come mio padre, stia semplicemente dicendo che siamo tutti degli idioti, che brancolano alla cieca in un mondo di “cose-in-se-stesse”.  Ma l’opera di Kant è in realtà la ricerca del significato dell’essere umani – una ricerca che anche io stavo compiendo.

Il mio approccio alla decodifica della Critica non è stata differente dal forzare una cassaforte. C’è qualcosa che voglio (denaro, conoscenza) e una serie di ostacoli che mi impediscono di ottenerla. Per il ladro ogni lavoretto è un’opportunità di provare il suo coraggio, la sua inventività, la sua determinazione. Sfidandomi, la Critica mi ha costretto a sviluppare strumenti intellettuali che non sapevo di avere.

Kant e io siamo apparentemente separati non solo da un paio di secoli ma anche da ampie differenze nei nostri valori, la lingua e il temperamento. Ma una cosa che criminali e alcuni filosofi condividono è il senso di essere degli estranei. Entrambi stanno ai margini, sempre intenti a provare i limitid ei rispettivi mondi.

Robbie Dillon è stato il redattore capo fondatore della rivista Vice. Attualmente studia filosofia alla Concordia University.

Tallulah Fontaine ha co-creato la rivista on line collettiva Home Zine.

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