Maestro maestro maestro

Sto leggendo Wyrd sisters, il sesto libro della sterminata produzione dedicata al Mondo Disco da Terry Pratchett.

Non sono particolarmente esperto di Pratchett: pur avendo sempre saputo di chi si trattasse, per me i suoi libri sono stati una scoperta tardiva (direi una quindicina di anni fa al massimo): ne ho letto sei o sette negli ultimi anni e adesso, con mooolta calma, sto leggendo la serie dall’inizio: considerando che si tratta di almeno una quarantina di libri, vuol dire che conosco più o meno un quarto della parte principale della produzione di Pratchett, perché poi ci sono tutta una serie di altre opere sfuse o di altre collane più brevi.

Con tutto questo, ho sempre condiviso il giudizio di boh, Gaiman o Rothfuss, credo, che sottolineavano la ingannevole profondità del suo lavoro. Voglio dire, è evidente a chiunque prenda in mano uno dei suoi romanzi: un mondo piatto, portato sulle spalle da quattro elefanti che cavalcano una gigantesca tartaruga spaziale… e il mondo ha una sua coerenza che molti altri mondi fantastici non hanno. Ed è un mondo popolato di personaggi grotteschi e ridicoli, buffi e comici – stiamo parlando di fantasy umoristica, per chi non lo sapesse – eppure sono personaggi credibili. Di più: sono attraenti. Piacciono. Ci fanno affezionare. I migliori tra loro sono di carne e sangue, quanto lo possano essere delle parole sulla carta. Parole fra l’altro inverosimili.

Tutto questo è evidente, così come la inarrestabile cascata di giochi di parole e la precisa identificazione degli stereotipi della letteratura fantasy e in generale della cultura popolare, che vengono stravolti e manipolati per ottenere risultati improbabili (come Cohen il Barbaro, un Conan giunto all’età della dentiera): nei primi due libri, The colour of magic e The light fantastic (Il colore della magia e La luce fantastica), il gioco parodistico è scoperto e nei libri seguenti si fa man mano più articolato, ma è sempre evidente.

Durante Wyrd Sisters, però, a un certo punto ho pensato: «Però, vedi come è bravo Pratchett».

Che l’abbia pensato non è strano, quel che è strano è che, avendone letto già abbastanza, l’abbia pensato con sorpresa.

Il fatto è che, in realtà, andando a frugare nel vasto campo delle lodi a Pratchett, che sia bravo è assodato. Non è chiarissimo, però, perché sia bravo.

In parte dipende dal fatto che le opinioni su Pratchett, forse perché sotto sotto si considera improbabile che possa piacere, prendono facilmente un tono retorico e perfino lirico, come la mia tirata di qualche riga fa. E in parte certamente dipende dalle vicende tristissime della malattia, affrontata con grande dignità, e della morte prematura: si vede anche nei toni delle reazioni alla notizia e in questo articolo di Gaiman che, ancora vivo Pratchett, già trascolora nel ricordo.

In realtà, tolto qualche intervento stravagante, come questo di Brandon Sanderson francamente iperbolico, non è che su Pratchett manchino i contributi critici. E ci sono almeno due autori molto diversi fra loro (il terzo, ovviamente, è Gaiman), come Antonia S. Byatt e Patrick Rothfuss che dimostrano certamente di avere capito Pratchett, solo che il loro apporto critico è sparso per una montagna di articoli, conferenze, tweet e qualunque altra cosa.

E quindi perché Pratchett sia bravo, in fondo, è sempre rimasto un po’ sullo sfondo, con qualche riferimento ai temi che ho già detto, i personaggi, la coerenza, il non dare per scontato che sia facile scrivere fantasy umoristica con questi risultati, e poco altro. E trascurando, nel lirismo generale, i difetti, che ci sono e non sono pochi: il trattamento della trama è spesso ripetitivo e comunque non all’altezza dell’inventività verbale; la distanza del narratore dai personaggi è sempre più o meno la stessa, come un regista che abbia a disposizione un numero fisso di modi di gestire l’inquadratura.

Solo che in Wyrd sisters viene fuori, secondo me, la vera vena aurifera nascosta. Provo a spiegarmi così: il libro si apre con una ovvia citazione del Macb.. ehm, della tragedia scozzese con le sue streghe. Le streghe erano già comparse in Equal rites (tradotto in italiano, chissà perché, L’arte della magia), quindi le caratteristiche con le quali compaiono nel Mondo Disco sono già definite. Pratchett è, come si è detto, uno che padroneggia totalmente i mattoni fondativi del genere, in grado di combinare e ricombinare gli elementi strutturali della narrativa fantastica in qualunque modo, quindi non è strano che prenda il concetto strega e sia in grado di rivoltarlo come un calzino, facendocelo vedere da dentro, da fuori, da sopra e di sotto e, complice la sorpresa, o il paradosso, o la perversione del concetto, fornendoci una esperienza molto appagante. È, passatemi il paragone, come uno come Mozart: gli dai un tema musicale e lui ci può fare qualunque cosa, andando a ripescare perfino i contrappunti come le streghe disneyane della Bella addormentata o le wicca della new age (quindi stiamo riconoscendo che Pratchett padroneggia non solo la letteratura fantasy ma anche le narrazioni della cultura pop).

Solo che a questo punto ti rendi conto che al tema delle streghe Pratchett sta mischiando altri temi. Il teatro, per esempio. Dice: è ovvio, partiva dal Macb… ehm, dalla tragedia scozzese, quindi da Shakespeare e quindi è ovvio che arriva al teatro. Anzi, se vogliamo quando Pratchett enuncia il tema del teatro il tema di Shakespeare sta già suonando da un po’ in sottofondo, solo che non ce ne siamo accorti. Ma insomma: streghe-Shakespere-teatro è un accostamento ovvio.

Oddio: è ovvio come l’uovo di Colombo. Dopo è ovvio: in queste cose, purtroppo, per il prima di solito manca la controprova.

E il fatto è che man mano ci si rende conto che Pratchett non combina e ricombina solo i mattoni del fantasy; piuttosto combina e ricombina temi piuttosto complessi, mattoni delle narrazioni popolari e non solo. E allo stesso modo la sua satira si muove su due livelli: quella superficiale è la satira nella letteratura fantastica; quella più profonda è la satira fuori della letteratura fantastica, politica, sociale e di costume (qui, a dir la verità, piuttosto debole anche se interessante, sul concetto di regalità. EDIT: ho finito il libro, c’è anche un altro tema molto più forte e interessante, su parole, propaganda e rappresentazione della realtà).

Alla fine, dopo avere cercato conferme a questa mia opinione (e non averne trovato) credo che chi si è avvicinato di più alla verità è, come spesso accade, un detrattore.

Il critico del Guardian Jonathan Jones ha pubblicato, dopo la morte di Pratchett, un pezzo piuttosto caustico.

Senza offesa, ma Pratchett è così in basso nella mia lista di libri da leggere prima di morire che dovrei vivere un milione di anni prima di arrivare a lui.

Meglio Gabriel García Márquez. Meglio Günter Grass. La vera letteratura, blah blah blah. Il problema è che nell’articolo candidamente ammetteva di non aver mai letto Pratchett ma di averne solo sfogliato un libro in libreria.

Sommerso dalle critiche, si è letto Small gods (Tartarughe divine). Nella recensione riparatoria (e piuttosto tirata: ne apprezzo gli acuti giochi di parole, ma penso ancora che sia intrattenimento e non arte) cita un brano del libro e poi prosegue

… questo è Pratchett al suo meglio: esuberante e lucido, prende una delle più grandi idee del pensiero occidentale (è, come i suoi fan sapranno certamente, una citazione quasi letterale della Repubblica di Platone) e ci si diverte.

Small Gods rivolta completamente la storia di Galileo e dell’Inquisizione…

Ora, non ho letto Small gods ma sono abbastanza sicuro che usi una serie di ben noti mattoni del fantasy riguardanti gli dei (da quel che vedo della trama mi vengono in mente autori come Leiber e Gaiman e, ovviamente, tutta la letteratura sullo zen, i monaci eccetera). Solo che, guarda un po’, nel trattare il tema Pratchett sente il bisogno di entrare nella teoria della conoscenza di Platone, di affrontare il grande tema del rapporto fra scienza e religione attraverso la sua vicenda più emblematica…

Non male, no, per il puro intrattenimento. E, soprattutto, richiede una notevole cultura.

Dice; ma se parli di religione è ovvio che ti vengono in mente come la conoscenza, la ragione, la scienza. E il mondo di Pratchett è davvero piatto, fin dalla sua ideazione: è chiaro che questo lo ha aiutato a trovare il suo paradosso, di una chiesa che crede che la terra sia tonda e perseguita chi dice la verità, cioè che il mondo sia piatto, e da lì a Galileo il passo è breve.

Certo.

Dopo anche il modo per far stare in piedi l’uovo sembrava ovvio.

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