Perché è sbagliato (forse) lasciare roba da mangiare per Babbo Natale

Ho notato quest’anno che molti amici con figli, documentando i preparativi natalizi su Facebook, hanno fatto vedere che vicino al camino o in luoghi equivalenti è stato lasciato qualcosa da mangiare per Babbo Natale (di solito latte e dolciumi) e perfino qualcosa per le renne.

I bambini vogliono bene a Babbo Natale

Santa Claus was real Chuck-NorrisBeh, in prima battuta è buona educazione e un pensiero gentile: Babbo Natale sarà stanco, poveretto, con tutti quei regali da portare, avrà bisogno di rifocillarsi. Certo, realisticamente è probabile che il suo dietologo non approvi: in Italia ci sono circa un milione e mezzo di famiglie con figli sotto i dieci anni, se anche solo un decimo prepara una merenda di questo genere (diciamo da circa 250 calorie) vuol dire che Babbo Natale nel giro di poche ore consuma da solo circa 325.000 calorie, pari più o meno al fabbisogno della mia famiglia per sei mesi. Se tutti in tutto il mondo dovessero lasciare qualcosa da mangiare per Babbo Natale il suo caratteristico ho-ho-ho si muterebbe presto in un rantolo diabetico.

O forse Babbo Natale non ingrassa perché brucia tutte queste calorie per negare la famosa teoria fisica che dichiara che lui non esiste, o se esiste è stato vaporizzato alla sua prima uscita di volo, molti anni fa (la forma originale della teoria è in inglese, ma una versione italiana ridotta esiste su Nonciclopedia).

Un Babbo Natale un po’ vescovo e un po’ sinistro

In realtà però quello di cui volevo parlare in questo articolo è altro. L’antropologo dilettante che è in me è stato risvegliato dal fatto che questa tradizione mi pare abbastanza nuova: e mi sono chiesto dove vattelapesca se la siano andati a trovare, gli iniziatori. E più in generale mi pare un segnale della crescente americanizzazione e “celtogermanizzazione” del mito di Babbo Natale, il quale come saprete in origine era un santo vescovo (c’è sempre qualcuno che sobbalza, a questo punto), San Nicola di Bari, il metropolita della città di Myra in Asia Minore. Per dire, la veste rossa è quella dei vescovi (infatti nelle raffigurazioni più antiche ha la tunica lunga, non i pantaloni), il cappuccio era diritto ed era una mitra e Claus (o Claes) è una abbreviazione nordeuropea di Nicolaus o una forma simile del nome.

Se non ricordo male a San Nicola si attribuisce l’abitudine di fare beneficenza in forma anonima, in particolare per la dote di povere ragazze nubili, lasciando delle borse col denaro in punti inaspettati della casa, e questa sarebbe l’origine del perché nei Paesi Bassi, in Germania e altrove gli si sia attribuita la caratteristica di portare regali ai bambini (segnalerei che San Nicola è morto il 6 dicembre e, come per Santa Lucia che anch’essa porta i doni, la sua festa antecedentemente all’adozione del calendario gregoriano – e nell’Europa settentrionale venne credo adottato molto più tardi che in Italia – doveva cadere in prossimità del solstizio d’inverno, cioè nella data in cui col nuovo calendario si trovò successivamente collocato il Natale).

Santa Claus deadsOk, questo giustifica i doni ai bambini. Ma il cibo in contraccambio? Wikipedia segnala un collegamento con una tradizione germanica e scandinava, legata al mito della cavalcata dei morti: nel cuore dell’inverno passava la cavalcata di Odino (il quale, come la sua controparte germanica Wotan, è il custode della aule dei morti) e gli si lasciava – è palesemente un gesto apotropaico – paglia per i cavalli in modo che potessero ristorarsi (e perché al padrone della cavalcata, si suppone, non venisse l’idea di guardarsi attorno per la casa in cerca di gente da aggiungere al proprio seguito). I doni sarebbero un segnale dell’alleanza stipulata, del fatto che Odino ha gradito e che, per quest’anno, l’inverno non si porterà via nessun bambino. Pian piano San Nicola si è sovrapposto alla cavalcata dei morti ma il segnale della più sinistra tradizione precedente sopravvive (del resto un discorso simile vale per i dolcetti ai bambini nella ricorrenza della commemorazione dei fedeli defunti, abitudine che in molte parti d’Europa si mischia con l’usanza di lasciare cibo e bevanda per i morti che nella notte si crede tornino sulla terra: ai morti il cibo, ai bambini in cambio, in pegno di sicurezza, regalini).

Il che, lo ammetterete, guasta un po’ quella serafica immagine del Natale che spirava su questo articolo fino a un attimo fa. E probabilmente non è il tipo di spiegazione del gesto che vorreste proporre ai vostri bambini, mentre addobbate il camino.

Ma tanto c’è il rassicurante Babbo Natale con gli elfi…

Bad_Santa_by_artist_kerembeyitIn realtà, anche volendola eliminare, tutto questo po’ po’ di tradizione germanica, come suol dirsi, «te si ripropone». Niente sembra più lontano dalla sinistra immagine di Odino dell’immagine, affermatasi nel XX secolo negli Stati Uniti, del Babbo Natale pacioso che lontano, al Polo Nord, costruisce meravigliosi giocattoli attorniato dagli elfi.

Già. Elfi. Avevo il dubbio e sono andato a ricontrollarmi quel che dice dell’origine delle fate la Katharine Briggs, una delle più importanti studiose del folklore anglosassone su elfi, fate e altri esseri del genere:

Una delle supposizioni ritenute più valide [circa l’origine delle fate, NdRufus] – tra le tante esposte – è quella che equipara gli esseri fatati alla morte.

Lewis Spence, in British Fairy Origins, sostiene la plausibilità di questa teoria, avallando con svariati esempi le sue affermazioni: i racconti d Lady Wilde sulla corte di Finvarra e la storia di Bottrell «La dimora delle fate a Selena Moor». Secondo Kirk le colline fatate vicino ai cimiteri erano i luoghi dove le anime dei morti alloggiavano in attesa di riprendere i loro corpi nel Giorno del Giudizio. La piccolezza degli esseri fatati deriverebbe dall’idea primitiva dell’anima come doppio in miniatura dell’uomo stesso…

E quindi, uhm, se gli elfi sono i morti non sorprende che in  Scozia e Inghilterra siano diffuse tradizioni che prevedono di lasciare roba da mangiare la notte per Brunetti, Lepricauni e altri esseri fatati, di passaggio o residenti – esattamente la stessa tradizione di Natale o Ognissanti per i morti ritornanti. Però in questo modo, se gli elfi sono i morti, Babbo Natale e il suo laboratorio sotto il Polo riacquistano un carattere sinistro: siamo di nuovo ad Odino, circondato dai morti nella sua aula, Odino che la saga vichinga di Hrolf Kraki definisce “perverso” e “ingannatore”. Con tutto il rispetto per quel Santa Claus Odindilettante di Loki, nel mito scandinavo è Odino che è maestro di arti arcane, di macchinazioni e  di inganni: uno si chiede quanto di questo possa essere trasposto nei giocattoli fabbricati sotto la sua direzione dalle anime dei morti. Ecco, io non li affiderei alle mie nipotine, diciamo così (peraltro, qui c’è uno spunto per un bellissimo film dell’orrore: nella notte del 17 gennaio – non chiedetemi perché, scopro su siti wicca che questa sarebbe la data della festa di Odino, quindi sicuramente è una fandonia – tutti i giocattoli lasciati da Babbo Natale pochi giorni prima prendono vita in tutto il mondo e cominciano a massacrare famigliole felici – nel caso prego Joe Dante di mettersi in contatto con me per le royalties).

Una soluzione più rassicurante? L’aborigeno peloso

In realtà un modo per liberare Babbo Natale e gli elfi da questa interpretazione sinistra e dare un significato diverso all’offerta di roba da mangiare lasciata per loro c’è. Secondo teorie alternative sull’origine delle fate, queste rappresenterebbero il ricordo ancestrale di popolazioni precedenti spossessate dei loro territori e costrette dai nuovi invasori a rifugiarsi nelle foreste vivendovi un’esistenza marginale, compresa l’offerta di manodopera agricola in cambio di un vitto di sussistenza.

I Brunetti, per esempio, che sempre secondo la Briggs potrebbero essere degli aborigeni irsuti

uomini piccoli, alti circa tre piedi, vestiti con cenci marroni, con visi olivastri e capelli ispidi. Lavorano di notte, facendo ciò che i servi non hanno fatto; essi si rendono responsabili delle case e delle fattorie dove vivono: mietono, falciano, battono il grano, sorvegliano le pecore, stanno attenti che  polli non scappino, fanno commissioni e, se necessario, danno consigli. Come ricompensa viene data loro una ciotola di latte fresco o di panna e, per ottenere servigi migliori, una buona focaccia fatta in casa con farina d’orzo o un dolce. William Henderson in Folk-Lore of the Northern Counties descrive una porzione data la Brunetto:

Egli, tuttavia, riceve qualche piccola ricompensa e tra queste la migliore consiste in biscotti attorcigliati fatti con farina fresca, cotti sulla brace e cosparsi di miele. La padrona di casa li prepara e li pone con cura dove egli li può trovare […]

In questo racconto c’è un particolare importante: la padrona di casa sta attenta a non offrire direttamente la leccornia allo spirito, ma la lascia in un posto dove egli la possa trovare facilmente. Infatti ogni ricompensa diretta lo fa allontanare…

Fucking ChristmasChi è familiare con le regole della vita agricola non fatica a riconoscere il trattamento per i lavoratori a giornata: il mitico Pino per esempio mi racconta che i lavoratori all’epoca di suo padre ricevevano per la settimana una pagnotta e un imbuto di legumi. Al termine del lavoro, usualmente a fine settimana, la madre preparava un pasto più ampio, per esempio un grande paiolo di minestrone: i lavoratori prendevano la loro parte da portar via e finivano il servizio pattuito. I padroni generosi davano anche qualcos’altro. Perciò l’essere fatato che riceve direttamente dalla padrona di casa una ricompensa straordinaria è liberato dal suo servaggio, e può andarsene (di solito è cibo, ma in altri racconti, sempre in maniera analoga con certe tradizioni rurali, è un capo di abbigliamento o altro).

Questo tipo di interpretazione degli esseri fatati come razze preesistenti ricompare in maniera inaspettata: per esempio ieri ho aperto la rubrica introduttiva di Saguaro, in cui si discute dell’origine di miti horror come il Wendigo o gli zombie e ho scoperto che secondo la giornalista americana Annalee Newitz, nel saggio Fingiamo di essere morti,

i mostri che – al cinema, nei fumetti e nei romanzi – vediamo sorgere dalle antiche credenze native (americane, caraibiche o africane, poco importa) non sarebbero che il riflesso delle nostre angosce collettive di colonizzatori. Il timore, cioè, che i popoli colonizzati, sconfitti nella Storia, tornino a tormentarci sotto forma di spettri.

Ma torniamo al nostro Brunetto e agli altri esseri fatati, spettri di popoli conquistati. Lasciare qualcosa da mangiare per Babbo Natale vuol dire quindi ammettere che, come il Brunetto, è un componente di una razza schiava che vogliamo che continui a lavorare per noi indefinitamente, senza mai ricevere  la liberazione. Pensando a come e da chi sono fabbricati i giocattoli che il giorno dopo i bambini gentili troveranno in cambio del cibo lasciato direi che in realtà il mito non è molto discosto dalla realtà.

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