Assalti alla carrozza

Sono a Torino e devo dire che sinora quello che mi ha colpito di più non è la signorilità un po’ agée degli scorci urbani, né la varietà, qualità e abbondanza dell’offerta culturale, né l’eccellenza gastronomica e nemmeno l’imponenza delle realizzazioni dell’economia sociale e solidale.

No: a costo di dare un dispiacere ai miei amici torinesi, quello che mi colpisce è che alle fermate più frequentate dell’autobus o del tram la gente, letteralmente, si picchia.

Me ne sono accorto il primo giorno, appena arrivato quando, al momento di scendere, ci siamo trovati in mezzo a due flussi contrari, ferocemente intenzionati a sopraffarsi. Dopo che una signora quasi prendeva a ombrellate la sua dirimpettaia io ho detto: «Dai, coraggio, fate scendere prima, no?», ma col tono da uomo navigato che si rivolge a chi, altrettanto accorto della vita, certamente lo può capire essendo ugualmente esperto del mondo.

Solo che il tizio davanti  me mi ha risposto: «Ma cazzo vuoi, levati di mezzo stronzo, vaffanculo» e si è proteso a tentare di calpestarmi oltre i miei gomiti protesi alla difesa.

Ohibò.

E da allora lo noto. Certo non sempre: ci sono autobus poco frequentati dove il problema non si pone. Ci sono perfino tram vecchio modello nei quali le porte per la salita e la discesa sono chiaramente e civilmente distinte. Ma altrimenti sui marciapiedi stretti dove sono le pensiline la gente ti spinge, ti urta, ti travolge mentre cerca di andare chissà dove o di mettersi nella posizione migliore per prendere la testa dell’assalto. All’interno dei tram uguale; nessuno che ti dica: scusi; tutti ti passano attraverso. Mentre scrivo sul palmare questa nota un travestito enorme ha appena arrotolato una turista giapponese attorno alla ringhiera del marciapiede.

L’apocalisse dev’essere cominciata senza che mi abbiano avvisato. Oppure nel bicerin ci mettono roba strana…

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