L’innocenza di Clara

Ci sono film che peggiorano nel ricordo (per esempio Grandi speranze di Newell). E altri, come questo l’Innocenza di Clara di Toni D’Angelo, che invece prendono quota col passare del tempo.

In sala devo dire che mi sono annoiato disperatamente: la storia dell’ingresso della bionda Clara (Chiara Conti, bellissima) nel piccolo mondo spietatamente maschile di un qualche borgo vicino a Carrara e della catastrofe che ne segue procede algidamente con ritmi lentissimi e non “prende” mai lo spettatore.

Clara conosce Maurizio, proprietario di una cava e gran cacciatore, lo sposa, viene parcheggiata in una splendida casa di campagna che è un delirio di stereotipi maschili, stampe di caccia, cuoio, fucili e beccaccini impagliati – lei poveretta tenta di ingentilirlo coi fiori – e introdotta nella sua piccola cerchia di conoscenti e famiglie del borgo di cavatori, in particolare quella di Giovanni, compagno di caccia di Maurizio.

Siamo in un interno di famiglia borghese (molto borghese) che già sarebbe asfissiante di suo, in più in montagna e in un ambiente che non è nemmeno provinciale, è semplicemente chiuso e privo di vita. Clara si annoia ma è bellissima, una combinazione pericolosa: la storia di Maurizio, Giovanni e Clara costituisce il più classico dei triangoli potenziali (in più Clara è perseguitata da un vecchio amante) e il tutto va a finire male, molto male.

In attesa dello scioglimento, però, lo spettatore si deve sorbire ottanta minuti di estetica dell’incomunicabilità, di sentimenti solo appena accennati e di simbolismi manierati, che come detto generano una fatica immane e nessun coinvolgimento (taccio su un paio di scene, incongrue, di fan service e su alcune pretenziosità stlistiche).

Si esce dalla sala quasi stupiti, perché solo alla fine il film ha creato quella tensione che poteva far presagire l’esplosione finale – tutto sembra accadere troppo all’improvviso e troppo per caso – e un po’ sollevati che la prova abbia avuto termine.

Ripensandoci, però, emerge che i sintomi premonitori della catastrofe finale c’erano tutti, si comprende il senso di alcune scelte simboliche (l’insistenza sulla caccia, rito maschile per eccellenza, la galleria della scena iniziale, che separa anche visivamente il luogo in cui si svolgono i fatti dal mondo “reale”), si legge un discorso non banale su un certo mondo borghese (e sulla condizione della donna in un mondo ancora rigorosamente maschile; tra l’altro in fondo non sono tante le trophy wives mostrate dal cinema italiano) e si apprezza, perfino, un certo ermetismo che lascia libero lo spettatore di formarsi la sua opinione sui fatti narrati – anzi, su cosa sia effettivamente successo.

Questo ripensamento non serve ad altro che a raggiungere una sufficienza risicata: perché aldilà degli altri difetti continua a mancare al film una sceneggiatura adeguata e soprattutto una tensione morale, una capacità di ispirare passione insieme nei personaggi e nello spettatore: si può scegliere di raccontare una storia con un punto di vista esterno, non giudicante, gelido, obiettivo, ma non può mancare un guizzo di vita, ed è questa carenza, alla fine, a impedire a L’innocenza di Clara di raggiungere i suoi obiettivi.

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