Le chiavi dentro il negozio e la vergogna dell’ingenuo Rufus

Questa è la storia di una mia recente avventura torinese e, per rimanere in tema, inizia su un tram affollato.

Avviene dunque che il giorno ci sia sciopero e quindi, all’improvviso, l’autista spenga le luci e annunci che la corsa finisce lì perché lui se ne va in deposito.

Il tram è pieno di stranieri i quali, curiosamente, prendono la cosa come l’ennesima dimostrazione dell’oppressione dell’uomo bianco e del larvato razzismo dei quali sono quotidianamente oggetto e ne nasce quindi una piccola grande discussione.

Alla fine, comunque, tutti scendono e il tram se ne va, in mezzo ai fischi e ai boati di disapprovazione. La direzione per tutti è pressoché obbligata e quindi ci avviamo, italiani e stranieri, lungo il marciapiede. È il tramonto e mancano più o meno due fermate al mercato di Porta Palazzo.

È in questa situazione che mi sento chiamare: «Signore, signore!».

Mi giro e vedo un ometto compito, dal colorito olivastro, i capelli ricci, che tutto forbito mi fa: «Mi scusi, capisco che lei non è torinese ma paradossalmente in tutta questa folla è l’unico che capisca l’italiano e mi possa aiutare».

Beh, con un esordio del genere, per quanto criptoleghista, uno non può che mettersi a disposizione.

«Sono Ghigo Alessandro», mi fa, come se questo spiegasse tutto. «Ghigo Alessandro, ho il negozio di animali Zampettando poco più avanti, dietro Porta Palazzo» e fa il gesto di passarsi una mano sulla fronte. La mano è annerita di fuliggine, col dorso solcato da un taglio sanguinante.

«Oh! Mi scusi, non volevo impressionarla! Il fatto è che ho avuto un incendio in negozio… ho lasciato i vigili del fuoco poco fa, sono ancora molto turbato…».

A un certo livello da rettile della mia coscienza ho la certezza che vuole soldi, ma lui fa tutta una premessa: che a questo punto i vigili hanno transennato l’ingresso ma lui ha tutti gli animali nel retrobottega e deve dargli da mangiare. Che lui ha soldi, in negozio, in banca, chieda, qui a Torino ci conoscono tutti, ed è nella paradossale situazione di avere soldi ma non poterli raggiungere, non ha più chiavi del retro del negozio, deve andare a Mondovì a prendere la copia delle chiavi e quindi, appunto, mi chiede soldi: gli servono diciassette euro e cinquanta per il biglietto del treno.

Maria Bonaria, che è pratica, gli dice: «Guardi, se vuole le facciamo usare il telefono, può chiamare qualcuno…».

«Impossibile, non ho contatti a Torino, siamo di Milano, abbiamo aperto il negozio da poco come succursale dei nostri negozi di altre città, non ho nessuno da chiamare».

Vabbe’. Gli allungo cinque euro, e già questo dice dello charme, che cinque euro non li ho mai dati neanche al pakistano che vende fazzolettini sotto casa e al quale cerco sempre di dare qualcosa.

Lui mi guarda allibito. «Mi scusi, ma cosa ci faccio con cinque euro?! Per il biglietto non bastano. Guardi che io non le sto chiedendo la carità: se vuole, guardi, mi dice dove le devo far pervenire i soldi, oppure, ecco! le lascio in garanzia l’iPhone, ovviamente me lo deve restituire, vale molto di più di diciassette euro e cinquanta, ah-ah».

Sentendomi vergognoso, ricorro alla scusa universale: «Si, ma guardi: purtroppo non ho altro; anche volendo non posso proprio darle altro». Che è una scusa debole, debolissima, e segna il definitivo passaggio del tizio sul piano della superiorità morale.

Infatti mi guarda con gli occhi da cucciolo: «Capisco che non si fidi, certo, di questi tempi». Poi ha un’illuminazione: «Mi cerchi, mi cerchi su Facebook, ci sono le foto, vedrà», e io, ormai succube, apro Facebook e trovo Zampettando. E dico: «Scusi, ma se lei è Ghigo Alessandro, perché qui dice che il negozio è di Ghigo Alessandra?!». E lui, prontissimo: «È mia sorella, gestiamo il negozio insieme».

A questo punto noi definitivamente ce ne vorremmo andare, ma ci metteremo in realtà un bel po’. Apprenderemo del piglio burocratico dei vigili del fuoco, che scioccamente e ciecamente gli impediscono l’ingresso. Oppure del fatto che l’incendio sia sospetto, incredibile, un impianto nuovo, i vigili hanno voluto fare delle foto, gli hanno consigliato di fare una segnalazione, un incendio molto strano. E in mezzo a tutto questo prosegue il balletto fra lui che ha bisogno, e con cinque euro che ci faccio?, e noi che non abbiamo soldi, ma si, ma no, e dai e insomma alla fine ce ne siamo andati ma ci abbiamo messo un po’ e alla fine, diciamolo, ci siamo sentiti dei rifiuti umani. Mentre andavo via mi sono girato e lui era là, desolato sul marciapiede deserto che ci guardava allontanarci con l’aria da cane bastonato, e mi sono sentito trafiggere il cuore.

Naturalmente poi l’incanto passa. La notte, quando Maria Bonaria si è addormentata, ho aperto il portatile e controllato un po’ di cose: a parte la storia di Alessandro e Alessandra, Zampettando sta in via Turati che è da tutt’altra parte rispetto a Porta Palazzo, non «lì dietro», come diceva lui. E poi ho trovato un articolo che tagliava la testa al toro, a meno che palestre e negozi di animali non brucino tutte le sere.

Però poi ho fatto un po’ di riflessioni. A qualcuno di voi sarà capitato di incontrare il classico tossico che ti dice che ha sbrodato col motorino e ha bisogno di due euro per tornare a Carbonia; Maria Bonaria trova sempre una tizia che brandisce una ricetta del 2009 e chiede soldi per le medicine. Il tizio era molto più bravo, non solo nell’eloquio forbito: il negozio di animali (magari trovi un animalista, e si commuove), l’esca dell’iPhone (che magari trovi uno avido che pensa di fregarti a sua volta), la puntigliosità (non voglio la carità, mi serve giusto il prezzo del biglietto, non di più ma non di meno), ma il nostro imbarazzo non dipende, credo, solo da quello.

Solo che non saprei dire da cosa dipenda. Però là, su quel marciapiede, mi è rimasto lucido solo il torpido cervello da rettile; in quello evoluto il senso di colpa mi spingeva a fidarsi, a darglieli ‘sti soldi, e pazienza.

Non lo so da cosa dipende. Ma era così.

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2 pensieri riguardo “Le chiavi dentro il negozio e la vergogna dell’ingenuo Rufus

  • 23/05/2017 in 11:20
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    Qui a Pisa da qualche mese c’è un tizio che sostiene di essere un rifugiato che ha bisogno dei soldi per andare a trovare delle persone che conosco in Svizzera. Quando ti appiglia tira fuori un quadernetto con su appuntati orari e numeri di treno, stazioni, come se avesse effettivamente un programma e una meta. La prima volta che mi ha intercettato mi ha fatto tutto il suo lungo discorso, dettagliando la sua situazione ed il percorso che deve fare, ma senza mai chiedermi veramente soldi, per cui in effetti a me non era chiaro se volesse soldi, o solo informazioni per cercare di orientarsi nella città, trovare dei posti dove mangiare a poco e cose del genere (nella sua narrazione era appena arrivato a Pisa, per cui ci stava che avesse comunque qualche soldo dietro, ma non sapesse bene dove andare). Ad un certo punto ha finalmente detto che voleva i soldi, al che io gli ho detto che non ne avevo (credo che fosse anche vero quella volta) e lui si è lamentato che gli avevo fatto perdere un sacco di tempo per nulla…

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  • 03/06/2017 in 19:02
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    Capitata stessa identica cosa in via Bologna angolo c.so Novara, stesso personaggio, stesso nome, stesso negozio di animali, stesso incendio, stessa destinazione, Mondovì … Anche io ci ho smollato 7 euro … anche se una vocina mi diceva che la storia che avevo ascoltato faceva acqua da tutte le parti … sarà stato il senso di colpa … boh!

    Risposta

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