E Jonathan si tolse l’elmetto

Rollerball (Norman Jewison, USA 1975)

Ho visto la settimana scorsa, nella rassegna dedicata al gioco da Laboratorio 28 (è intitolata A CHE GIOCO GIOCHIAMO | Riflessioni cinematografiche sul gioco del mondo) il vecchio Rollerball, un film che gira sotto diverse etichette: fantascientifico, distopico, sportivo, drammatico, d’azione.

Due parole sulla trama

La storia del film è abbastanza semplice (occhio, lievi spoiler): in un futuro prossimo, la Terra ha sostituito ogni forma di governo e di organizzazione (e, si suppone, anche di religione) con una benevola ma inflessibile coalizione di Corporazioni, ognuna basata su una grande città: così Houston è la città dell’Energia (e sede della Corporazione corrispondente) e altre città ospitano il monopolio dell’informazione, dei trasporti, del cibo e così via. Le esigenze primarie della popolazione sono tutte soddisfatte e la guerra è scomparsa: ma è scomparsa anche la democrazia e, di fatto, ogni altra forma di controllo sulla propria vita: quando le Corporazioni ordinano – per quanto benevole possano essere in linea di principio – il cittadino non può che obbedire.

Lo sfogo alle pulsioni sociali al conflitto è dato dallo sport del rollerball (una riscrittura estrema, violenta e gladiatoria del roller derby, che già ha una dimensione violenta e gladiatoria di suo). Il protagonista del film è Jonathan, capitano della squadra di Houston, campione mondiale in carica e lanciata verso la conquista del nuovo titolo.

Un film ideologicamente molto ambiguo

Rollerball mette in scena un tema già visto altre volte e ripresentato spessissimo anche in seguito, fino a Hunger Games: quando lo sport è un mezzo per controllare le masse verrà sempre manipolato dal potere, e questo costringe i protagonisti a prendere posizione. L’esito è, in maniera molto americana, la saldatura fra il campione dello sport, eroe solitario, e le masse/pubblico, una saldatura capace di mettere in crisi il potere. È una storia raccontata più volte, con maggiore o minore efficacia (qui efficacemente), ma la cui morale – o il senso di speranza – è perlomeno dubbia, come sa chi segue appena un pochettino il calcio o qualunque altro sport di massa: è più facile – molto più facile – che i campioni non siano dei liberatori ma, alternativamente, dei manipolatori a loro volta, o degli esseri-oggetto, o dei poveretti. I Fidel Castro, diciamo, non abbondano.

Naturalmente è un racconto di fantasia, quindi si tratta in realtà di un peccato veniale. Quello che rende interessante il film, a parte scene d’azione notevoli per l’epoca, una gran regia e una discreta recitazione, è questa sua dimensione di ambiguità collegata col fatto che è un film estremamente datato.

Utopie d’altri tempi

Dire che Rollerball è datato vuol dire, prima di tutto, ammettere che formalmente è del tutto d’altri tempi. I ritmi, soprattutto fuori dalle partite, sono estremamente compassati. La tensione sessuale – ci torneremo dopo – è sempre suggerita e mai esplicitata. Gli scontri e le scene d’azione non sono ipercinetici e certamente non coreografati come balletti: paradossalmente molto più secchi e brutali di oggi ma, dato che nel frattempo ci siamo abituati al sangue che scorre a fiumi, molto più innocui e meno disturbanti di quanto lo sarebbero e venissero messi in scena con i canoni, diciamo, di Game of thrones. Una delle cose curiose, per esempio, sono i fisici dei giocatori, spesso esibiti (si coglie bene, dopotutto, che i protagonisti sono tutti jock): fisici perfetti, sì, ma senza muscoli scolpiti, senza tartarughe in evidenza. Petti villosi, perfino. Se il tutto rende, obiettivamente, il film meno efficace a una visione così distante nel tempo – dubito che piacerebbe ai ventenni – contemporaneamente smaschera i suddetti canoni attuali, la loro vuotezza, la loro ripetitività. Per esempio la sceneggiatura è esemplare nel non spiegare niente: i perché delle decisioni delle Corporazioni restano largamente incomprensibili, la psicologia di molti interlocutori non del tutto rivelata, e il film funziona lo stesso; oggi ci dovremmo sorbire spiegoni interminabili imbottiti di concetti filosofici per tredicenni.

Contemporaneamente, però, la visione del 2016 trae un gran interesse dallo spaccato che viene offerto rispetto a trent’anni fa: per esempio l’utopia globalista, così ben rappresentata, con i capi delle Corporazioni di tutte le razze e i colori, ma vestiti all’occidentale; con la fiducia nella tecnica, nelle case – modernissime anche per i nostri standard – dominate dalla televisione, i trasporti istantanei, la rete dei computer, la pace globale. Una serie di utopie adatta a un mondo prospero e libero, post ’68.

E d’altra parte, però, queste utopie sembrano tutte minate alla base da un vago senso di incertezza e di insicurezza, che corrisponde perfettamente alla condizione del protagonista, un eroe che non sa più quale sia il suo posto: i computer, per esempio, sono insicuri, il sapere minacciato (ci sono due esplicite citazioni, mi pare, di Fahrenheit 451), le tessere privilegiate possono essere revocate, le posizioni di potere essere cancellate senza giustificazioni.

E, a lettere cubitali, il racconto chiarisce che l’utopia è liberante per gli uomini di ogni razza e colore, ma non per le donne (un curioso capovolgimento dell’oggi). A parte una bibliotecaria e un paio di centraliniste, tutte le altre donne giovani che compaiono sono sostanzialmente oggetti, destinate al piacere degli eroi sportivi, in balia delle Corporazioni che le sradicano senza troppi complimenti dalle loro vite per destinarle agli uomini di volta in volta prescelti.

Un film virile

Certo, in parte questa dimensione dipende dal peculiare angolo visuale dei protagonisti: anche oggi, in fondo, i calciatori sposano le veline, e Rollerball viaggia fra spogliatoi e feste dove i campioni sono gli ospiti d’onore: la prospettiva del film è tutta maschile e non potrebbe essere altrimenti. Ma il tema della condizione femminile è troppo palese per essere casuale, e aggiunge l’ennesima connotazione distopica al racconto.

D’altra parte proprio la scena nella quale Jonathan brutalizza la ragazza bellissima con cui le Corporazioni vogliono controllarlo (o premiarlo, che è quasi lo stesso) ci ricorda che Johathan è un combattente: non un santo. Di fronte alla comprensione che il gioco è truccato la sua reazione è quella di rimanere con i compagni di squadra – we, band of brothers – e combattere fino alla fine. Fuori del gioco mediante la vittoria. C’è in lui l’opposizione ai padroni del gioco dentro le regole e mediante l’accettazione del combattimento fino in fondo, una reazione molto maschile; non è un caso che invece l’eroina dell’oggi, Katniss Everdeen, sconfigga i padroni del gioco rifiutandosi di giocare, negandosi volontariamente al combattimento, cioè violando le regole del gioco perché comprende, invece, esattamente quali sono le metaregole che governano lo spettacolo: ma a occhio direi che può farlo non solo perché Katniss è l’eroina di un’epoca che ha sviscerato molto di più come funziona la società dello spettacolo, ma soprattutto perché è una donna. Johathan questa comprensione in fondo non ce l’ha, e comunque prima di ogni altra cosa è un jock, un campione virile, quindi combatte (sarei curioso, a occhio, di rivedere I guerrieri della notte dopo questo Rollerball: penserei che i punti di contatto ci siano).

D’altra parte è probabile che sia questo suo essere radicato in un immaginario e in una sensibilità virile che consentiva a Rollerball di dire qualcosa di significativo sulla propria contemporaneità (e quindi non solo a noi, per contrasto). Quando Jonathan alla fine si toglie l’elmetto è difficile non riconoscere il gesto del militare dopo un combattimento estenuante, e la mente corre al Vietnam, che non doveva essere passato da troppo: non credo che si vada troppo lontani dal vero nel ricordare che per una generazione di americani gli agoni sportivi erano stati sostituiti da ben altri combattimenti – anche più mortali del rollerball, anche questi dominati dalla necessità di combattere senza in fondo sapere bene perché ma anche senza potervicisi sottrarre in alcun modo. E d’altra parte ancora qui Rollerball è meravigliosamente ambiguo: perché la perdita inutile di tante giovani vite è lamentata da quelli stessi che hanno partecipato al massacro, volontariamente accettandolo, e colui che si spoglia dell’elmetto è l’assassino più efficace di tutti e colui che in fondo non ha mai voluto davvero smettere di giocare: allo spettatore è lasciato di sciogliere il nodo nel modo che preferisce.

Bei tempi. Oggi ci farebbero uno spiegone interminabile. E lo imbottirebbero di filosofia per tredicenni.

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