Con Lord Byron non si fa sesso

I romanzi e le poesie romantiche, “l’amore bell’e fatto dei libri”, come agenti di moralità.Tissot dama

Ho letto da poco, mentre passavo un paio d’ore in treno, Politica e bel mondo. Cronache fiorentine dal 1815 al 1831 di Guido Biagi, un opuscoletto in libera circolazione di una cinquantina di pagine scritto da un testimone dell’epoca.

Serata di galaIl libretto è pieno di particolari curiosi e divertenti, ma quel che ho trovato più interessante, anche da appassionato di Jane Austen, è il brano che vi riporto qui sotto, che ragiona sull’educazione sentimentale dell’epoca, collocando il romanticismo in una imprevista posizione di custode della moralità. La riflessione si colloca dopo avere raccontato delle cene, cioè scampagnate estive notturne in carrozza durante le quali si tentava di sfuggire al caldo opprimente e che erano un’ottima occasione per avventure galanti (già allora, evidentemente, si parlava di cene eleganti) come racconta Lamartine, che nel 1825 era segretario d’ambasciata a Firenze:

Non c’è amicizia, non c’è verve, non c’è zelo che resista a 28 gradi: solo l’amore è a questa temperatura, e davvero a Firenze ha il suo regno. Le notti sono divine. Io le passo in calesse andando a zonzo per le strade, o sotto i pini armoniosi delle Cascine, circondato da bellezze seducenti che dicono: «Ohimè» e alle quali io non dico niente.

E già questo è un testo interessante. Ma è a questo punto che Biagi piazza la sua interpretazione:

Ma, se non vi spiace, fermiamoci un momento ad osservar queste belle creature che dicono ohimè, e cercano nella frescura delle notti refrigerio al caldo soffocante, e forse all’ardore della passione. Non più volti rosei ed accesi, non più labbra coralline, o del bel rosso garofanato. La moda è cambiata; fin dal 1824, cantava il Guadagnoli:

Un viso rosso è un viso da osteria
E non è un viso di galanteria.

Le donne son diventate pallide, languide, sentimentali: l’anemia romantica, il veleno sottile della passione è penetrato nelle lor vene, e un ardore interno, nuovo, insolito, misterioso, le abbrucia. Prima, quando la Gazzetta di Firenze annunziava in 4ª pagina la Biblioteca piacevole ed istruttiva pubblicata da Guglielmo Piatti, che conteneva la Storia dei quattro spagnoli, in 11 volumi, le Sventure della famiglia d’Ortemberg, in 6 volumi, il Cimitero della Maddalena, in 8 volumi, e altre dilettose novità di questo genere; le donne non consumavan le veglie in simili letture, e all’amore bell’e fatto dei romanzi preferivano quello che sapevano fabbricarsi da loro; al sentimento preferivano la realtà, magari un po’ volgare, un po’ prosaica, ma viva e palpitante.

Bellezza estivaTutto il periodo napoleonico, nella vita, nell’arte, nella letteratura fu l’apoteosi della forza, del vigore, della forma. La pittura, la scultura, la moda idoleggiarono la bellezza esteriore; e quell’aura di rinnovato ellenismo, che aleggiò da per tutto, ricoperse con gli studiati lenocinii d’un’arte mascherata all’antica il sensualismo, che il settecento aveva incipriato con la galanteria. Scomparso l’eroe – o l’eroe de’ farabutti come lo chiamava il D’Elci – il sensualismo rimase. Non più guerre, non più quei macelli di giovine carne umana che lasciavano tanti vuoti dolorosi nelle famiglie e nel censimento: seguì la gioia del vivere, un senso di liberazione, come di chi si toglie un incubo doloroso; e il desiderio del piacere – l’epicureismo del D’Elci, – prese il sopravvento. Si cominciò a ballare e a godersela al Congresso di Vienna, mentre tutta Europa attendeva ansiosa il proprio assetto definitivo. Ma sì! chi poteva frenare quegl’impeti folli?

Poi seguiron le restaurazioni; la religione riebbe il disopra, riprese a poco a poco il suo impero: le leggi, i motupropri tentarono rimettere le nuove generazioni, dopo tanti anni di sregolatezze giacobine e soldatesche, nella vecchia carreggiata. Ma ci volevano altro che le prediche del Presidente del Buon Governo e le musonerie del Granduca! Il mondo va da sé, ripeteva con la sua ghigna sarcastica il conte Fossombroni, e dai rapporti della polizia lo sapeva lui dove andasse. Perché il paterno regime di Ferdinando III e di Leopoldo II ebbe sempre gran cura di sapere a puntino ciò che si faceva nelle famiglie, nelle dimore patrizie e nelle case dei cittadini. Fioccavano le denunzie anonime: si mettevano in moto gli emissari, si riferiva, si scriveva, si chiamavano i colpevoli a Palazzo Nonfinito o negli Ufizi dei Commissari: e lì grandi lavate di capo e minacce di sfratto pei non regnicoli e per gli altri minacce di clausure in conventi e d’esercizi spirituali in qualche casa di novizi. La gente stava a sentire, lasciava passar la burrasca: e poi daccapo, come prima, se non peggio di prima!

[…]

Ma, in buon punto, capitarono a Firenze i forestieri e dilagò la colluvie de’ romanzi sentimentali: tutto allora cambiò, a poco a poco, carattere, e la passione accese i cuori, e l’amore bell’e fatto dei romanzi, il misticismo, l’ideale fu come un balsamo salutare, che calmò gli ardori troppo scomposti. L’amore bell’e fatto, rese inutile quello da farsi; o almeno lo rivestì d’un velo d’idealità vereconda. E la moda aiutò, cooperò alla riforma: non più le vesti attillate e discinte che consentivano ogni linea della persona. La Rivoluzione, ne’ suoi impeti selvaggi, aveva spazzato via i guardinfanti, i paniers, i busti che stringevano i fianchi e la vita. Durante l’Impero non fu possibile la restaurazione del busto, perché Mad. de Longuéville e l’Imperatrice, la cui vita era corta e tozza, vi si opposero recisamente. Più tardi, dopo il 1820, e trionfalmente nel 1825, riapparve con le sue stecche, co’ suoi legacci, con le sue morse di ferro, chi sapeva con arte comprimere i superbi, sostenere i deboli e gli smarriti, sostituire gli assenti. – La gemma rientrò nel suo astuccio; e sotto le sapienti corazze fu più malagevole trovar la via dei deboli cuori.

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