La coerenza di Samarkanda – 2

Con The amulet of Samarkand di Jonathan Stroud siamo dalle parti di Harry Potter: una Londra più british del vero, una società in cui la magia è reale, un maghetto preadolescente di cui seguiamo il cammino di formazione.

Ci sono anche delle differenze: mentre nei libri della Rowlings i maghi vivono in una società separata e segreta qui l’uso della magia è pubblico e anzi i maghi hanno una posizione di rilievo: in pratica i maghi sono la casta dominante e i babbani la plebe. C’è spesso un tono vagamente sinistro e perfino dickensiano in questa struttura sociale, a partire dalle masse di plebei dallo sguardo spento che si spostano dalle zone industriali ai loro slums di periferia per arrivare alle bande di ragazzini che vendono giornali per strada e si arrangiano in modi più o meno legali. Su questo fondale semi-ottocentesco (ma ci viene detto che Gladstone è vissuto cento anni fa) Stroud monta una situazione internazionale che sembra reminiscente di un altro classico dell’ucronia, cioè il ciclo di Lord Darcy di Randall Garrett: all’Impero inglese che domina buona parte dell’Europa si oppone un impero orientale, con capitale Praga (in Garrett era la Polonia), mentre l’Italia è decaduta in seguito a degli errori fatali commessi dai suoi maghi ed è ora ridotta a un campo di battaglia.

Per finire di spiegare l’ambientazione occorre dire che i maghi non hanno potere in sé (cioè non dovrebbero essere in grado di fare incantesimi veri e propri): l’unica loro abilità sovrannaturale è quella di evocare e controllare una variegata genia (il gioco di parole è volontario) di geni, demoni e folletti. È qui che entra in scena Bartimaeus, il personaggio migliore del romanzo, un djinn, cioè, nella complessa gerarchia di esseri sovrannaturali che possono essere evocati, un demone di livello medio-alto. Bartimaeus è sfacciato, enormente pieno di sé, astuto, privo di scrupoli, simpatico, esasperante e dotato di un codice morale del tutto personale: immaginatevi un capitan Jack Sparrow che esca da una lampada e avrete un’idea precisa del personaggio.

Mi spingo oltre: Bartimaeus è un’aggiunta al genere fantasy del tutto meritoria, anche se non inaudita considerato che Jack Vance e il suo Cugel l’Astuto precedono di trent’anni, però qui c’è una innovazione interessante: di solito questo tipo di personaggio nel fantasy è inerme e se la deve cavare solo con l’astuzia, mentre Bartimaeus è molto potente, tranne il fatto che ci sono demoni ancora più potenti di lui.

Anche Nathaniel, il personaggio che divide la scena con Bartimaeus (formalmente il suo padrone, avendolo evocato) non è male, un giovanissimo mago sconosciuto ma molto dotato, ça va sans dire. Come Harry Potter Nathan tende all’autocommiserazione (ha i suoi motivi) ma l’elemento più rinfrescante è che è sgradevole, un ragazzino capriccioso, egoista, autocentrato… cioè vero, in una parola. Il che rende credibile che, evocando Bartimaeus sostanzialmente per ripicca, metta in moto una serie di avvenimenti imprevisti che fanno da motore alla trama.

Sfortunatamente qui si fermano gli elementi positivi del romanzo, che regge quando è in scena Bartimaeus, molto meno negli altri momenti. C’è naturalmente un Grande Complotto che ricade sull’inconsapevole Nathan e sul riluttante Bartimaeus, ci sono alcuni antagonisti interessanti e in generale il passo della narrazione non annoia.

Ma progressivamente ci si accorge che la storia non regge la prova dei pesci: è l’ambientazione che non ha coerenza, anzi si sfalda fra le mani di Stroud, e per certi aspetti The Amulet of Samarkand dovrebbe essere una lettura obbligatoria per i narratori fantasy in erba per capire come non si imposta una trama.

All’inizio l’autore ha molta cura nel chiarire qual è il sistema di reclutamento dei futuri maghi: c’è una sorta di esame nazionale che serve a individuare i potenziali candidati, i quali vengono sottratti alla famiglia e affidati in tutela a un mago che si assume l’onere della loro formazione: in cambio il pupillo fornirà assistenza al tutore negli anni a venire. Ci viene anche detto, con molta enfasi, che i maghi non possono sposarsi né procreare, in modo da evitare pericolose tentazioni dinastiche, e con moltissima enfasi veniamo informati che un passaggio essenziale in questa formazione del tutto spersonalizzata e anaffettiva è che il nome originale del mago viene secretato (se qualcuno lo conoscesse avrebbe potere su di lui) e sostituito da un nome convenzionale.

Questi tre elementi sono quelli che Langford chiamerebbe plot devices, meccanismi per far progredire la trama: servono a dare profondità al personaggio di Nathan (povero ragazzo senza famiglia), e a costruire il pretesto per una serie di sviluppi narrativi che non vi racconto per non rovinarvi il gusto della lettura. Il problema è che l’impressione molto forte è che Stroud li abbia creati ad hoc, nel momento in cui nella stesura del romanzo si è reso conto di avere un problema di motivazione, si è lambiccato il cervello e ha trovato una soluzione. Ma queste soluzioni così specifiche (come i miei rovelli di cui vi ho raccontato ieri) se non sono ben pensate rischiano di rivelarsi più avanti degli ulteriori intralci, che richiedono altre soluzioni, e la cosa alla fine sfugge di mano.

Anche la Rowlings ha avuto lo stesso problema: man mano che il mondo di Harry Potter cresceva alcune delle premesse (quelle più favolistiche) si rivelavano troppo riduttive e hanno dovuto essere eliminate: il lettore che rilegge tutta la saga progressivamente se ne accorge e ha una certa sensazione di perplessità: ma Stroud riesce a esasperare il lettore nell’arco di un solo romanzo, e questo è un po’ più grave.

Il campanello d’allarme scatta durante una scena decisiva, quando viene fatto a pezzi un tavolo che viene definito “cimelio di famiglia”. Come, cimelio di famiglia? Di quale famiglia, se i maghi non ne hanno? Forse ho capito male, pensi. Due pagine oltre si apre un portale dimensionale al posto del ritratto della bisnonna di un mago, e arriva la conferma che Stroud si è dimenticato.

Va bene: come direbbe Andrea Salidu, scettico residente dei Fabbricastorie, sono particolari. Sgradevoli, ma particolari. Però nel caso specifico denunciano la difficoltà di descrivere efficacemente un mondo arido da un punto di vista sentimentale, un mondo alieno che alla fine lo scrittore non regge e che finisce per particolareggiare come se fosse il nostro mondo. Sono particolari che spingono il lettore a ricordarsi che nelle prime battute del libro, curiosamente, dopo tanta insistenza sulla questione del nome tutti i personaggi attorno a Nathan continuano a chiamarlo col suo vero nome, una imprudenza incomprensibile che infatti… non vi dico cosa succede, ma qui non è dimenticanza, è, appunto, gestione spudorata di un meccanismo della trama: deve essere così perché in questo modo può succedere qualcosa.

Individuati questi due difetti, di descrizione e di costruzione della trama, il lettore non ha più pace perché mille altri casi simili gli si presentano, sia sul versante della descrizione sociale sia sul funzionamento, essenziale per la trama, del sistema magico: e il sistema magico veramente non regge, né dal punto di vista descrittivo né da quello della coerenza narrativa.

Insomma: i difetti saltano sempre più spesso agli occhi, rendendo la lettura più faticosa e alla fine minando la necessaria fiducia nel narratore, il quale peraltro, dopo qualche esitazione, aumenta il ritmo e si lancia verso un finale opportunamente convulso, evitando – a malapena – che il lettore si stufi e abbandoni il romanzo. Questa accelerazione comporta l’abbandono di alcune sottotrame, che torneranno probabilmente nel seguito, però la storia principale si salva (le sottotrame sono proprio abbandonate, non lasciate sullo sfondo, e il lettore avrebbe ben diritto di sentirsi un po’ truffato).

Sono stato severo, mi rendo conto: con tutti i suoi difetti The amulet of Samarkand è una lettura piacevole e poco impegnativa e Bartimaeus un personaggio che si desidera rileggere (magari non scritto da Stroud..), ma il fatto è che nel giudizio finale questi non sono gli elementi che vengono per primi alla mente: piuttosto i difetti, che consegnano alla sufficienza risicata un romanzo che aveva le potenzialità per essere un punto di riferimento, e lo rendono più interessante come caso di studio sulla costruzione della trama e dell’ambientazione che come romanzo in sé.

Due note editoriali finali: The amulet of Samarkand è il primo libro di una trilogia, e leggo in giro che andando avanti il livello migliora; probabilmente io stesso darò alla serie una seconda possibilità, anche se non credo molto presto. Per i non anglofoni in Italia i romanzi di Bartimaeus sono pubblicati da Salani.

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