Click baiting morale

Stanotte sulla mia bacheca Facebook è comparso ripetutamente un post proveniente dal profilo di Saverio Tommasi.

Saverio Tommasi 1Ora, il racconto dell’episodio in sé – il cui svolgimento come viene raccontato da Tommasi anche Storace e Donzelli sostanzialmente nei commenti e nel dibattito che ne è seguito hanno confermato – è prova del delirio a cui è giunta la politica italiana: perché prendendo le cose come sono, fuori dalle simbologie, francamente non si capisce cosa si pensasse di dimostrare e cosa dovesse accadere.

Vorrei vedere voi, se a casa vostra improvvisamente vi suonassero al citofono due, armati di ramazza, e vi fanno: «Scendi! Così puliamo!! Non scendi? E scendi!». Non so voi, io chiamo i Carabinieri. E poi esattamente cosa si dovrebbe pulire? Il marciapiede davanti all’uscio, come le vecchiette di paese? Quindi se quelli non scendono a fare un lavoro inutile con due sconosciuti allarmanti vuol dire «che non hanno voglia di lavorare»? Complimenti: siamo evidentemente alla serie Z dell’armamentario politico (compresi i sottotesti grassocci sullo scopare), e del resto Donzelli immagino prenderà, meritatamente, lo zero virgola.

Ma cos’è questo SPRAR?

Però non è di questo che voglio parlare. Il fatto è che mentre leggevo c’era qualcosa che non mi tornava.

Donzelli e Storace sono andati in una delle sedi del progetto Sprar, che accoglie rifugiati con disagio mentale

Uhm. Per dir la verità lo Sprar non accoglie «rifugiati con disagio mentale». Accoglie rifugiati e punto, tanto che “SPRAR” (uso il maiuscolo, è una sigla) vuol dire “Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati” (da qui in poi la mia fonte è il sito dello SPRAR stesso e l’interessantissimo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2014, una lettura obbligatoria che dissipa anche molte fandonie che si sentono in giro). Lo SPRAR

è costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. A livello territoriale gli enti locali, con il prezioso supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.

All’interno della grande categoria dei richiedenti asilo e rifugiati ci sono anche categorie particolarmente vulnerabili, meritevoli di percorsi di accoglienza e accompagnamento specifici: minori non accompagnati, vittime di tratta, apolidi, portatori di disagio mentale o disabilità eccetera.

Sofferenze mentali?

Quindi ordinariamente coloro che sono inseriti all’interno dei percorsi dello SPRAR non sono necessariamente

prevalentemente persone che hanno subito gravissime torture

o vittime di storie estreme di violenza e tanto meno disabili mentali.

La frequenza di sofferenze mentali fra i rifugiati, peraltro, è alta, in particolare i disordini da stress post-traumatico, come ci si può aspettare da chi ha vissuto tutta una serie di esperienze molto difficili: sul sito dello SPRAR ci sono gli atti di un seminario interno e un quaderno con un rapporto sulle dimensioni del fenomeno, che non sono piccole, la cui lettura consiglio caldamente agli amici psicologi. Ma è chiaro che Tommasi (e con lui l’assessore all’integrazione e all’accoglienza del Comune di Firenze, Sara Funaro, che Tommasi presumibilmente usa come fonte) si riferiscono a casi gravi di sofferenze mentali, tali da comportare l’impulso suicida come nell’episodio che raccontano, casi che riguardano una minoranza dei rifugiati.

Naturalmente il centro di Firenze davanti al quale Storace e Donzelli sono andati a fare la loro sceneggiata potrebbe essere interamente dedicato a persone con queste problematiche, ma a occhio non è così: vedo da una rapida ricerchina su Google che l’episodio si è svolto a Firenze e sul sito dello SPRAR c’è l’elenco di tutti i progetti (vedi che la pubblica amministrazione è trasparente?). A Firenze ce ne sono tre, tutti allo stesso indirizzo, e il sito dello SPRAR riporta i posti a disposizione: 89 di categoria ORD (sarà ordinaria, immagino), 2 per la categoria MSNARA (che secondo me sono minori non accompagnati) e infine 8 di categoria DM-DS, e questi sono appunti i disabili e i portatori di disagio mentale. Il che non vuol dire che, anche se fossero uno solo, non meritino rispetto e estrema attenzione e che se quanto riporta l’assessore è esatto

il teatrino della coppia Francesco Storace e Giovanni Donzelli di fronte a queste persone, ha raccontato l’assessora Funaro, ha provocato uno stato di agitazione e preoccupazione tra gli ospiti e i lavoratori della struttura. Uno degli ospiti ha avuto due forti crisi di agitazione psicomotoria e durante una di queste ha tentato addirittura di gettarsi dalla finestra.

Storace e Donzelli sono stati irresponsabili (peraltro non risulta che abbiano tentato di fare irruzione a forza). Ma il modo con cui si è caratterizzato l’episodio? Non mi sembra che ci siamo.

E quindi non era vero?

Stroace Donzelli
Chissà se un giorno saremo in grado di spiegare ai nipoti

Quindi raccontare, sostanzialmente, che Storace è andato a fare il gradasso davanti a dei poveri folli, ridotti in questa maniera da esperienze inenarrabili, semplicemente non è vero: è un artificio polemico e se è comprensibile che l’assessore lo adotti, visto che si è in campagna elettorale, si tratta comunque di artifici che non fanno onore a chi li usa.

Reporter?

E se è ugualmente comprensibile che Tommasi, sull’onda dell’emozione, adotti la fonte senza grandi riscontri e ci faccia su un pezzo di grande effetto, non sembra un atteggiamento degno del fatto che sulla sua pagina Facebook dichiara di essere un reporter.

36 anni, reporter. Racconto storie, amo la cioccolata e ho una figlia bellissima.

Perché un reporter vero magari sprecava un quarto d’ora, come ho fatto io, per farsi un giro sul sito dello SPRAR, e un’oretta ulteriore per leggere i due testi sul disagio mentale e scorrere il Rapporto, farsi un’idea più precisa delle cose da dire e concepire un articolo magari meno retorico ma più preciso (e anche meno efficace contro l’avversario, magari, ma non è che bisogna scrivere per forza, eh).

D’altra parte vedo che sul suo sito Tommasi dichiara principalmente di essere un attore. Ecco, magari qui è stato più attore e meno giornalista, diciamo.

Grandi successi?

Però gli artifici retorici e i monologhi d’attore servono, eccome se servono.

Vedo che in questo momento il post di Tommasi ha più di ottomila like e oltre cinquemila condivisioni, in crescita. E li ha esattamente per come è fatto e per quel che dice. Altro che click baiting.

Questo articolo, che secondo me è meglio documentato, lo leggeranno i miei amici e basta, quindi ha ragione lui. Ha certamente ragione lui.

Per forza.

Però io ho tre obiezioni: una di fatto, una strategica e una politica.

Abbiate pazienza, restate con me fino alla fine.

Vicino alla verità?

L’obiezione di fatto, cioè sulla verità dei fatti, riguarda la chiusa del pezzo di Tommasi:

Per questo, anche per questo io vi dico che non sarò mai un reporter super partes. Perché l’equidistanza è una menzogna raccontata da quelli che hanno qualcosa da nascondere. Io invece sarò sempre di parte, questa è la mia promessa. Sarò sempre dalla parte dei fragili, e perciò quasi sempre lontano dal potere, e il più vicino possibile alla verità.

Ecco: non metto in dubbio che Tommasi in questa storia sia stato effettivamente dalla parte dei più fragili.

Che sia stato lontano dal potere, boh.

Il più possibile vicino alla verità? Ecco, questo secondo me no. E quindi l’equazione non funziona: non è che se sei dalla parte dei più fragili sei necessariamente vicino alla verità. Proprio no.

Il problema ulteriore però è: se sei lontano dalla verità, puoi essere davvero dalla parte della giustizia? Ecco, anche su questo è lecito avere dei dubbi.

Cattive strategie

Leggo, infatti, che Storace e Donzelli non sono proprio sprovveduti e in qualche modo ci sono arrivati da soli. Fatta la tara (che è peraltro pesantissima) alla retorica sul tono «e agli italiani bisognosi niente?!» le loro repliche dimostrano che forse non sono ancora proprio arrivati a visitare il sito dello SPRAR, ma almeno sanno inquadrare il tema nei termini di: «non sono mica stati tutti torturati, non hanno mica tutti un disagio mentale». Da qui a controbattere agli artifici retorici con argomentazioni sensate è un passo non automatico, ma certo reso più possibile dal modo con cui sono stati affrontati da Tommasi e dall’assessore. Vuol dire che la facile vittoria su Facebook prepara il campo di battaglia in un modo che rende più contendibile, non meno, il campo delle misure a tutela dei rifugiati, che già è pesantemente sotto attacco.

Detto in altri termini, due che si presentano con scope e ramazze sono dei provocatori ma si espongono anche al ridicolo e dimostrano di non avere grandi argomenti. Potresti prenderla a ridere e mollarceli lì. Ma se cominci a discuterci ti esponi alla replica, e al permettere agli osservatori esterni di pensare che, in fondo, le tue argomentazioni non sono mica tanto sostenibili, tanto più se prima o poi Donzelli a visitare il centro ci va davvero, come ha annunciato, e racconta che ci ha trovato solo otto disabili e gli altri novanta che sono normali. Siccome tu avevi fatto capire che erano tutti vittime di torture e portatori di disagio, sembra che alla fine chi aveva torto eri tu. Non è un gran risultato: per te e per quei novanta normali.

Già: normali?

Già, perché nsistere sulla dimensione estrema (torture, stupri, violenze gravissime, gravi disagi mentali) fa pendere inevitabilmente la bilancia emotiva a favore dei rifugiati rispetto a Storace (Storace peraltro parte già svantaggiato in partenza contro praticamente chiunque, tranne forse se contrapposto a Borghezio), ma fa perdere di vista il fatto che qualunque rifugiato, anche coloro che non sono

persone a cui hanno ucciso la figlia di fronte agli occhi, oppure li hanno fatti assistere allo stupro della moglie, oppure il regime le torturava legate a una sedia e alzando con un cacciavite le unghie delle mani

sono comunque persone che hanno sofferto e hanno alle spalle storie drammaticissime. Il Rapporto ha un approccio narrativo interessante, e riporta molte di queste storie: quelle che menzionano situazioni di violenza estrema sono una minoranza ma d’altra parte tutti sono dovuti scappare dal loro luogo di origine, abbandonando spesso gli affetti, hanno fatto viaggi spaventosi, compresa l’esperienza del viaggio in mare, che non è poco, e sono inseriti in un sistema di “accoglienza” che ha le sue complessità e burocrazie, per non parlare di una situazione in cui il tuo destino è, ancora una volta, rimesso all’arbitrio di altri. Mi pare sufficiente, anche senza le violenze.

I rifugiati, tutti i rifugiati vengono da storie tragiche: testimoniano una tragedia. Concentrarsi sui casi eclatanti può far perdere di vista l’ampiezza dei fenomeni, la loro diffusione e pervasività, le difficoltà di chi ha semplicemente dovuto lasciare la patria per fame, malattie o altre dimensioni che suonano più ordinarie all’orecchio occidentale, per esempio il collegamento con meccanismi globali di sfruttamento economico, anche senza l’intervento di machete e polizie segrete. E sono una dimensione così tragica e importante che va affrontata con la maggiore efficacia possibile, in situazioni già di per sé difficili, senza bisogno che le politiche di aiuto vengano inquinate da miscomprensioni legate a eccessi polemici e al bisogno di manipolare i media. O vogliamo finire come nella famosa storiella del giornalista che accoglieva all’aeroporto le famiglie inglesi scappate dalla rivolta dei Mau Mau?

«C’è qualcuna qui che è stata violentata dai ribelli?».

«A me hanno ammazzato mio marito…».

«Io sono fuggita dalla casa in fiamme, ho perso la vista…».

«Scusate, il pubblico vuole altro. C’è qualcuna qui che ha subito violenza di gruppo?».

Tutte le storie meritano di essere prese in considerazione, invece.

E poi il sensazionalismo è, di solito, l’arma nelle mani del nemico, che infatti se ne serve per generare allarme globale: di solito a sinistra si diffida, saggiamente, del solleticare lo stomaco, perché si ricorda che di solito la cosa non porta mai a grandi risultati e che è fin troppo facile che il megafono ti venga strappato dalle mani e usato per scopi che non ti eri immaginato.

Anche se c’hai cinquemila condivisioni e più di ottomila like.

Facebook Comments

3 pensieri riguardo “Click baiting morale

  • 01/06/2015 in 18:09
    Permalink

    Roberto,
    perfettamente d’accordo. Il provocatore che conta sulla vena lirica di chi viene provocato trova facilmente appigli per ribattere e guadagnare terreno in un dibattito che vede il provocatore partire in grande svantaggio.

    Ho recentemente fatto conoscenza con un rifugiato.
    Originario dell’ Afghanistan all’eta’ di quindici anni ha attraversato l’Iran e la Turchia in gran parte a piedi. Ha poi attraversato un breve tratto di mare in gommone insieme ad altre tre persone per giungere in Grecia. E’ poi riuscito ad imbarcarsi clandestinamente per l’Italia dove ha vissuto in un parco per tre mesi. Mi ha raccontato di essere stato aiutato da diverse persone, ma anche di essere stato arrestato tre volte mentre cercava di raggiungere la Francia in treno. Agli arresti seguiva un lieve pestaggio (niente in confronto a quelli cui era altrimenti abituato) e poi di nuovo il parco. Al quarto tentativo e’ riuscito ad arrivare in Francia e poi a raggiungere Calais.
    Dopo aver ripetutamente tentato invano di nascondersi sull’Eurostar ha deciso per la piu’ pericolosa soluzione di appendersi sotto ad un Tir che faceva rifornimento prima di imbarcarsi per l’Inghilterra. E ce l’ha fatta.
    Arrivato a Dover si e’ presentato ad una stazione di polizia dove per prima cosa gli hanno dato un pasto caldo e poi lo hanno trasferito in una pensione. Ci e’ rimasto per un mese perche’ a quel punto ha trovato lavoro (nota che era ancora minorenne).
    Una storia assolutamente banale per un rifugiato.
    Se i rifugiati avessero un CV questo tipicamente reciterebbe : «Esperienza nell’attraversare deserti a piedi, nello sfidare il mare aperto in gommone e particolare attitudine a stare per ore appeso sotto ad un Tir che viaggia sull’autostrada ».

    …il profilo tipico di chi non ha voglia di lavorare…

    Ho conosciuto il rifugiato di cui parlavo perche’ mi ha dato un passaggio. Adesso ha trent’anni. Fa l’autista. La macchina, una mercedes, pur essendo nera non ha nulla da invidiare ad una auto blu. Ed e’ sua. E’ contento e vive bene, e una volta ogni tanto torna in Afghanistan a visitare amici e parenti…
    …ah, dimenticavo, paga le tasse… ed essendo ormai cittadino, vota.

    Risposta
    • 04/06/2015 in 11:51
      Permalink

      Ti ringrazio del commento, so che sei molto sensibile al tema (presto l’articolo sui corpi da spiaggia…)

      Risposta

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