Bellissima e abusata

deirdre-of-the-sorrowsHo messo oggi in linea la puntata di Oggi parliamo di libri dedicata all’eroina Deirdre, la bellissima e sfortunata Deirdre delle saghe irlandesi, nota nella letteratura e nel teatro moderno anche come Deirdre of the sorrows, cioè “dei dolori” o “delle pene”.

Fare la puntata richiedeva mettere insieme due temi: da una parte proseguire la cavalcata attraverso le grandi tradizioni orali della narrativa europea, cioè esattamente il materiale che viene continuamente riutilizzato e reinterpretato dalla nostra cultura popolare e da tanta narrativa di genere. Dopo le saghe vichinghe, toccava alle varie saghe celtiche.

D’altra parte in questa stagione della trasmissione cerco sempre di parlare di storie d’amore, quindi dovevo trovare, in mezzo alle storie celtiche, una bella storia d’amore. Avevo pensato inizialmente di parlare della storia di Tristano e Isotta ma mi sono reso conto che ci avrebbe portato subito in ambito cortese e che quindi sarei stato costretto a lasciare per strada troppi argomenti. Allora ho deciso di fare una puntata intermedia soffermandomi invece sul Maginogion (cioè, lo dico per i meno addentro al fantasy e dintorni, una antica raccolta di saghe gallesi) e sulle saghe irlandesi: fra tutte queste storie ho scelto quella di Deirdre perché è una storia d’amore molto tragica che mi ha sempre impressionato.

Tra l’altro in questo modo si apprezzano meglio le forme di continuità con le altre puntate precedenti: rileggendo le saghe mi sono sorpreso a pensare quanto materiale fiabesco ci sia dentro – per esempio Deirdre è rinchiusa in un maniero isolato, come le principesse delle fiabe. Solo che non sono le saghe celtiche a ispirarsi alle fiabe, sono queste ultime che preservano un sostrato di materiale narrativo di tipo sovrannaturale la cui origine per i narratori delle saghe era più immediatamente vicina, anche se già travestita da leggenda e priva in parte degli originali contorni religiosi.

Come avrete sentito ho fatto un accenno in merito durante la puntata, costruendo un raffronto fra gli dei dei celti, a malapena riconoscibili nel Mabinogion e nelle saghe irlandesi ma comunque presenti, e la dimensione sovrannaturale delle saghe vichinghe, ancora più illanguidita. Qui che ho maggior spazio posso dire che il paragone, per quanto sostanzialmente corretto, andrebbe specificato, prendendo a confronto materiali dello stesso tipo: le storie degli dei dell’Edda poetica andrebbero confrontate magari con le storie dei Tuatha de Danaan e invece il ciclo delle guerre dell’Ulster o dei Fianna andrebbe confrontato, che so, con la saga di Sigurd. Anche così però trovo che la dimensione mitologica e la trasposizione in chiave storica di narrazioni religiose rimane più forte nelle saghe celtiche, fino a costituirne un elemento distintivo.

D’altra parte la cultura materiale assomiglia molto a quella dei vichinghi, e alcune dimensioni ritornano pari pari: per citarne solo alcune, anche nella storia di Deirdre i protagonisti sono assediati dentro una sala da banchetti, come i Burgundi, e tutto il complesso delle relazioni – onore, amicizia, rivalità, competizione – che legano e dividono gli eroi di una stessa banda di guerrieri, riuniti attorno al loro signore, potrebbe tranquillamente essere vichingo (e mi sono chiesto se Éogan mac Durthacht o Fergus possano essere serviti di modello per le narrazioni scandinave, o se semplicemente incarnino dei tipi ricorrenti di guerrieri in tutte le culture di quel genere – propendo per questa seconda spiegazione).

Due parole sui celti

Durante la puntata ho brevemente descritto alcuni elementi della cultura celtica. Andrà magari precisato che quando dico che i celti erano “numerosissimi” la cosa è discutibile: ci sono coloro che ritengono che le tribù celtiche vere e proprie non fossero poi tante e che queste si ponevano al vertice di un complesso sistema federale che riuniva popolazioni di origini molto diverse fra loro. E, naturalmente, ho anche riassunto in poche parole una storia che abbraccia parecchi secoli e l’intero continente europeo; oltretutto, non essendo uno specialista, non ricordo affatto per esempio che tipo di conoscenza ebbero i celti delle isole britanniche del genocidio perpetrato dai romani ai danni di tante tribù galliche e quanto queste vicende possano avere influenzato la cultura di quelle che erano, dopotutto, popolazioni molto periferiche; allo stesso modo sono stato prudentemente zitto sulla presenza nelle saghe di elementi che assomigliano molto alle storie eroiche greche: so benissimo del rapporto fra Greci e Galati, ma non ho idea di che circolazione potesse avere la conoscenza della cultura greca successiva all’invasione del IV secolo a.C. e quanto certe storie possano avere viaggiato attraverso mezza Europa fino alle isole britanniche. Insomma: parlando dei Celti ho amabilmente mescolato, cercando di non essere impreciso ma essendo forzatamente generico, cose che riguardano tutti i Celti e cose che sono specifiche delle genti celtiche delle isole britanniche.

A questo punto rimane solo da parlare di Deirdre, ma magari lo facciamo dopo la pausa musicale.

Una ragazza abusata

Deirdre è una delle eroine più tragiche di tutte le saghe antiche. Non è terribile come Crimilde o Brunilde, non ha la statura di Antigone ed è sempre totalmente innocente, al contrario di una Medea, di Elena di Troia o di Elettra. D’altra parte non è passiva come Ifigenia; appartiene a quella classe di donne maledette dalla sorte, come Cassandra, in lotta disperata per la propria felicità. In Italia credo non sia molto nota, ma nel teatro irlandese e inglese ritorna più e più volte. Il motivo però per il quale ho voluto parlarne non è tanto legato a questa sua importanza letteraria, né a ciò che la sua storia ci dice, quanto a ciò che ci suggerisce. Avevo accennato nel commento alla puntata su Sigurd che man mano che ho preparato questo ciclo di puntate mi sono imbattuto in segnali di inquietudine dei narratori rispetto alle cose che raccontano. In questo caso è evidente: Conchobar, nel suo tormentare Deirdre, è pienamente all’interno del suo diritto e delle convenzioni sociali, eppure il suo appare un comportamento non solo ingiusto ma addirittura empio, tale infatti da mettere in pericolo il regno: dopo la vicenda Fergus abbandonerà il suo seguito e nella guerra del toro di Cúailnge si schiererà con i nemici del re.

Cos’era, mi sono chiesto, che metteva in imbarazzo il narratore? La sorte di una donna giovane privata della possibilità di scegliersi liberamente il suo compagno; l’impossibilità di due giovani di amarsi come desiderano perché un uomo anziano e di potere si mette in mezzo; l’abuso ripetuto di una moglie da parte di un marito violento fino a indurla al suicidio; il fatto che le donne potessero essere scambiate e cedute come bestiame.

Nelle saghe gallesi del Mabinogion e in quelle irlandesi dei vari cicli c’è molto altro, ovviamente: vere storie d’amore, anche a lieto fine, regine che comandano eserciti, donne straordinarie che sono palesemente la trasposizione fiabesca di dee di cui si sta perdendo il ricordo. Ma, ed è questo il punto, c’è anche l’abuso di Deirdre, ed è su questo segnale fortissimo di una tensione irrisolta che ho voluto fare la puntata.

Consigli di lettura

Mabinogion Agrati ManginiVedo che il mio cofanetto edito dagli Oscar Mondadori, che comprendeva il Mabinogion e la saga irlandese di Cú Chulainn (al cui interno si trova anche la sfortunata storia d’amore fra Deirdre e Naoise) non è più in circolazione: vi segnalo comunque qui a fianco le copertine – che i più attenti noteranno arricchite da incongrue illustrazioni riferite al Signore degli anelli – perché credo che fra i remainder o sulla rete si possano ancora trovare i due volumetti con relativa facilità, per non parlare del fatto che devono essere disponibili in molte biblioteche pubbliche. In alternativa vedo che la saga di Cú Chulainn è pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, in una collana sostanzialmente di esoterismo che peraltro pubblica Dumézil e Tolkien – vedo che il curatore è Christian-Joseph Guyonvarc’h, un filologo francese dell’università di Rennes, quindi credo che vi possiate fidare. La saga è stata anche trasposta in tre romanzi fantasy di Morgan Llewellyn (il primo della serie è I guerrieri del Ramo Rosso), autrice che ha fatto dell’irlandesità il suo marchio distintivo. La Llewellyn è un’autrice piuttosto solida anche se non sempre entusiasmante, credo si possa fare una prova di lettura.

Il MaCú Chulainnbinogion ha invece avuto la sfortuna di essere trasposto in un romanzo fantasy non eccezionale di Evangeline Walton, con quale sarà meglio che non vi confondiate. Vedo che è attualmente pubblicato da Venexia in una edizione annotata da Isabella Abbiati e Grazia Soldati. Non conoscendo l’edizione non sono in grado di giudicare dell’apparato critico, anche perché non trovo nient’altro scritto dalle stesse autrici, e vedo che la collana è anch’essa dedicata largamente a temi misterici ed esoterici, categoria a cui sembra che i celti debbano essere iscritti volenti o nolenti (maledetta new age, esci da questo… corpus mitologico!!).

Colgo anche l’occasione per segnalare che, anche per quanto riguarda le altre saghe irlandesi precedenti (le storie dei Tuatha de Danaan) e seguenti (le storie dei Fianna) a quella di Cú Chulainn, tutte dovrebbero essere, attualmente, indisponibili in italiano. Io ne ho una edizione (Studio Tesi) che però era basata sul rimaneggiamento dell’originale mito fattone da Lady Gregory nel 1904; anche questa edizione è, manco a dirlo, fuori commercio. Curioso come i celti siano contemporaneamente così popolari e così inconoscibili attraverso i resti della loro cultura. Magari ci torneremo su in un’altra occasione.

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