Matematici che spaccano (nel vero senso)

John Urschel 1Mi sono imbattuto oggi nella storia di John Urschel, un forte giocatore professionista di football americano che è anche un matematico di valore, con diversi articoli pubblicati su giornali scientifici, ed è anche  in prospettiva un giocatore di scacchi con un titolo internazionale.

Mentre essere uno scacchista e anche un atleta professionista non è poi così strano (ci sono stati per esempio un buon numero di alpinisti che erano anche forti giocatori di scacchi, senza considerare naturalmente lo scacchipugilato), l’accoppiata fra football e matematica è sicuramente meno frequente e suscita un buon numero di battute.

John Urschel 7Al di là di questa strana combinazione Urschel mi sembra davvero un personaggio interessante: non solo perché  ha il tipo di backgorund che normalmente viene attribuito ai supereroi e a altri eroi dei fumetti (gli manca solo di essere miliardario, che i suoi genitori siano stati assassinati da un dittatore pazzo o l’essere discendente di una stirpe di archeologi – o maghi), ma anche perché il suo account su Tweeter (MathmeetsFball, cioè “la matematica incontra il football“) rivela un uomo simpatico e piacevole che oltretutto sta iniziando una terza (quarta?) carriera come giornalista su The Players Tribune (un ottimo sito, fra l’altro, e un’idea molto interessante che farebbe un gran bene anche allo sport italiano), per il quale scrive con molto brio di valutazioni statistiche del campionato americano di football e applicazioni della matematica allo sport.

Proprio da The Players Tribune prendo l’articolo che segue, che vi ho tradotto perché mi sembra una presentazione interessante del personaggio e perché Urschel dice una serie di cose che possono aprire un numero impressionante di dibattiti.

Le immagini a corredo vengono dal sito originale, dall’account di Tweeter di Urschel o dalla rete. Due note di lettura: “Penn State” è la squadra di football dell’Università della Pennsylvania, per la quale Urschel ha militato nei campionati universitari prima di approdare alla massima serie; la NFL è il campionato professionistico americano; l’articolo prende spunto dal molto discusso abbandono delle competizioni da parte di Chris Borland, un giovane giocatore che si è ritirato perché ritiene che i colpi alla testa che si subiscono durante il gioco possano alla lunga creare danni cerebrali permanenti; nel football americano il linebacker è un difensore, affine al “libero” del calcio (solo che mena molto di più).John Urschel 11

Perché gioco ancora a football

di John Urschel

Invidio Chris Borland.

La prima volta che ho incontrato Chris è stato nell’autunno del 2011, quando Penn State affrontò Wisconsin in quella che per entrambi era la nostra seconda stagione. Ricordo di aver pensato che fosse il miglior linebacker che avessi mai affrontato, e la cosa rimase vera lungo tutto l’arco della mia carriera universitaria. Chris era un linebacker duro, istintivo e aggressivo, con una grande presa e che non temeva mai il contatto.

In questi ultimi giorni ho sentito molti pareri su Chris e sulla sua decisione di ritirarsi dalla NFL all’età di ventiquattro anni a causa del timore di danni cerebrali a lungo termine. Queste opinioni spaziano dagli inni di lode che definiscono Chris uno dei pochi giocatori dotati di buon senso, a frasi di derisione che lo descrivono come un debole.John Urschel 6

Quest’ultima cosa non potrebbe essere più lontana dalla verità. Chris era uno dei giocatori di football più duri contro i quali abbia mai avuto il piacere di giocare.

Naturalmente, credo di avere una certa conoscenza diretta di questo dilemma, a causa dei miei percorsi di tipo non fisico. In particolare, ho un baccellierato e una laurea magistrale in matematica, entrambi con il massimo dei voti, e numerosi articoli pubblicati in importanti giornali di matematica. Nel mio tempo libero sono un ricercatore di matematica e continuo a fare ricerca nei campi dell’algebra lineare, metodi multigriglia, teoria spettrale dei grafi e apprendimento delle macchine. Sono anche un accanito giocatore di scacchi, e spero un giorno di essere un giocatore con una norma internazionale.John Urschel 5

Con tutti questi interessi fuori del mondo sportivo, mi viene spesso chiesto perché gioco a football, come mi sento riguardo alle concussioni cerebrali, e se mi capita di pensarci. La domanda è spuntata nei colloqui durante le selezioni della NFL, interviste con la stampa, e anche in chiacchierate casuali con tifosi o con altri matematici. Può spaziare dalla domanda molto delicata: «Con un futuro così brillante non hai paura di danneggiarti il cervello?» a quella molto più diretta: «Sei un idiota a giocare a football, dove sono i tuoi genitori?». Vi posso assicurare che sono stato sottoposto a entrambi gli estremi dello spettro e a tutto ciò che c’è in mezzo.

Non è scortese chiedere. Non è un qualche argomento tabù che offende. È una semplice verità. Giocare in una posizione di contrasto nella NFL non può aiutare la tua salute mentale a lungo termine. Tuttavia è anche vero che quanto sia dannosa questa strada per te è qualcosa che, secondo me, nessuno conosce esattamente al momento.

John Urschel 9Detto questo, perché correre il rischio?

Obiettivamente, non dovrei. Ho davanti una carriera brillante nella matematica. Oltre a ciò, ho i mezzi per avere un buon reddito e provvedere ai bisogni della mia famiglia senza giocare a football. Non ho desiderio di accumulare dieci milioni di dollari in banca; ho già più denaro nel mio conto in banca di quanto sappia che farmene. Guido una Nissan Versa due volumi usata e vivo con meno di venticinquemila dollari all’anno. Non dipende dal fatto che io sia frugale o perché stia cercando di risparmiare per qualche grosso acquisto, dipende dal fatto che che cose che amo di più al mondo (leggere matematica, fare ricerca, giocare a scacchi) sono davvero, davvero poco costose.

Io non gioco per il denaro… gioco perché amo il football. Amo colpire la gente.NFL: Baltimore Ravens at Tampa Bay Buccaneers

Mia madre ha sempre stata sostenuto qualunque obiettivo io volessi scegliere di perseguire. Ma questa non è la vita che voleva per me. Riesco a ricordare tutto il periodo in cui iniziai a giocare a football alla scuola superiore. Alla fine di ogni stagione mia madre mi avrebbe detto che avevo giocato abbastanza, che potevo permettermi di lasciare. Mi avrebbe detto che c’erano cose brillanti all’orizzonte, che non avevo bisogno di giocare. Quest’ultimo autunno ho finito la mia decima stagione e, come al solito, durante le vacanze ho avuto la stessa conversazione con mia madre per la decima volta.

Ciò che mia madre e la grande maggioranza fra i miei amici, la mia famiglia egli altri matematici non capisce è che io non gioco per i soldi. Non gioco per una qualche posizione sociale associata con l’essere un atleta d’élite. E no, i media non mi hanno fatto il lavaggio del cervello per farmi credere che questo è ciò che fanno i veri uomini.John Urschel 8

Io gioco perché amo questo sport. Amo colpire la gente. C’è un’emozione che ottieni quando scendi in campo, dai tutto quello che hai nella linea d’attacco e domini fisicamente il giocatore davanti a te. È un sentimento al quale io (in mancanza di una parola migliore) sono assuefatto, e che troverei altrove con enorme difficoltà. I miei compagni di squadra, amici e familiari possono testimoniare questo: che quando passo troppo tempo senza contatto fisico non sono una persona piacevole da avere attorno. È per questo che fra una stagione e l’altra mi alleno nella boxe e nel wrestling in aggiunta al sollevamento pesi, alla corsa e all’allenamento tecnico specifico. Mi sono innamorato dello sport del football e del contatto fisico ad esso associato.

Detto con semplicità, proprio adesso, non giocare a football per me non è possibile. E per questa ragione invidio sinceramente Chris Borland.

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13 pensieri riguardo “Matematici che spaccano (nel vero senso)

  • 26/03/2015 in 22:09
    Permalink

    Per me il sentimento di piacere nello scontro fisico è una cosa intuibile. Per la domanda su Facebook “perché non riesce a sublimarlo in una pratica marziale anche dura ma non dannosa per il fisico” … non lo so. Per esempio, il sumo sarebbe anche abbastanza simile, almeno apparentemente, ma pensare al sumo o pensare al football mi fa sorgere sentimenti diversi.

    Risposta
    • 27/03/2015 in 09:28
      Permalink

      Probabilmente da buon matematico ha letto gli studi di Benjamin (1991) e di Levitt e Duggan (2002) e sa che nel sumo molti incontri sono truccati.

      Risposta
    • 28/03/2015 in 09:50
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      Uh, sai che ti trovo preciso, però forse un po’ spietato…

      Risposta
  • 27/03/2015 in 22:09
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    Io, da matematico, trovo normalissimo che uno possa desiderare di curare il fisico oltre che lo studio della matematica. Anche a me piacerebbe farlo, nonostante non trovi il tempo per farlo (però io praticherei la pallavolo più che il pugilato). Su quale sport fare è chiaro che uno non può imporsi i gusti: il sumo è uno sport completamente diverso dal football. Se lui si sente portato per il football, il sumo probabilmente non gli dà la benché minima soddisfazione.

    Risposta
  • 27/03/2015 in 23:34
    Permalink

    Io mi riferivo alla «dai tutto quello che hai nella linea d’attacco e domini fisicamente il giocatore davanti a te» e ad un commento di Roberto su Facebook dove dice che «c’è tutto un nesso di adrenalina, competizione, contatto fisico sul quale non riesco a mettere esattamente il dito» … e anche io so che qualcosa mi sfugge: il fatto di dominare fisicamente l’avversario c’è anche nel sumo, ma pensando a una carica all’avversario simile ma fatta nei due contesti diversi avevrto sentimenti diversi. Forse il football è più simile alla guerra.

    Risposta
    • 27/03/2015 in 23:42
      Permalink

      In altre parole nel mio primo commento avevo citato solo parte di ciò a cui volevo rispondere 😉

      Risposta
  • 28/03/2015 in 09:52
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    Trovo che a tutti vi sfugga quel termine “assuefatto” (in inglese è addicted, quindi non lascia dubbi) e il fatto dei potenziali danni.

    Risposta
    • 28/03/2015 in 19:30
      Permalink

      Non lo avevo notato. Nel piacere dello scontro fisico posso immedesimarmi, nell’assuefazione no. Puo’ essere che come dice GM non lo intenda seriamente. Pero’ mi pare che se esista un’assuefazione vera (cioe’ che uno non stia bene se non si picchia un po’ tutti i giorni), debba essere una cosa conosciuta: non potrebbe essere lui l’unico caso.

      Risposta
  • Pingback:Modelli matematici | La casa di Roberto

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