Tristano e Isotta, così uguali e così diversi

Per una volta sono riuscito a trovare sulla rete (e liberamente disponibile) una dispensa alla quale posso tranquillamente delegare buona parte delle cose che dovrei dire. Si tratta di materiale preparato dal professor Tagliani dell’Università di Milano per il suo corso di Filologia romanza ed è veramente di ottima qualità ed esaustivo.

Una cosa emerge con chiarezza dalla dispensa, e cioè la complessità delle fonti che riportano la storia, le diverse interpretazioni fra i vari autori, l’intreccio delle influenze reciproche. A questo ho accennato anche nella puntata, cercando di descrivere quanto sia multiforme la materia di Bretagna: se della sola storia di Tristano e Isotta ci sono tante versioni, figuriamoci dell’intero ciclo arturiano.

In trasmissione, nel dare conto di questa complessità, ho un po’ sbagliato a concentrarmi sui bardi: volevo collegarmi con la puntata precedente ma l’enfasi sui bardi mette in secondo piano tutta l’oralità diffusa, popolare, che doveva dire e ridire più volte la storia al di là dell’azione dei narratori professionisti. E d’altra parte da ben prima di Chrétien il ruolo sociale dei bardi doveva essere stato preso da altre figure sociali: i trovatori, i poeti di corte, i chierici e altre figure di intellettuali che hanno traghettato la materia nella nuova società non celtica in cui si è diffusa.

Per il resto quando ho registrato la puntata ero ancora molto impressionato dal continuo ricorrere di situazioni quasi identiche che si ripresentavano in storie che avevo scelto indipendentemente: ho già accennato alla grande somiglianza fra l’assedio della sala in cui è rinchiuso Naoise coi fratelli e Deirdre e quello della sala in cui sono rinchiusi i Burgundi nella saga dei Volsunghi. Anche il triangolo fra Marco, Tristano e Isotta non può che ricordare quello fra Conchobar, Naoise e Deirdre, e la pozione che Tristano e Isotta bevono sembra presa di peso dall’episodio analogo della saga di Sigurd (e come Sigurd anche Tristano, in fondo, muore per la gelosia di una donna rifiutata). Anche ammettendo che i narratori riutilizzino materiali e episodi in qualche modo formulari (nessuno si stupisce che in tutti i western ci sia un duello a mezzogiorno sulla Main Street) la somiglianza è, secondo me, significativa e quanto meno mi consente di sentirmi tranquillo nel proporre queste storie in una linea di continuità (seguendo la stessa linea di ragionamento, su Wikipedia c’è un elenco dei motivi tipicamente celtici presenti nella storia di Tristano e Isotta; tutta la voce mi pare piuttosto ben scritta, anche se su alcune sfumature io la penso diversamente, e merita la lettura).

Il tempo dedicato a parlare in generale del mito arturiano mi ha impedito di approfondire la storia vera e propria di Tristano e Isotta: se dovessi registrare di nuovo la puntata oltre a concentrarmi sui due motivi di fondo che ho segnalato (il contrasto fra vecchio re e giovani guerrieri per il possesso di donne giovani, i matrimoni di interesse) avrei forse approfondito la edulcorazione progressiva che il romanzo cortese fa della storia – l’amore distruttivo ma anche liberante di Tristano e Isotta annegato via via dentro schemi narrativi avventurosi e sempre più fantasiosi[1]. In un certo senso con questa segnalazione avrei chiuso il cerchio: un po’ in tutte le puntate ho cercato di rispondere alla domanda sul perché nelle fiabe non ci siano storie d’amore e se gli antichi… amassero, e come. Amavano, altroché se amavano, evidentemente, e la robusta popolarità di Tristano e Isotta, che tutta la patina cortese non riesce a nascondere, come per esempio nella formula del tutto licenziosa del falso giuramento di Isotta riporta direttamente alle fiabe e ne costituisce un contraltare interessante.

L’altro tema che avrei voluto toccare, ma per il quale non ho avuto il tempo, era quello del patetico: i medievali, evidentemente, non avevano problema ad appassionarsi a storie che finivano male, il che non è un contrasto da poco rispetto al lieto fine obbligatorio della letteratura sentimentale attuale. Volevo farlo notare in trasmissione ma mi è mancato il tempo, così mi sono ripromesso di riparlarne nella puntata sulla Gerusalemme liberata. Ci sarò riuscito? Ai posteri l’ardua sentenza.

[1] Colgo l’occasione per annotare una cosa che mi ha colpito e che non ho visto segnalata da nessuna altra parte. In più occasioni Tristano di finge pazzo (in realtà anche lebbroso) per riuscire a vedere di nascosto Isotta. La cosa è utilizzata per segnalare le differenze fra Tristano e Lancillotto: entrambi si sottopongono a prove umilianti per la donna amata – Tristano in vesti miserabili e Lancillotto salendo sulla carretta, indegna di un cavaliere – ma il profilo morale e il tipo di amore che entrambi provano è molto diverso: quello di Lancillotto cortese, quello di Tristano irrimediabilmente antisociale. Quello che però a me ha colpito è invece il parallelo con Amleto, il quale anch’esso si presenta da Ofelia in vesti da pazzo (Atto II,1). Naturalmente Shakespeare presenta l’episodio legandolo ai sotterfugi di Amleto, ma in realtà l’episodio sembra anche un lascito non ben chiaro delle fonti che ha utilizzato per la sua tragedia e mi sono chiesto se risalendo queste fonti non si arrivi, in un modo o nell’altro, a Tristano.

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