La recensione che sarebbe stato più prudente non fare

Adam WildAvevo detto che aspettavo con molta curiosità Adam Wild, il nuovo fumetto Bonelli sceneggiato da Gianfranco Manfredi. L’ho comprato e letto il giorno stesso che è uscito, ma poi un po’ di vicende varie mi hanno impedito di farne qui una recensione a tamburo battente.

Nel frattempo ho avuto occasione di vedere le recensioni “vere”, fatte dai siti professionali, perché seguo Manfredi su Facebook e lui man mano le segnalava sulla sua bacheca. A un certo punto ho fatto notare che queste recensioni non mi sembravano esattamente imperdibili:

Fermo restando che a me Adam Wild è piaciuto molto, posso fare un’osservazione su questa rece che in parte vale anche per l’altra appena segnalata? Ecco: non sembrano recensioni: un poco si dubita perfino che l’abbiano letto, il fumetto. Non so se avete fatto girare una nota stampa, però questo sembrano: trascrizioni appena personalizzate di un comunicato. Secondo me una recensione dovrebbe avere qualcosa di più, almeno di più personale. Poi capisco la necessità di ringraziare per la visibilità e l’attenzione, però da lettore a volte resto sconcertato: leggo un Bonelli, avrei voglia di sapere cosa ne pensa chi segue professionalmente o semiprofessionalmente la casa editrice e vado a cercare recensioni di quel numero o quell’altro di una serie. Trovo mille riassunti, ma nessuna rece.

Per chiarezza, la recensione in questione è questa, degli Audaci, ma probabilmente io reagivo a quest’altra che avevo appena letto nonché ad altre tutte molto simili: più riassunti che recensioni, appunto. Non dico che tutto dovrebbe essere del livello dell’ottima recensione di Orfani su Fumettologica, ma un qualche punto intermedio fra questi due estremi quello si, me lo augurerei. E la cosa è secondo me resa peggiore dalla precisazione che Manfredi, gentilmente rispondendomi a stretto giro di… bacheca, ha fatto: non ci sono state da parte della casa editrice veline o note stampa che si potessero copiare, quindi il tema è quello che i vari siti in un modo o nell’altro si condividono reciprocamente le informazioni, finendo un po’ per triturare a ripetizione solo la crosta del fumetto e mai la polpa.

Contro cover Adam WildIl problema, però, è che arrivato a quel punto uno dovrebbe starsene zitto, per il futuro. Perché ovviamente se scrive boiate è fin troppo facile dirgli che allora erano meglio i riassuntini, e il livello di competenza di Fumettologica io non ce l’ho, quindi a quell’obiettivo non posso ambire.

Quindi.

Il blog lo faccio principalmente per me, come si sa, e non voglio rinunciare a conservare traccia di quel che penso man mano che leggo delle cose. Ecco perciò la mia, di recensione: come si diceva sul vecchio it.arti.cinema, «mi espongo alla berlina».

Gli schiavi di Zanzibar (Adam Wild 1, ottobre 2014, Manfredi/Nespolino)

Che bei disegni! Non me n’ero accorto…

Adam Wild coverChe l’albo mi fosse piaciuto l’ho già detto. Visto che dal giorno dell’uscita era già passato un po’ di tempo mi sono concesso una rilettura approfondita che mi ha fatto apprezzare di più soprattutto la parte grafica, nel senso che alla prima lettura ero più interessato a scoprire il personaggio e seguire le peripezie della trama, quindi ho posto attenzione al disegno solo in quanto collaborava a descrivere gli avvenimenti (e oltretutto un paio di vignette, a pagina 9 e poi a pagina 10, mi erano sembrate, ehm, brutte).

Rileggendo, invece, ho apprezzato molto di più il lavoro di Nespolino: c’è prima di tutto un lavoro di dettaglio (e di straordinaria e coinvolgente documentazione storica), per esempio nella cura dei volti e nella caratterizzazione dei vari personaggi, protagonisti e comprimari, davvero notevole, e senz’altro una buona resa delle scene d’azione.

Tavola due righeE poi mi sono reso conto con sorpresa che non avevo affatto notato tutto il lavoro di composizione della tavola, che spezza continuamente la famosa gabbia bonelliana. Non che questo sia un merito in sé – dopotutto io sono un fan di Tex, che è normalmente “ingabbiato” – ma il risultato è davvero bello, non c’è altra parola. Le tavole sono ariose, per esempio si aprono a spazi immensi negli scorci del porto di Zanzibar (Adam Wild è programmaticamente avventuroso, e l’avventura vuole i grandi spazi), ma non solo: ho sempre avuto, leggendo, la sensazione di avere in mano un albo di formato più grande, con tavole ovviamente più ampie. Invece ovviamente non è così: dapprima ho pensato che fosse perché molte tavole sono disegnate su due righe invece che sulle classiche tre – e quindi c’è più spazio – ma in realtà non può dipendere da questo, considerato che a pagina 72 le righe sono quattro e le vignette sembrano grandissime lo stesso. Non ne capisco abbastanza di disegno da arrivare a spiegarmi il perché e il percome di tutto questo – essermene accorto mi è comunque piaciuto un sacco – ma l’effetto alla rilettura è stato notevole.

Ariosità, campi lunghi e cura dei dettagli mi hanno fatto chiedere se le tavole non respirerebbero ancora di più col colore: in realtà mi sono risposto di no, ma se mi chiedete di spiegare perché non ve lo saprei troppo dire: chissà.

Pilot, party e… claustrofobia?

Dal punto di vista della trama, credo che sia uno dei “numeri uno” di una collana più… numeri uno che abbia mai letto, tanto che a un certo punto mi sono venuti in mente i pilot delle serie televisive. Riflettevo che così come tutte le avventure fantasy che si rispettino iniziano in una taverna – o comunque prima di partire per una quest – qui la prima puntata si svolge a Zanzibar, che presumibilmente non sarà il luogo in cui si svolgerà buona parte della trama, visto che apparentemente le vicende prevedono un viaggio in giro per l’Africa Nera. Zanzibar è, invece, il luogo di assemblaggio del party, esattamente come la famosa taverna. Come ho letto da qualche parte – vedi che le famose recensioni in realtà servono – è un esempio dell’abilità di Manfredi il fatto che la compagnia venga radunata in maniera estremamente naturale, all’interno di una vicenda in sé coinvolgente e avventurosa in cui man mano i vari personaggi emergono alla ribalta e in cui, oltretutto, vengono annunciati alcuni dei temi portanti della serie: non solo quello della lotta allo schiavismo – citatissimo in ogni anticipazione – ma credo anche quello del passato di Adam e delle sue motivazioni e quello della memoria di Livingstone e del contenuto reale delle sue vicende, obiettivo della spedizione da intraprendere, per non parlare di possibili sottotrame come quella della futura vendetta del protetto di Adam, Makibu. Tutto sommato, non male per un “semplice” primo numero.

Conte MolfettaIl tema del gruppo, peraltro, mi sembra molto interessante e una cosa abbastanza inedita, soprattutto perché è un gruppo molto numeroso: almeno Adam, il conte Molfetta, finanziatore della spedizione, il citato Makibu, Sam, il marinaio redento, Amina, la principessa liberata dagli schiavisti, forse anche Londo, il bantu che dichiara di saper sparare. Più tutto il gruppo dei portatori bantu che, conoscendo Manfredi, dovrebbero emergere come personaggi “veri” e non semplice carne da cannone tipo le magliette rosse di Star Trek.

È insomma un sacco di gente e gestire una narrazione in cui a tutti venga dato il giusto spazio non è per niente semplice, anche solo per problemi di spazio narrativo. Avere folle di protagonisti è di moda da Game of thrones in poi, anche per la possibilità di variare i punti di vista narrativi, ma quel che si fa in un romanzo di ottocento pagine non è proprio lo stesso di quel che si può fare in un fumetto da novantaquattro tavole, dove il rischio è quello di avere alcuni dei protagonisti dei quali non si ha tempo di parlare e che quindi svaniscono irrealisticamente sullo sfondo (come i famosi giocatori “in sonno” di The gamers).

Naturalmente si può obiettare che come i romanzi di Martin sono stati serializzati a puntate per la TV così forse Manfredi ha in mente un unico “romanzo” unitario – su questo tornerei fra poco – del quale ogni numero del fumetto sarà un semplice capitolo. Il problema è che in Game of thrones – continuo a usarlo come esempio, ma ci sono millanta casi simili – i protagonisti non sono normalmente insieme ma sparsi per mezzo mondo e impegnati ciascuno a farsi gli affari propri (talvolta, evidentemente, anche i fatti degli altri, ma ci capiamo). Anche in Tex c’è un gruppo più o meno numeroso quanto quello di Adam, ma quando la presenza di tutti e quattro diventa ingombrante Tiger deve supervisionare la distribuzione di cibo nella riserva, Carson ha affari a Washington e Kit va a caccia con alcune magliette ross… ehm, giovani guerrieri del villaggio. In Adam Wild Manfredi ha scelto di fissare un contesto per certi aspetti claustrofobico – la carovana – in cui i personaggi sono tutti assieme e obbligati a rimanerlo, posto che nella savana non è che uno se ne va via per conto suo con particolare facilità. E quindi insomma emerge una sfida per il narratore ma anche una grossa – secondo me – potenzialità: poi forse fra due puntate Adam pianta baracca e burattini e ti saluto spirito del dottor Livingstone, ma l’investimento narrativo sugli altri comprimari mi sembra troppo grosso perché possano semplicemente sparire da un momento all’altro e la narrazione sembra promettere una forte impostazione unitaria. Come un romanzo, appunto.

Come un romanzo

La serie di lunga durata precedente di Manfredi, Magico Vento, dal punto di vista della serialità era abbastanza standard, perlomeno per i riferimenti Bonelli post-Nathan Never: una forte continuity, alcune sottotrame di lunga durata, un certo numero di antagonisti e comprimari ricorrenti, ma anche un buon numero di episodi slegati dalla serialità principale e parecchie divagazioni che non si aveva la sensazione che dovessero evolversi per forza: potevano tornare più avanti ma se restavano là, bon, non era morto nessuno (cioè: probabilmente si, ma non fra i lettori).

Questo andamento ondivago ha permesso al personaggio principale di crescere e di evolvere, diventando nel corso della serie molto diverso da come ci era stato presentato all’inizio.

Poi Manfredi ha fatto due miniserie fortemente caratterizzate come dei romanzi popolari a puntate, con una struttura unica e quindi una continuity molto più rigorosa e una narrazione più compatta. Adam Wild è una serie di lunga durata che però sembra muoversi ancora lungo le linee narrative fortemente unitarie delle ultime miniserie. Non lo annoto per esprimere un giudizio – Magico Vento, con le sue divagazioni, mi piaceva assai, ma questo secondo stile di narrazione può dare al lettore delle grandi soddisfazioni – quanto perché mi suggerisce una riflessione sui tempi narrativi.

Se mi ricordassi qual è.

adam_wild_00Voglio dire: ricordo benissimo che alla prima lettura c’è stato un momento in cui ho pensato che era evidente, evidente, che la struttura dell’albo che contiene un’unica storia autoconclusiva, un sistema ormai usuale in Bonelli dopo essersi affermato con Dylan Dog e Nathan Never, andrebbe ripensato perché troppo asfittico rispetto a certe ambizioni narrative. Mi pare evidente che stia stretto a Enoch e Medda, che in molte occasioni abbia tarpato le ali a Dampyr e impedito il decollo di Saguaro, e dopotutto i fumetti di maggior successo della casa editrice, Tex e Zagor, raccontano le loro avventure in modo diverso. Le giustificazioni per la storia racchiusa esattamente in novantaquattro pagine sono commerciali – i lettori occasionali sono respinti dal fatto che quando comprano un albo una volta ogni tanto la storia non abbia né capo né coda – ma narrativamente secondo me regge sempre meno. E c’era una pagina di questo numero di Adam Wild in cui ho visto, lo giuro! che c’era la prova che una vicenda come quella che si prepara non si può raccontare spezzettandola albo dopo albo.

Peccato che alla seconda rilettura questa famosa pagina non l’abbia più ritrovata. Sparita. Kaputt.

Oltretutto la mia è una posizione che razionalmente non si può difendere: i libri si sono sempre divisi in capitoli e i romanzi si sono sempre pubblicati a puntate, quindi un fumetto articolato in uscite mensili autoconclusive non dovrebbe affatto essere un problema. Eppure, e non ho le prove, lo ammetto, secondo me è una articolazione che ha fatto il suo tempo.

La cosa è resa un po’ più complessa dal fatto che, a quanto si sente dire la serie sarà articolata in stagioni, cioè in cicli narrativi di un anno in maniera analoga a un serial televisivo, secondo una impostazione iniziata con Orfani  e che sta diventando usuale nella casa editrice per le nuove serie. Da un punto di vista organizzativo e di politica editoriale la cosa è comprensibile: in un mercato via via più difficile permette di sapere quante storie mettere in cantiere e di programmare a medio raggio senza imbarcarsi in imprese sciagurate. Però il concetto di “stagione” è mutuato dalla TV, dove per forza c’è il periodo estivo che prevede un calo degli ascolti, mentre nei fumetti questa dimensione non c’è e la scelta di avere stagioni annuali è del tutto artificiale: oltretutto è un tipo di suddivisione che può avere un senso in Orfani, – per motivi narrativi interni e perché affine alla cifra stilistica di Recchioni – ma Manfredi mi è sempre sembrato legato a una tradizione narrativa diversa.

Naturalmente dodici puntate sono un arco narrativo abbastanza ampio, quindi un bravo scrittore non dovrebbe avere problemi a organizzarsi e a fissare i tempi della storia in maniera soddisfacente, però mi sembra comunque una suddivisione artificiale e tale da imporre un ulteriore vincolo inutile sull’autore. Mi chiedo invece se questo, in qualche modo, non finirà per caratterizzare maggiormente gli antagonisti: quello della prima stagione, quello della seconda, e così via.

Per finire: che tipo è Adam Wild?

Errol FlynnFisicamente, assomiglia a Errol Flynn. Temo che qui Nespolino (che ha curato il character design della serie) e Manfredi abbiamo giocato un tiro mancino a critici e lettori. Perché, a parte l’omaggio ai divi della stagione del grande cinema avventuroso, fra il tipo di eroi alla Errol Flynn e Adam c’è in comune apparentemente molto poco: direi una sorta di vitalismo, di figura più grande della realtà, ma poi nient’altro. Errol Flynn o Douglas Fairbanks junior erano più forti, più abili, più belli e più fortunati dei cattivi, e anche Adam lo è. Ma quelli mettevano questa loro superiorità a servizio di una specie di moralità santificata (onore, difesa delle dame, lealtà agli amici e al Re, eccetera), temperandola magari con quel tanto di ironia sufficiente per segnare la Z sul sedere del sergente Garcia: chi è capace di scherzare così, per quanto moralmente ineccepibile, è sicuramente un bel compagnone e non uno che si prenda troppo sul serio, o così ragionerà il pubblico.

Questa dimensione morale in Adam Wild – che è un fumetto di più di mezzo secolo dopo – è piuttosto cambiata: Adam racchiude in sé il ruolo di accusa, giudice e boia, il che è già piuttosto sinistro.

Ah, scusate, vi avviso: sto per fare uno spoiler.

Oltretutto il giudizio sembra piuttosto sbrigativo e la sentenza monotona: a pagina 16 Adam spara alle spalle a un avversario che fugge. Mettiamo anche che sia un atto compiuto nel caldo di uno scontro a fuoco e consideriamo il fatto che la vittima fosse ancora armata. Ma a pagina 89 Adam ammazza a mani nude un uomo indifeso: a mani nude, forse Manfredi ha voluto attenuare l’episodio, ma è indubbio che si tratta di un anziano che fisicamente non è una sfida per un marcantonio come Adam; è il capo degli schiavisti di Zanzibar, ma Adam si assume l’onere di un atto che sembra una vendetta, non giustizia. E oltretutto non è che lasci una W disegnata sul muro per segnalare la sua identità: non ha nessun problema a far ricadere la colpa su un altro avversario, colpevole forse di tante cose ma non di questo fatto specifico.

Insomma, il vitalismo sfrenato degli eroi alla Errol Flynn li rendeva una specie di evento naturale incontrollabile, ma simpatico; Adam ha una vena sgradevole certamente in controtendenza rispetto al classico eroe bonelliano, e il suo vitalismo amorale – perché la morale non è quella che uno si fa da solo – sembra affine alla pazzia. Del resto il tema torna più volte nei dialoghi fra Molfetta e Adam: dice il secondo quando ha appena saputo il progetto della spedizione: «Voi siete pazzo!» ma, sembra dirci Manfredi, il conte ha trovato qualcuno più pazzo di lui.

Il che pone alcuni problemi di gestione del personaggio, ovviamente: in questo senso Adam Wild non mi sembra tanto affine a Magico Vento o a Ugo Pastore. Quelli erano tutti e due dei personaggi tormentati, per motivi interiori o esteriori, alla ricerca della pace e di un equilibrio impossibile dentro il loro stile di vita. Adam Wild ha uno stile di vita in cui i suoi tormenti (dei quali non sappiamo nulla, ma ci sono alcuni indizi) trovano uno sfogo equilibratissimo, almeno per lui: agli avversari va un po’ peggio, peraltro. A me ha ricordato Mr. No: anche lì c’era un vitalismo abbastanza sfrenato e il protagonista faceva cose che per un fumetto degli anni ’70 stridevano rispetto alle aspettative del pubblico: si ubriacava, andava a donne e si accompagnava a marginali e spostati. Adam sposta un po’ più in là (molto più in là) l’asticella: può darsi che sia io un vecchio barbogio e che questo corrisponda a canoni più moderni, ma a me sembra che qualche problema di caratterizzazione  del personaggio rimanga e spero che Manfredi non li risolva con incubi e visioni notturne, che potevano essere adeguate agli esangui Ned Ellis ed Ugo Pastore ma che sembrerebbero meno appropriati per questo colosso scozzese (e oltretutto i sogni in Shangai Devil erano alla fine abbastanza eccessivi).

 Un cattivo amico

Adam Wild conte MolfettaA proposito dei precedenti personaggi di Manfredi e del conte Molfetta, a pagina 75 e 76 c’è un dialogo fra lui e Adam che finisce con il conte che dice: «Fai come ti pare, tanto lo faresti lo stesso». Un po’ mi ha fatto pena, ma un po’ mi è sembrato anche che le stesse parole le avrebbero potute dire Poe o Risto. In Ned Ellis/Poe e Ugo/Risto un personaggio interessante veniva frequentemente soverchiato dalla protervia testardaggine del protagonista principale: e se Ned aveva motivazioni di fedeltà alla causa indiana che non sempre Poe capiva fino in fondo, Ugo era un po’ uno svitato e basta. Non so fra questi due poli dove si collocherà il rapporto fra Adam e il conte (mi rifiuto di chiamarlo Narciso) però certo mi piacerebbe vedere un gioco delle relazioni un po’ diverso dai precedenti, tanto più che qui, come detto, c’è tutto un altro gruppo di comprimari. Oddio, dalle premesse poste da Manfredi l’esito più coerente sarebbe che il conte ci lasciasse le penne: ecco, diciamo che mi auguro un esito non così diverso.

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