La ghianda e le radici

Sto finendo di leggere Il mito delle origini, (Editori Laterza, 2019, € 9,00, 107 pagine divise in una ventina di sapidi capitoletti) di Massimo Montanari, una delle massime autorità in Italia sulla storia dell’alimentazione, uno storico che a me e Maria Bonaria piace molto e di cui ho già parlato più volte.

Il mito delle origini ha come sottotitolo: Breve storia degli spaghetti al pomodoro e sembrerebbe per molti aspetti una lettura amena e deliziosamente erudita. In realtà vuole scrivere Montanari un saggio storico vero, che quindi indaghi condizioni produttivi, relazioni commerciali, assetti geografici, dimensioni di potere e tutti quegli altri elementi che verrebbero indagati in qualunque altro saggio di storia materiale.

Ma in realtà il tema del libro va ancora oltre: Montanari fin dalle prime pagine dichiara di voler utilizzare la storia degli spaghetti al pomodoro come un grimaldello che usa il racconto della nascita e dell’evoluzione di quello che è considerato il piatto caratterizzante della cucina italiana per fare un piccolo saggio di metodo storico e anche per entrare, con tutti e due i piedi in uno dei temi correnti di maggiore importanza, quello dell’identità, con parole che sembrano riferite non alla pastasciutta ma, per esempio, a tanti indipendentismi e nazionalismi, visioni religiose o di genere.

Vale la pena di riportare alcuni passaggi iniziali:

Idolo delle origini lo chiamava Marc Bloch, il più grande storico europeo del Novecento. Ricercare nel passato ciò che prepara il presente, diceva Bloch, è un’ossessione tipica di chi si occupa di storia. Essa domina anche l’immaginario collettivo. Niente di male, in apparenza. Tutto sta a intendersi sul significato di “origini”. Semplicemente “inizi”? In questo caso, il concetto sarà abbastanza chiaro. O si vorranno intendere le “cause”? In questo caso, saremmo di fronte a un determinismo storico tanto ingenuo quanto insostenibile, e contraddetto dall’esperienza: dato un punto di partenza x, non esiste un solo punto d’arrivo y ma una molteplicità di direzioni possibili, definite dalle circostanze, dall’interazione di forze diverse, dal caso, dall’imprevisto.

Il problema è che tra i due significati avviene spesso un salto logico: «nel vocabolario corrente le “origini” sono un cominciamento che spiega. Peggio ancora: che è sufficiente a spiegare». Qui sta l’ambiguità, qui il pericolo: confondere una filiazione con una spiegazione. Perché una ghianda non è una quercia.

La metafora di Bloch è fulminante. «La quercia nasce dalla ghianda. Ma diventa quercia e tale rimane, solo se incontra condizioni d’ambiente favorevoli, che non dipendono più dall’embriologia». Ed è questo che veramente interessa lo storico: l’analisi delle condizioni ambientali, del tessuto economico, sociale, culturale che consente alla ghianda di diventare quercia. Le origini, a quel punto, importano davvero?

Le origini in realtà non spiegano nulla, perché un seme è necessario a dar vita a una pianta, ma non sufficiente a generare una radice e, su questa, una pianta. Ecco che cosa sono le “origini”: non una “causa” ma semplicemente un seme che può diventare una pianta, a condizione di incontrare un ambiente favorevole. È la parola chiave: incontrare. Più numerosi e interessanti saranno stati gli incontri, più ricchi saranno i risultati, più forte e robusta la pianta. In questo modo essa avrà costruito la propria identità, che, come ogni prodotto della storia, è viva e mutevole. Viva in quanto mutevole – «il moto è causa d’ogni vita» è il celebre aforisma di Leonardo. Quanto alle radici che questa identità hanno reso possibile, lanciarsi alla loro ricerca è un’esperienza che può rivelarsi più avventurosa del previsto, portandoci a visitare luoghi, società, culture che non sono necessariamente la nostra.

Radici e identità sono parole pericolose, da maneggiare con cura. Frequentemente le si vedono fraintese e confuse, mentre è importante distinguerle. Le radici abitano il passato: sulla linea del tempo – se vogliamo raccontare la nascita, la crescita, lo sviluppo di qualsiasi realtà – stanno all’inizio, e nello spazio si allargano per trarre alimento da ogni fonte raggiungibile (la metafora botanica, affinché sia utile, va usata fino in fondo). All’altro capo della linea del tempo stanno le identità, che invece abitano il presente – un presente mobile, sempre teso a proiettarsi nel futuro diventando esso stesso passato. In qualsiasi punto della linea cronologica, le identità sono un punto d’arrivo: spazi mentali e materiali ben delimitati le caratterizzano, ma sempre instabili e mutevoli, come è proprio di tutto ciò che vive.

Perdere di vista questa vitalità significa precludersi uno sguardo veramente storico attorno al tema delle identità e delle radici da cui esse provengono, ossia le loro “origini”. Significa pensarle immutabili rispetto al futuro, preoccupandosi non di tenerle in vita – con gli opportuni adattamenti – ma di congelarle, codificarle, musealizzarle. Significa pensarle immutate rispetto al passato – un passato che a questo punto diventa puro mito e colossale mistificazione. È l’idolo delle origini che rispunta, contro ogni evidenza, contro ogni logica. E si giustificano le scelte radicali di quanti non si limitano a raccomandare cautela nell’uso di questi concetti e di questi termini, ma li contrastano fino ad auspicarne l’eliminazione dal vocabolario e dall’immaginario collettivo. Contro le radici ha scritto Maurizio Bettini, Contro l’identità ha scritto Francesco Remotti, – giusto per citare due casi esemplari. Contro le origini si sarebbe potuto chiamare questo piccolo saggio.

Il mito delle origini, capitolo 1, Parole, maneggiare con cura

e il paragrafo conclusivo:

Questa piccola grande storia ci ha mostrato, nella concretezza di un piatto di spaghetti – che l’identità non corrisponde alle radici. L’identità è ciò che siamo. Le radici non sono “ciò che eravamo” bensì gli incontri, gli scambi, gli incroci che hanno trasformato ciò che eravamo in ciò che siamo. >E più andiamo a fondo nella ricerca delle origini, più le radici si allargano e si allontanano da noi – proprio come accade sotto le piante. Usando la metafora fino in fondo, scopriremo che le radici, spesso, sono gli altri. Cercare le origini di ciò che siamo sarà dunque un modo per incontrare gli altri. Gli altri che vivono in noi.

lI mito delle origini, capitolo 23, L’albero degli spaghetti
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