L’ombra della paura a “Oggi parliamo di libri”

L’ombra del vento (Carlos Ruiz Zafón, Mondadori 2006)

Ho messo in linea sul mio solito canale Youtube da alcuni giorni la puntata dedicata a L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón.

Due cose da dire a cui tenevo

Come avrete sentito ci sono nella parte iniziale della puntata un paio di cose che non riguardano specificamente il libro ma che mi ero appuntato per dirle alla prima occasione durante questo ciclo di trasmissioni: la prima è una bordata – del tutto gratuita naturalmente, se no che bordata sarebbe? – nei confronti di Ildefonso Falcones, uno scrittore che davvero non apprezzo. E la seconda invece era la battuta sulla creazione di “scuole nazionali” – o di mode, o di etichette – nella letteratura di genere: i gialli nordici, il giallo mediterraneo, le avventure spagnoleggianti e così via. In trasmissione me la sono cavata con una battuta, ma in realtà è un tema interessante – o forse più esattamente una chiave di lettura – sul quale vorrei tornare in qualche altra puntata, perché credo che sia un meccanismo attraverso il quale si determinano o si possono capire tanti fenomeni dell’industria culturale e anche in rapporto al quale chi volesse iniziare a fare letteratura di genere dovrebbe scegliere in quale campo stare: per esempio a seconda di come si giudica il fenomeno si decide anche come porsi rispetto a chi vuol fare “la via italiana al fantasy” e cose del genere. Non è questa la sede per sviluppare del tutto il discorso, forse in questo momento non sono nemmeno in grado di discuterne in modo interessante, ma mi è sembrato ugualmente importante parlarne in trasmissione e segnalarlo anche qui.

Le puntate che riescono meglio e quelle difficili da preparare

Se avete ascoltato la puntata penso concorderete con me che era abbastanza equilibrata e sufficientemente coerente: non ho avuto, per esempio, il classico problema di aver finito il tempo a disposizione ancora nel bel mezzo del discorso. Lo dico non per farmi i complimenti da solo ma perché trovo buffo che siano alla fine le puntate che riguardano libri a cui non sono particolarmente affezionato – la mia frequentazione di Zafón è piuttosto limitata – quelle che, almeno dal punto di vista tecnico, riescono meglio: è quando parlo dei libri a cui sono più affezionato che di solito vado nel pallone. Anche in questo caso non so bene che cosa questo significhi ma mi sembrava opportuno notarlo.

In realtà la puntata non era difficile da fare, era difficile da preparare, perché mi sono reso conto ben presto che la maggior parte delle linee di discorso erano state già esplorate in altre puntate e, in generale, nell’ampio discorso sull’avventura sviluppato nel corso della passata stagione: e quindi mi è sembrato dapprima difficile trovare qualcosa di nuovo da dire e in generale mi sono sentito piuttosto respinto dal libro.

Poi mi sono reso conto che in realtà era proprio questa una possibile linea di sviluppo della puntata: raccontare gli elementi essenziali del libro facendo notare come non sia esattamente nuovo il materiale narrativo, non sia particolarmente nuovo neanche il trattamento che ne fa Zafón, ma segnalando che il libro funziona ed è molto gradevole lo stesso. In parte immagino che un critico professionista possa darne la spiegazione agganciandosi a motivazioni tecniche, lo stile di scrittura, l’armonizzazione dei vari elementi, la costruzione dell’intreccio, l’inserimento di quel giusto tanto di brivido (o in altri casi di torbido o di ironia); in realtà però il lettore e l’appassionato non hanno bisogno di questo tipo di analisi: gli basta sapere che nella letteratura di genere è sempre possibile, se l’autore è bravo, ricombinare elementi ben noti per offrire, come dicevo, un prodotto gradevole.

Ho detto: se l’autore è bravo. Ultimamente mi sto convincendo che non è bravo il termine da usare (certo, se uno è uno scribacchino non ne verrà fuori niente di buono) quanto un’altra espressione che, in mancanza di parole migliori, condenserò nell’espressione onesto. È un pensiero per il momento ancora non molto elaborato, quindi lo butto qui così e magari quando avrò le idee più chiare ci tornerò su.

La paura e l’inquietudine

La nota finale della puntata faceva riferimento a una dimensione della letteratura avventurosa che non ho mai approfondito troppo, cioè quella delle storie inquietanti, ricche di brivido o di dimensioni che in qualche modo facciano riferimento a dimensioni più oscure dell’animo umano. Non è il tipo di letteratura avventurosa che prediliga, ma è un sottogenere ben consolidato e che meritava certo di essere presentato. In una puntata che all’inizio non sapevo bene come organizzare avrei potuto scegliere di dedicarmi a questo tema: se non l’ho fatto è perché non sono riuscito a decidermi se L’ombra del vento fosse veramente il libro adatto, cioè se quegli aspetti torbidi che io vi trovavo erano davvero presenti o se dipendeva dalla mia sensibilità: nel dubbio, ho scelto una soluzione di compromesso. Che pavido!

 

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