La legge è legge, con qualche eccezione

Durante lo scorso fine settimana che abbiamo passato a Stintino, è capitato che l’Inossidabile si sia incontrata con le cugine – il vedersi era, anzi, uno degli obiettivi principali della gita.

Una delle caratteristiche della famiglia che noto maggiormente in queste occasioni è quella di possedere un inesauribile bagaglio di frasi fatte, pronunciate da qualche membro della famiglia durante l’ultimo secolo o giù di lì e passate a costituire parte integrante del lessico familiare, come la prozia che al sapere che la nipote non si metteva mai la maglia della salute esclamò: «Cielo! Azzardo simile!», e Azzardo simile! ogni tanto dice bonariamente l’Inossidabile per dire che, insomma, non si sta proprio correndo un gran rischio (anche a me la frase piace molto; invece Maria Bonaria, chissà perché, non apprezza moltissimo un’altra espressione frequente, l’uso della locuzione carne aggiunta riferita ai parenti acquisiti alla famiglia per matrimonio e, in particolare, a nuore e generi, cognati e cognate. Chissà perché).

Insomma, durante il viaggio di ritorno mi sono fatto raccontare di nuovo una storiella del genere, che ruota intorno alla frase: «Eccellenza, mi scappello!» e che avevo sentito un altro paio di volte ma di cui non ricordavo del tutto le circostanze. La storiella secondo me merita, soprattutto perché dice qualcosa sulla Sardegna, e perciò ve la racconto.

Il contesto è questo: negli anni ’50 i vari rami dei Berlinguer, fra i quali la famiglia di mia madre, avevano ripreso l’abitudine delle vacanze a Stintino che era iniziata già molti anni prima. Erano vacanze molto belle e molto spartane, condivise con alcune altre famiglie sassaresi con le quali c’era ormai una lunga consuetudine, come gli Azzena, i Segni, i Saba o gli Addis.

Durante le vacanze una delle attività principali, ovviamente, consisteva nell’andare in barca (i gozzi stintinesi a vela latina). Talvolta in queste uscite in barca si andava all’Asinara.

Sull’isola a quell’epoca non c’era ancora il supercarcere, ovviamente, ma c’era comunque la colonia penale e quindi formalmente non si poteva sbarcare; di solito però le guardie, purché non ci si inoltrasse all’interno ma si rimanesse sulla spiaggia o nella caletta del caso, chiudevano un occhio. Capitava anche che qualche guardia si avvicinasse per sincerarsi che tutto fosse in ordine e per fare due chiacchiere e anche qualche detenuto, che magari scroccava un po’ di cibo o una sigaretta (l’Inossidabile prova ancora un forte senso di colpa al ricordo di avere dato a uno di questi un ago, «che magari poi chissà cosa ci poteva fare»). Erano situazioni gestite con molta semplicità, con quel tanto di prudenza necessaria (dice l’Inossidabile, «noi ragazze ci cambiavamo sempre in barca, in quei casi»); ovviamente non si lasciavano mai le barche incustodite, per ovvi motivi, ma insomma, non c’erano mai problemi: io stesso mi ricordo benissimo, ancora negli anni ’70 prima che l’istituzione del supercarcere rendesse impossibile avvicinarsi entro i 500 metri dell’Isola, un tizio a cavallo che comparve sulla spiaggia mentre prendevamo il sole con zii e cugini e che immagino fosse una guardia (anche se io me lo ricordo in borghese).

In una di queste situazioni, forse in occasione del periplo dell’Asinara che tradizionalmente si faceva tutte le estati, dormendo in barca, avvenne che alcuni gozzi attraccarono in una delle spiagge dell’isola. La guardia che arrivò, però, contrariamente al solito fu irremovibile: andare via, subito!

Ci furono un po’ di trattative e di insistenze, ma non c’era niente da fare. Fu a questo punto che Antonio Segni (quell‘Antonio Segni), che fino a quel momento si era tenuto in disparte per riserbo, vista la mala parata si risolse a intervenire: doveva essere già stato Presidente del Consiglio e, insomma, disse alla guardia qualcosa sul genere: «Senta, lei capisce che se ci sono io non può essere che vogliamo fare qualcosa di male… si fidi». Al che la guardia rispose con le parole che mia madre cita spesso: «Eccellenza, mi scappello… ma la Legge è Legge!».

A questo punto i presenti tacquero, definitivamente sconfitti: fra chi aveva fatto la Resistenza e chi aveva incarichi istituzionali c’erano troppi, là presenti, che non potevano certo controbattere a quel modo di porre le cose. Mentre però si apprestavano ad andare via, durante le ultime battute con la guardia, gli: «Scusate, ma…», e i: «Capisco benissimo, però, insomma…», capitò che Andrea Saba chiedesse alla guardia, secondo la classica abitudine nostrana, chi fosse, come si chiamasse di cognome, di che paese e di che gente fosse e le solite cose del genere, e scoprì che era dello stesso paese di una signora che era stata a servizio nelle sua famiglia.

Oh, dove non poté l’autorità poté questa relazione: e in nome dell’amicizia con la signora la compagnia ottenne il permesso di fermarsi in spiaggia!

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