Povertà intellettuale di certa scienza grama

Giovedì sono stato con Maria Bonaria all’incontro col premio Nobel per l’economia Rober Aumann, abbandonando il resto del gruppo La Pira che inopinatamente ha preferito andarsene a vedere il rally.

C’avevano ragione loro, c’avevano.

Di fronte a una platea curiosamente priva di docenti di economia dell’Università di Cagliari – o così mi è sembrato, ma io mi ero seduto in alto e di lato e posso essermi sbagliato – Aumann è stato intervistato da Vittorio Pelligra e dal filosofo della scienza (e giornalista) Armando Massarenti. Entrambi sono professionalmente attenti alle applicazioni della teoria dei giochi nel campo della teoria dei comportamenti sociali, quindi è in quella direzione che si è diretta soprattutto l’intervista.

Robert Aumann Contrariamente a quanto accade talvolta a Leggendo metropolitano i due intervistatori capivano a fondo l’argomento in discussione – come vedremo, forse perfino più dell’intervistato – e questo ha reso l’evento certamente più “solido” di altre proposte del festival. Forse appena un pochino troppo colto: non so per esempio quanto sia interessante per un pubblico generico la discussione se Oskar Morgenstern sia stato semplicemente il “secondo” di Von Neumann nella costruzione della teoria dei giochi, e quindi un mero complemento del genio dell’altro più noto economista, o invece la vera anima della scuola matematica che ha costruito la teoria, la madre – forse sarebbe meglio la “levatrice” – di un indirizzo di pensiero in cui ha giocato il ruolo di catalizzatore e animatore. È una discussione che ha interessanti risvolti dal punto di vista umano, ma Aumann in realtà su questo fronte si è dimostrato piuttosto avaro. È stato comunque uno dei momenti migliori insieme con la prima domanda, in risposta alla quale Aumann ha rievocato come ha costruito il suo interesse per la teoria dei giochi e in generale per la teoria dei numeri, contenuti scientifici di cui al tempo non si vedevano bene i confini né l’utilità: per un attimo ha aleggiato uno dei temi di maggiore interesse per chi si occupa di giochi, la loro inutilità o, per dirla con Huizinga, il fatto che «il gioco ha fine in sé», un concetto che applicato alla scienza apriva molte riflessioni interessanti, come ha immediatamente notato Massarenti (per esempio, facendo piazza pulita dell’idea che gli unici saperi che vadano insegnati siano quelli che servono per il mondo del lavoro: cinquant’anni dopo le sue “inutili” ricerche Aumann scopre che suo nipote studia la sua teoria al secondo anno di medicina, perché ha importanti applicazioni nel campo delle mutazioni genetiche e dello studio dei tumori).

Il problema è che su tutto il resto Aumann, semplicemente, non c’era. O forse c’era un po’ troppo, diciamo. La linea di intervista che mi è parso che Vittorio e Massarenti prediligessero era una linea concentrata sui problemi sociali, e al fondo con una impostazione abbastanza liberal: una domanda sulla corruzione interpretata in termini di equilibrio di Nash e come condurre il fenomeno a un altro tipo di equilibrio, più virtuoso. Una domanda analoga sull’evasione fiscale. Una su come la visione di Aumann di equilibrio abbia contribuito a impostare la politica estera degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica in termini di corsa agli armamenti e di equilibrio del terrore, scongiurando però la visione di Von Neumann favorevole a un attacco nucleare massiccio e preventivo. Un’ultima domanda su come una particolare interpretazione del pensiero di Aumann (mi è parso che il riferimento fosse a Herbert Gintis, ma non ho colto esattamente il nome citato nell’intervista) possa rappresentare un elemento mediante il quale la comunità sociale si libera di possibili fenomeni negativi – la corruzione ancora, poniamo – e evolve verso forme di coesistenza migliori.

Beh, le posizioni di Aumann sono interessanti, in materia. Interessanti come una mina antiuomo, più o meno, e con lo stesso collegamento con la scienza economica.

Sul perché la società evolva verso un equilibrio che comprende una corruzione diffusa, o invece verso un modello di altro genere, Aumann non saprebbe dire: si potrebbe studiare, ma non sa. Sull’evasione fiscale invece ha una sua idea ben precisa: dipende dal fatto che i governi fissano un livello di tassazione troppo alto e perciò diventa ovvio per i cittadini evadere (non sapevo che Berlusconi godesse di tali coperture intellettuali), come quando in Israele governavano i socialisti, quei maledetti comunisti (un uno-due micidiale dal quale Massarenti non si è più ripreso). Devo dire che Aumann ci ha anche informato con foga che addirittura una volta è andato a farsi un elettrocardiogramma – in Israele – e il medico, forse in un atto di sfida verso l’oppressivo regime collettivista, gli ha chiesto di pagare un tot oppure una cifra più alta con la ricevuta, un episodio che al componente medio del pubblico doveva essere capitato solo circa sessantamila volte.

La risposta sugli armamenti nucleari, peraltro, è stata perfino meglio. Aumann ammira i romani e la loro immortale massima si vis pacem para bellum. E quindi occorre essere armati, armatissimi. Più si è armati meglio è. Una esaltazione dell’equilibrio del terrore della quale poche volte ho visto l’eguale.

Mi è parso che a questo punto anche Vittorio Pelligra, dopo Massarenti, barcollasse, ma il meglio doveva ancora venire.

Robert Aumann 2Perché con una domanda doppia hanno provato a riportarlo ai temi sociali, al “grande coreografo” di cui parlava il titolo della serata, quel segnalatore collettivo che fornisce agli attori sociali strumenti per interpretare e prevedere le conseguenze delle loro azioni e, eventualmente, la loro desiderabilità in termini di bene comune. La risposta è stata bellissima, perché Aumann ha risposto, più o meno: «Ah, ma io di queste cose non ho mai sentito parlare. Grande coreografo?! E che è, cosa che se magna?». «Ma come, ma Gintis propone questo concetto…». Aumann: «Veramente non capisco di cosa si parli». E ha cominciato a parlare del Talmud. Fantastico.

Naturalmente il fatto è che uno quando è un Nobel può fare quel che gli pare. Anche ignorare il lavoro importante di un collega, per mille motivi. Anche danzare il minuetto, la giga e la galoppa attorno a due onesti intervistatori con variegati interessi culturali che tentano di edificare il pubblico.

Anche fare chiacchiere da bar.

Perché, diciamolo, le cose di Aumann dell’altra sera avevano, più o meno, la stessa dignità culturale di quel che può blaterare tziu Lilliccu allo tzilleri di piazza Mazzini, con la sola differenza che lo tziu non ha conosciuto, lo ammetto, Von Neumann, Morgenstern e Nash. Però la verità va detta: Aumann ha mascherato con i suoi superiori mezzi culturali cose che erano al livello di buon senso del cittadino (di destra israeliana) della strada.

Avrebbe potuto dire che l’evasione fiscale, oltre che della pressione fiscale, è funzione della severità delle pene e della frequenza dei controlli. Sarebbe stata un’affermazione altrettanto vera e altrettanto parziale, ovviamente, e determinata non da una visione da economista, ma dalle sue preferenze politiche e dalla sua visione del mondo. Uno scienziato sociale onesto avrebbe potuto e dovuto raccontare come ci siano studi che provano che la propensione all’evasione fiscale (e insieme all’elusione e al puro e semplice non pagare il dovuto) è funzione, piuttosto, del grado con cui si percepisce che si tratta di comportamenti sociali riprovevoli (cioè la gente preferisce eludere piuttosto che evadere non solo perché le pene sono meno severe, ma anche perché sembra moralmente meno grave). Era una linea di ragionamento sul quale la teoria dei giochi poteva dire molto, ma Aumann ha preferito altro.

Taccio, per carità di patria, sull’idea dei Romani come popolo che ha vissuto in pace mediante le armi. Per fortuna non ci sono più in giro Galli, Sabini, Sanniti, Iberi, Greci, Macedoni, Illiri, Liguri, Sardi, Ebrei, Egizi, Parti, Medi ed Elamiti, abitanti della Cappadocia e della regione vicino a Cirene che ci si possano fare una sincera risata. Ce lo vorrei vedere, Aumann, a raccontargliela di come i Romani sono un popolo pacifico.

Devo dire, però, che è la stessa interpretazione della guerra fredda da parte di Aumann che fa acqua da tutte le parti. Può darsi che da un punto di vista strategico la sua interpretazione della situazione dei blocchi nell’immediato dopoguerra fosse corretta, e in ogni caso non possiamo che essere tutti felici che abbia prevalso la visione di Aumann rispetto all’apocalisse nucleare invocata da Von Neumann. Ma alla fine la corsa agli armamenti non l’hanno vinta i teorici dell’equilibrio del terrore, ma Gorbaciov, introducendo un altro tipo di competizione: quella a disarmare. Come direbbe Enrico Euli, ci sono giochi in cui si coopera a competere e giochi in cui si compete a cooperare. Gorbaciov ha cambiato le regole percepite del gioco, spostandolo dal primo tipo al secondo. In termini di teoria dei giochi Gorbaciov ha avuto la forza di spostare la gara verso un’altra matrice di comportamenti possibili, facendo percepire all’avversario una diversa qualità dei possibili payoff, cioè delle poste in gioco. Quel tipo di gioco che Aumann, nella sua visione politica, descriveva come predeterminato e dal quale era impossibile scappare era invece dinamico e poteva essere ribaltato. Niente mi toglie dalla testa che Clinton in realtà debba la sua elezione esattamente a Gorbaciov, nel senso che il profumo di fine guerra fredda togliendo di mezzo la paranoia per la sicurezza che aveva portato all’elezione di Reagan e del primo Bush ha permesso ai democratici di spostare l’attenzione sulle dinamiche economiche e impostare una campagna elettorale vincente.

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5 pensieri riguardo “Povertà intellettuale di certa scienza grama

  • 09/06/2014 in 19:49
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    Le 60000 volte mi ha fatto ridere di gusto. Una piccola osservazione. Mi è capitato spesso (diciamo, credo, almeno una decina di volte) di sentire l’argomentazione a favore degli studi che non portano immediata utilità che si basa su un esempio di studi la cui utilità si e’ vista solo a distanza di vari decenni. Quindi si basa sul fatto che l’utilità c’è. Comunque la citazione di Huizinga che riporti non va in quella direzione 🙂

    Rispondi
    • 09/06/2014 in 19:57
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      Si hai ragione, la posizione di Huizinga è molto più radicale.

      Rispondi
  • 09/06/2014 in 21:41
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    Carissimo Roberto
    nel complimentarmi per la lucidità del tuo testo e delle tue argomentazioni, non posso non rilevare che al 14mo paragrafo hai mancato di ricordare i miei avi. Anche gli Etruschi, popolo ricordato dalla Storia come pacfico, hanno dovuto subire le sopraffazioni dei romani in arme.
    Anche “per carità di patria”, stesso paragrafo, lascia un po’ il tempo che trova, secondo me. Quale patria, nel XXI secolo? E’ ancora un concetto geografico? Quali Nord e quali Sud esistono?
    Ti voglio bene, saluta Maria Bonaria per favore.

    Rispondi
    • 10/06/2014 in 09:16
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      Nooo, l’esclusione degli Etruschi è imperdonabile 😉
      Maria Bonaria ti saluta anche lei

      Rispondi

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