I bisticci di Nero Wolfe e del suo tirapiedi

Sulla puntata di Oggi parliamo di libri dedicata a Nero Wolfe non ho molto da dire. Le storie di Rex Stout dedicate all’investigatore ciccione e al suo caustico assistente sono state sicuramente fra i gialli preferiti della mia adolescenza; ne ho poi fatto una rilettura estensiva due anni fa, trovandole ancora godibili sebbene inevitabilmente datate.

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Tutti i siti più autorevoli di recensioni sottolineano, come ho fatto del resto anche io in trasmissione, che l’innovazione e l’abilità di Stout stanno nella capacità di coniugare l’hard boiled con il romanzo deduttivo alla Conan Doyle. Doverosamente mi sono rifatto anche io a questa opinione, perché è indubitabile che questa sia una caratteristica di questi romanzi. Tuttavia sono sempre meno convinto che sia un elemento rilevante  e che sia questo il motivo del successo di Stout, e anche questo ho provato a dirlo.

Penso piuttosto al fatto che Wolfe è un personaggio molto felice, con le sue idiosincrasie, le sue peculiarità e tutti quegli altri elementi caratterizzanti sempre particolarmente inaspettati (o viceversa attesi dal lettore abituale che già li conosce, ma altrettanto irritanti). E specularmente a questa caratteristica di Wolfe emerge con più vividezza la figura di Goodwin, che con le bizzarrie di Wolfe deve fare i conti davvero, al contrario del lettore che dopotutto è solo uno spettatore e che non può che chiedersi cosa farebbe lui al posto dell’assistente e ammirarne il savoir faire e il sangue freddo a cospetto del suo signore e padrone. Sono la fascinazione e l’empatia indotte dalla brillantezza della voce narrante di Goodwin, che mantiene fascino e buonumore in situazioni difficili ad essere, secondo me, la chiave che spiega perché le storie di Rex Stout funzionano particolarmente bene e hanno sempre avuto successo.

In un certo senso penso che Stout sia tornato alle radici del genere, rimettendo in scena una coppia alla Sherlock Holmes-Watson. Ma al momento in cui come Conan Doyle ha dato dignità di voce narrante alla parte più “esecutiva” della coppia, cioè a Goodwin/Watson, l’ha reso non un’appendice adorante della  sua controparte più abile, Wolfe/Sherlock, ma una sorte di antagonista. Non ho le competenze per approfondire davvero questa ipotesi ma se ho ragione tutta la teoria di Stout come “ricombinatore” del giallo deduttivo con l’hard boiled se ne va un po’ all’aria.

Un’ultima nota, a mio danno: ho avuto un sobbalzo, rileggendo la puntata, quando ho detto che è Stout a fissare nel genere alcune caratteristiche, quali la ripetitività del cast e delle situazioni e così via. È una tesi che posso difendere a malapena, e solo rispetto ai gialli che ho letto io, che sono certamente una minima parte di tutto quel che è stato pubblicato. Dire che i gialli di Nero Wolfe sono un esempio di questa caratteristica che si afferma nel genere – senza attribuire primogeniture – mi avrebbe consentito di non fare la figura del cialtrone.

Il che è un po’ una riflessione che facevo fra me e me anche l’altra sera, quando commentando la puntata su Maigret mi sono imbarcato in tutta una serie di disquisizioni sulla continuity: man mano che procedevo mi sentivo sempre più un po’ trombone.

Il che, anche pensando all’errore catastrofico sulla sequenza esatta dei romanzi di Izzo, è un benvenuto bagno di umiltà. Mi capita spesso di leggere su blog altrui o su siti anche importanti delle castronerie, e mi sono sempre fatto un punto d’onore di controllare le cose che scrivo che mi paiono dubbie. Il problema però sono gli errori che fai a proposito delle cose di cui sei sicuro e che, nonostante tutto, sono sempre in agguato.

Il brano scelto per la pausa musicale è molto bello ma un pochino tirato per i capelli, e tutt’ora mi chiedo quale sarebbe il commento musicale più adatto per parlare di Nero Wolfe.

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