La dedizione del velista

In solitario (Christophe Offenstein, Francia 2013)

La settimana scorsa Maria Bonaria ha ottenuto dei biglietti gratis per questo film, tramite una delle solite promozioni di SardegnaOggi. Devo dire che sarei curioso di scoprire quali sono i criteri per i quali i distributori decidono di promuovere i film in questo modo, considerato che di solito mi sembra che siano bei film ma non esattamente materiale da blockbuster. Ok: probabilmente mi sono già risposto da solo: conteranno sul passaparola per promuovere film in cui credono ma che non hanno molta capacità di risonanza mediatica.

Essendomelo visto senza spendere mi sembra il minimo recensirlo e contribuire al passaparola, ma credo che ne avrei parlato lo stesso perché, oltre a essermi piaciuto, ci ho trovato dentro due o tre cose abbastanza interessanti.

Intanto, vi propongo il trailer, con l’avvertenza che contiene anticipazioni importanti sulla trama.

E dunque, la storia è che Yann Kermadec, che è un velista espertissimo ma che è sempre stato un po’ all’ombra del cognato, altro velista molto più famoso di lui, ottiene in maniera imprevista la possibilità di sostituire quest’ultimo nella Vendée Globe, una regata in solitaria attorno al mondo (tra parentesi, vedo che la nuova edizione è iniziata proprio in corrispondenza dell’uscita italiana di In solitario). La barca è fantastica e pluripremiata, e per Yann è insomma l’occasione della vita, se non fosse che le cose vanno male fin dal principio. Chi ha visto il trailer sa perché, agli altri lascio la sorpresa.

In solitario CluzetIl film si raccomanda, prima di tutto, per l’interpretazione di François Cluzet, su cui di fatto poggia tutto il film e che già mi era piaciuto molto in Quasi amici. Cluzet tratteggia con abilità un lupo di mare in bilico fra una profonda umanità e una monomania da capitano Achab, e serve con grande sensibilità l’aspirazione della sceneggiatura di raccontare, attraverso la regata impossibile di Yann, qualcosa del rapporto dell’uomo col mare e dell’andare a vela al tempo dell’oggi.

La domanda interessante è esattamente come la sceneggiatura ci riesca. Perché In solitario è curiosamente reticente e clamorosamente fuori da ogni canone di sceneggiatura hollywoodiano. Voglio dire che la materia narrativamette insieme suggestioni che vanno da Il compagno segreto di Conrad al citato Moby Dick fino alle suggestioni televisive (per noi sono legate a Soldini, in Francia avranno qualcun altro) che tutti conosciamo. Bene: questa materia stra-nota non è mai raccontata facendo riferimento a luoghi comuni, o almeno: se c’è un luogo comune, si pone grande cura nel bordeggiarlo e lasciarselo poi accuratamente alle spalle. Non ci sono sapienti alterrnarsi di climax e anticlimax  e l’evoluzione dei personaggi segue strade impreviste. A Hollywood ci avrebbero messo almeno una tempesta perfetta, una caduta in mare rocambolesca. Qui niente. Niente romanzo, solo realismo. Fa eccezione all’antiretorica, forse, la lunga scena finale dell’arrivo in porto, devo dire molto emozionante (forse l’unica parte davvero emozionate del film: il resto è interessante, o avvincente, ma raramente tocca corde del sentimento). Nonostante tutti questi limiti, apparentemente auto-imposti, il film funziona e convince parecchio. Alla faccia dei canoni di sceneggiatura.

Il terzo elemento di interesse del film è la parte, diciamo così, documentaria. Fa impressione la quantità di tecnologia che richiede andare a vela di questi tempi, anche l’organizzazione, il gruppo di contatto, l’assistenza, ma soprattutto la pura e semplice quantità di tecnologia imbarcata. Anche qui non ci sono compiacimenti: Cluzet si serve abilmente di questo contorno per dettagliare la vita quotidiana a bordo del suo lupo di mare (entro in cabina, un’occhiata automatica agli strumenti, fuori a sistemare qualcosa, dentro a zoomare sulla zona di mare per verificare le previsioni meteo, e finalmente rilassarsi); per lo spettatore è sia un motivo di interesse (appunto, “documentaristico”) che un elemento per sentirsi più “vicino” alla trama: non c’è mai una frase “tecnica”, tipo «alare le scotte» o «tesare lo spinnaker» (temo di avere detto delle bestialità nautiche) ma cose che anche noi possiamo capire: mail, cellulari, iPad, computer.

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